Prandino, anche questa volta, credette all'Elisa ciecamente e, al solito, fu beato e contento. L'Elisa, sentendosi forse rimordere la coscienza per qualche marachella che avesse anche lei da farsi perdonare, quella sera non stette molto sul tirato, e però fecero presto la pace, e in modo tale che dopo si vollero più bene di prima.
Prandino, sempre insistente e ostinato nelle sue idee, tornò da capo con la sua sgondolata; e la Elisa adesso accettò senza farsi molto pregare.
Appena fuori dell'albergo ed entrati in gondola, cominciarono tutti e due a respirare un po' meglio.
La gondola, dapprima, si avviò lenta, leggera, dondolante, per quei rii foschi, silenziosi, dove la tenebra fitta era spezzata sfacciatamente dai fanali a gas, che, colla loro tozza modernità, stonavano sugli angoli delle muraglie così artisticamente tetre, o meglio era interrotta qua e là dai riflessi di luce rossastra che si spandevano dalle finestre, illuminando, fra le ombre, qualche tratto di architettura gotica o bizantina le cui linee fantastiche ridestavano nello spirito mille storie lontane di vendette, di sangue e di amori infelici.
Poi sempre lenta, sempre leggera, sempre dondolante, la gondola passando pel rio così solennemente triste del Ponte dei sospiri, uscì fuori, all'aperto. Allora la piazzetta del Palazzo ducale apparì d'improvviso come una scena da teatro, col suo sfoggio di smaglianti colori, col frastuono delle sue voci confuse interrompendo il melanconico raccoglimento dei nostri innamorati, che tornarono a sentirsi a miglior agio, quando allontanandosi dalla riva di nuovo rientrarono nelle tenebre per uscir fuori ancora in mezzo ad una luce più tranquilla, in una calma perfetta, nella queta laguna di San Giorgio.
Giunti là, Prandino si pose a sedere sul trasto guardandosi attorno cogli occhi meravigliati e l'Elisa sospirò con un sospiro che le veniva proprio dal cuore.
Vi era diffusa una luce pallida pallida, l'acqua era immobile, il cielo chiarissimo, leggero e vaporoso, da sembrare un immenso velo trapunto di stelle.
Il silenzio era così vasto che pareva avesse preso il suo regno in quella solitudine incantata; eppure da tutta quella pace, usciva quella melodia che consola, che accarezza lo spirito: era il bello, era la musica dell'occhio, che scende già a farsi sentire nell'anima: melodia arcana, dolcissima che il tonfo del remo accompagna come un ritornello misurato, sollevando ad ogni battuta scintille fosforescenti, mentre la luna alta, bianca, serena, par fremere anch'essa rifrangendo i suoi raggi tremolanti nel cristallo delle acque.
— Com'è bello! — esclamò l'Elisa.
L'Ariberti non rispose nulla: ma quella voce e quelle parole allora lo urtarono e lo infastidirono.