Il russo ed il giapponese si vedevano sempre insieme: ma nulladimeno si detestavano cordialmente. Fra loro due c'era dell'astio, dell'invidia e della rivalità. Dicevano corna l'uno dell'altro, si contraddicevano, garrivano spesso, giocandosi dei tiri, facendosi dei dispettucci e a volte scambiandosi anche qualche impertinenza. Il russo era allegro e chiassoso, il giapponese grave e malinconico, il primo assolutista e avaro, il secondo splendido e liberale, l'uno materialista e scettico, l'altro sentimentale e credente, quello licenziosetto e spregiudicato, questo casto e tenero di cuore.

Mentre il vaporetto dal guscio giallo scendeva giù velocemente solcando l'acqua cristallina della laguna, con la tolda così tutta coperta dai vivaci colori delle vesti, dei capelli, degli ombrellini verdi, rossi, bianchi da sembrare un gran cesto carico di fiori, successe la presentazione del Conte e del Commendatore alle contesse Navaredo e al conte Eriprando degli Ariberti. Il giapponese si sedette vicino all'Elisa, il russo rimase in piedi dinanzi a Cecilia. Jamagata parlò colla Contessa delle melanconiche idealità di Venezia; Potapow consigliò Cecilia a prendere un libretto d'abbonamento pei bagni del Lido, avvertendola poi di confrontare attentamente le serie delle contromarche perchè alle volte erano sbagliate.

Solamente il conte Eriprando era un po' messo da parte e ciò perchè egli non godeva di troppa dimestichezza colla lingua francese. Una volta, vedendo ch'egli stava là tutto muto, accarezzandosi i baffi e ridendo quando ridevano gli altri, — Parlez-vous français, monsieur le comte? — gli chiese Potapow.

Oh, très peu!... — rispose Prandino colle labbra strette, e poi tacque arrossendo, perchè dubitò di aver detto uno strafalcione; e tanto per fare un po' il disinvolto, voleva che Gegio ammirasse le isolette dei Frari e di Sant'Elena. Ma Gegio nemmeno gli badava: il ragazzo fissava Jamagata cogli occhi sbarrati, mangiandosi le unghie.

Prandino cominciava a essere un po' seccato. Quel parlar francese lo infastidiva: egli aveva creduto di venire a Venezia a far la prima figura vicino alla contessa Navaredo e adesso invece gli toccava l'ultima parte.

E già non ne poteva proprio più, quando il vaporetto rallentava la corsa, e poco dopo si fermava all'approdo. Furono aperti gli sportelli, furon gettati i montatoi, e la gente cominciò a scendere. Allora Prandino lavorò tanto bene coi gomiti che riuscì in breve a ficcarsi proprio dietro all'Elisa, e quando ella discese, lui, risoluto, con una mano appoggiata allo sportello, cacciò fuori la gamba sul montatoio, e le rimase vicino, impedendo il passo a Jamagata.

Intanto la gente prendeva d'assalto i tramways, che, appena carichi, correvano via di trotto, l'uno dopo l'altro.

Jamagata e Potapow, pratici del luogo, non si perdettero in complimenti: il commendatore saltò sul tramway e con tutte due le mani aiutò la Cecilia. Questa vi salì spinta per di dietro da Potapow, che si volse poi a tirar su anche l'Elisa. Prandino, nuovo in quelle confusioni, e non abituato a fare l'inglese, s'intimidisce, non ha coraggio di passar davanti alle signore, e il tramway si riempie: corre in su e in giù, inquieto, affannato per trovarsi un posto purchessia, ma intanto che cerca, il tramway si mette in movimento e parte lasciandolo lì con un palmo di naso e con Gegio fra le gambe, il quale, vedendo la mamma allontanarsi, comincia a piangere e finisce a strillare.

L'Ariberti si guarda attorno, smarrito, mortificato: chiama Badoero: ma il Badoero s'era dileguato anche lui. Lì, poco discosto, c'era un altro tramway, mezzo vuoto, che si disponeva a partire. Prandino, trascinando Gegio, si mette a correre, e vi salta dentro che già si muove.

— Parte per il Lido? — domanda trafelato al conduttore.