— Che vuoi, cara?

Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.

— Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.

Prandino, tremante di voluttà, voleva stringerla, baciarla, morderla, fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo staccò da sè risolutamente.

— Andiamo; basta; sta quieto, bambino. È ora d'andare a pranzo.

E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggiò al braccio, gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nella salle à manger.

Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i piedini di Elisa, mancò poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di pesce.

Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la Contessa del numero quaranta, fino a degnarsi di servirla lui e di domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio d'argento.

— Un telegramma per la signora Contessa! — e glielo porse inchinandosi graziosamente.

L'Elisa lo ringraziò piegando il capo e girando gli occhi, ma poi, appena aperto il telegramma, arrossì, sorrise, parve confondersi, e lo passò in fretta alla Cecilia.