— Sì, sì: chetati, carino, si va in tramvai, fino allo stabilimento. È suo figlio? — chiese poi a Cecilia.

— Mio figlio. Andiamo, Gegio, da bravo, sta su dritto e saluta il signor Conte.

Gegio si strinse nelle spalle, e si voltò divertendosi a sputare nell'acqua.

— Carino proprio davvero; e quanti anni ha?...

— Tre anni, — rispose l'Elisa.

— Per bacco, è molto sviluppato!

— La mamma grande dice sempre che ho tre anni! — esclamò Gegio, voltandosi verso Badoero, e dando un urtone a un tedesco. — Anche l'anno passato a Lonigo io avevo tre anni!...

— Finiscila, stupido! — e la Cecilia gli diede un pizzicotto così forte in un orecchio che Gegio diventò rosso dalla rabbia e dal dolore e colla manina chiusa allungò un pugno a sua madre. Fra madre e figlio, naturalmente, stava per succedere una tragedia, quando Badoero, tanto per volgere altrove l'attenzione, esclamò ridendo, chè proprio non poteva più contenersi:

— Oh, ecco Potapow e Jamagata che arrivano gli ultimi; ah, ah, ah! se non fanno presto restano proprio con un palmo di naso.

Ma Potapow e Jamagata si misero a correre e così arrivarono a tempo per imbarcarsi. Potapow era un vecchietto rubizzo, vegeto piuttosto grasso, e nel vestito era sudicino, anzichenò. Aveva la barba intera d'un grigio giallognolo: parlava sempre, toccava tutto e non istava mai fermo. Invece, il commendatore Jamagata, lucente nell'abito nero, di una pulitezza squisita e di una eleganza severissima, alto, dritto, composto, nel suo genere giapponese era un uomo bellissimo. Naturalmente, s'era tagliato la coda, ma in compenso si era fatto crescere i baffi; cioè, intendiamoci, non aveva da coltivare che sette peli alla destra e cinque alla sinistra del naso.