— No.

— Oh!.... — fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi strinse le labbra come per indicare che là ci dovea essere del bello assai.

— Che vuole? — soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi — i figli!.... — e cambiò di posto colla seggiola, perchè a un tavolo lì vicino c'era un signore che fumava spagnolette.

— Già, già, — concluse Ramolini.

Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era per dire che il sole di luglio è caldo, che l'aria di gennaio è fredda e che un risotto coi peoci leva l'appetito: tutte verità sacrosante.

Quando egli era costretto a esprimere il suo debole parere sulla tal persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato: si faceva vedere al caffè col Provveditore agli studii; ogni giorno dava una capata in biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro: parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a sorridere e pronunciava un nome: — Augier! — C'era discussione sulla Giacinta o sui Malavoglia? e lui, dopo d'essere stato sempre zitto, tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: — Zola! Oh, les Rougon-Macquart! — Dopo di aver osservato attentamente per un quarto d'ora, sull'Illustrazione, la copia di un quadro della scuola italiana moderna, si stringeva nelle spalle, e: — Jèrome — esclamava — Oh, Jèrome!.... — e buttava la rivista sul tavolino con un moto di dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della Francia, perchè, già è inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva un debole.

Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe, Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito. Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno, nel vantare la sua coltura. Quando era un giovinotto: — Ramolini, dicevano, è un po' inerte, ma il giorno che si metterà a lavorare, farà delle grandi cose. — Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora non aveva estrinsecate le proprie facoltà intellettuali che sotto una sola forma: la dimissione. Ramolini si dimetteva sempre, appena nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto cominciare a far qualche cosa. — Che importa ciò? — diceva il buon pubblico — Ramolini non sarà un ingegno produttivo, ma resta sempre un bell'ingegno e solido! — e molte volte interpretava quelle sue dimissioni come piccoli colpi di Stato.

A dir corto, dacchè era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e curar la salute; la curava male, però che esagerando nelle cautele e abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.

Quando servirono il caffè, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a dormire.

— Bada, mamma, che il troppo stroppia! — disse la Cecilia piano all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere l'orario delle ferrovie.