Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo contò che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare, quantunque lei non ne avesse bisogno.
Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente Prandino; ma in quel momento egli aveva già troppa infelicità nel cuore, perchè una gocciola più una gocciola meno lo potesse far traboccare. Invece, cominciò a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra c'era già seduto Jamagata. Allora toccò al Maggiore d'impermalirsi: difatti, egli si cacciò in fondo, lontano dagli altri, finchè Gegio, per consolarlo, gli camminò prima sui piedi e dopo gli saltò sulle ginocchia.
— Perchè è andato a sedersi così in disparte, Maggiore? — gli chiese la Cecilia.
— Il bagno forse le ha fatto male? — gli domandò a sua volta l'Elisa, con una punta d'ironia.
— Ho fame — rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa. Prandino, vedendo il Maggiore così annuvolato, si rischiarava sempre più.
— Verrò io, Maggiore, a tenerle compagnia! — esclamò la Cecilia; e, così dicendo, si alzò di dov'era e andò a sederglisi accanto.
Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow, seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso, abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito di mezza stagione.
Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti, le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di fianco alla D'Abalà.
— Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere coperto: questa brezza per me è micidiale.
— Faccia, faccia pure.