— No, per Venezia! — rispose questo ridendo e schioccando la frusta sulla groppa dei cavalli.
— Se avessero osato di rispondere così a mio marito, guai! — esclamò più tardi la Cecilia, dopo che Prandino le ebbe contata quella canzonatura, — guai!... egli avrebbe buttato quel villano giù dal carrozzone. È vero però che mio marito non avrebbe certo fatta una domanda così sciocca: — soggiunse poi in via di conclusione, per paura che l'Ariberti le potesse rimaner in credito di una gentilezza.
Quando egli giunse allo stabilimento e attraversò la sala del Caffè ristorante, scura e bassa pari a quella di una nave, come si affacciò ad una delle uscite che mettevano sulla terrazza, si fermò là su due piedi.
Il mare tranquillo, in calma, lo accecava col riflesso di un azzurro largo, ampio, infinito, più del barbaglio del sole che saettava i suoi raggi sulle onde calde, con striscie gialle, mobili, scintillanti. A quell'ora sul mare non si vedeva una vela, nel cielo non correva una nube, non appariva neppure nella sconfinata immensità d'acqua, di cielo e di luce, l'ala bianca e rapida dell'alcione.
L'Ariberti, respirando con voluttà l'aria frizzante, si mosse, si avanzò verso il lungo parapetto della terrazza; ma allora l'andirivieni affollato, rumoroso dei forestieri ai bagni e dei veneziani a spasso, lo tolse dalla sua estatica contemplazione, e quel frastuono babelico, quel viavai delle fogge più strane, quel pettegolezzo di colori, lo attrasse ammirato, come prima lo aveva reso attonito il grandioso spettacolo del mare, e ciò mentre l'acqua ch'egli udiva rompersi e scorrere sotto il tavolato della terrazza lo impressionava così, da fargli muover le gambe con un certo sospetto. Quelle donne belle, eleganti, disinvolte che gli passavano vicino, lo facevano arrossire senza ch'egli ne sapesse la ragione. Certo, egli le trovava tutte più belle dell'Elisa, e pensando a lei adesso, si sentiva come un po' mortificato. Quelle vesti così nuove, quei cappelli così arditi, che parevano panierini ricolmi di fiori o di frutta, o ricchi nodi svolazzanti di nastri e di trine, quel lusso, quella sensualità, gli misero addosso un'invidia indefinibile, un'ansia infinita di desideri che sentiva confusamente nel cervello, nel cuore, nel sangue, ma che non avrebbe saputo esprimere; una smania d'essere pur qualche cosa, in quel mondo a lui così straniero, di attirare sopra di sè l'attenzione di tutta quella gente che non si curava de' fatti suoi, che non lo guardava, che nemmeno sapeva chi egli fosse di nome. Si avvicinò al parapetto; giù, nell'acqua, c'era una compagnia di giovinotti con maglia a righe, come quelle dei clowns, che offrivano un piacevole spettacolo di scambietti, di salti, di capriole, alle signore che li stavano a guardare dall'alto. Prandino pensò allora di saltar giù, in quella folla, per superare tutti quei nuotatori, per farsi ammirare!... Ma poi guardandosi attorno, stanco, intristito, e vedendosi così solo, mentre molte coppie di donnine e di giovinotti, passeggiando in su e in giù, combinavano insieme l'amore e la reazione, tornò a pensare all'Elisa con un impeto prepotente di affetto, e insieme con un gran desiderio d'aver anche lui la sua amante da sfoggiare, e però ricominciò a trovarla bella, a sentirsela cara e a volerle bene.
Fu il Badoero che lo fece tornare in sè, dandogli un pizzicotto.
— Oh, ciao, Badoero!... E la Contessa, dov'è andata?
— Dall'altra parte; a spogliarsi per fare il bagno.
— Io voglio andare a fare il bagno colla mamma grande! — piagnuccolò Gegio appena udì quelle parole.
— Appunto; la contessa Cecilia, — (le conoscenze nuove, si sa bene, chiamavano contessa anche lei), — la contessa Cecilia cercava il bambino, ed era irritata contro di te, perchè diceva che ti perdi d'animo per un nonnulla.