Annuvolato era ancora il cielo, e soffio di vento non avvivava l'aria, nè increspava la faccia del lago, che da nessuna barca appariva solcata, onde melanconica se ne offriva la veduta dall'alto del sentiero tra le selve del declivio del monte, pel quale Frate Andrea e Falco retrocedevano. Camminò quest'ultimo alcun tempo meditabondo, recando sotto il braccio il suo moschetto colla bocca a terra, tenendo una mano fra i panni, e piegata al suolo la testa: a poco a poco però l'aria aperta, la vista delle montagne e delle acque, quantunque non lucenti per sole sereno, gli ritornarono i suoi abituali pensieri: sparve la tetraggine che lo aveva invaso, rimproverò a se stesso come una fanciullesca debolezza e una vigliaccheria quel momento di terrore da cui s'era lasciato sopraffare, rammemorò le tante sue passate imprese, si ricordò gli ospiti che lo attendevano, l'onore e la fama che gli sarebbero derivati riconducendoli liberi a Musso, pensò alla probabilità d'una gran battaglia che il Castellano darebbe ai Ducali, in cui sariasi diguazzato nella strage; ed a tali pensieri gli ricomparve sul volto l'usata ardimentosa espressione, gettò sull'omero il moschetto, e sentissi necessità di favellare per mantenere le sue idee in quel confacevole andamento. Si rivolse per ciò al Frate che gli veniva da lato, e dopo vario parlare intorno ai fatti di quella guerra: "Chi fu, gli disse, quegli tra voi della casa di Nesso che venne chiamato alla rôcca di Reginaldo Rusca il Ghibellino onde sanarlo quand'ebbe il braccio fracassato da una bombarda nel combattimento navale presso Como?"

"Fu Ambrogio da Milano, rispose Frate Andrea, che da poco tempo ritornò alla sua città onde prestare assistenza ai pellegrini della Commenda: egli guarendo il Rusca profittò al nostro convento di Santa-Maria duecento scudi di Musso di quei del Triulzo, chè tanto aveva fatto voto quel ferito di sborsarne risanato che fosse".

"Pagò riccamente la cura, soggiunse Falco: ma che non avrebbe egli speso per tenersi il suo braccio, e non essere chiamato Reginaldo il monco? Giurerei che s'avrebbe tolto d'andare a Gerusalemme a piedi, e avrebbe dato tutto il suo ai frati ed ai poveri. Ma in vero ei del suo brando faceva grand'uso: io il vidi quel giorno della battaglia, poco prima che venisse colpito, saltare dalla nave del Matto, che comandava i legni di Musso, entro una barca comasca, e menar colpi sì vigorosi, che in poco tempo n'ebbe spaccato l'albero, ed ammazzati non so quanti, indi balzare in una scorribiessa, e ritornarsene tra i nostri gridando d'allegria".

"Fa d'uopo però dire, replicò il Frate, che perdendo un braccio fu ancora l'uno de' meno sventurati tra molti che trovaronsi a quel fatto, perchè m'ho inteso narrare che le bombarde e gli archibugi comaschi e ducali abbiano allora fatta gran strage dei soldati del Medici, e la nostra casa dei malati fu ripiena per più mesi di uomini che si colsero ferite più gravi di quella del Rusca. Abbiamo però speranza che le cose quanto prima tornino in pace, poichè un cappuccino di Domaso venuto al convento narrò che il Medici ha in animo di rendere il Castello di Musso a quei di Milano, i quali alla fin fine ne sono i veri padroni, e così finirà ogni guerra, e gli Spagnuoli se ne andranno pei fatti loro, e insieme ad essi anco gli Svizzeri, il cui soggiorno in questi paesi è pestifero, poichè discesero dall'Alemagna certi preti che si sono messi tra loro predicando false dottrine, e dicendo ogni male dei frati, delle monache e, che Dio li confonda! per sino del papa; per cui se avessero a rimanere costì più a lungo, e venisse a spargersi quella zizzania tra i nostri, e mettervi radice, chi sa qual immensa rovina potrebbe derivarne".

"Che vadino al loro malanno gli Spagnuoli e gli Svizzeri questo può facilmente avvenire, ma che il Castellano renda Musso, che lo dia ai Milanesi dopo averlo difeso per sì lungo tempo, ed esservisi fieramente nicchiato come un orso sul Legnone, è la più gran pazzia il solo immaginarlo!" Così disse Falco con un lieve risentimento di sdegno, che la placidezza e mansuetudine con cui l'udiva Frate Andrea gli fecero tosto deporre: "Non abbiate timore, proseguì quindi pacatamente, se ne andranno, sì, e non avranno campo di spargere la falsa legge, e di ripetere bestemmie in quella loro lingua del demonio: sul brigantino del signor Gian Giacomo stanno bombarde e colubrine da squarciare i fianchi a qualsiasi nave, e ben anco ad una torre, se ne verrà il caso. Una sola giornata che si possa fare, ma lunga e di buon cuore, spazzerà il lago da quei cornacchioni, come il vento ripulisce il lido dalle foglie".

Movendo tali ragionamenti, pervennero al torrente di Nesso, valicato il quale, Falco discese al proprio casolare salutando il Frate, che rispostogli: "Dio vi salvi" si mise sul sentiero alla volta del convento.

Maestro Lucio aveva nel frattempo fatto un'importante scoperta, con cui si era difeso dall'ozio e dalla noia due suoi mortali nemici. Dopo d'essersi persuaso, dando un'occhiata dalle finestre, che il terreno d'intorno non lasciava luogo ad alcuna gradevole passeggiata, frugatosi invano negli abiti per vedere se mai a caso s'avesse posto qualche opuscolo nelle tasche, nulla trovando a far di meglio si diede ad esaminare i brani d'armatura che stavano appesi per quella stanza. Guardatili pressochè tutti, e scorto, con gran sua soddisfazione, in più d'un d'essi conservata l'impronta della fabbrica degli Armorari Milanesi, venne alla fine il suo sguardo a cadere sovra una panciera di ferro da cui dependeva un lembo di sopravveste di seta ricamata: il sollevò con garbo, e qual fu il suo contento osservandovi tutto intiero effigiato uno stemma gentilizio! non ne prova forse altrettanto un navigatore d'ignoti mari alla scoperta d'un'isola vasta e feconda: staccò quel lembo con ogni precauzione, lo stese accuratamente sur una tavola, e vi si pose a meditare mettendovi tutto l'intelletto onde arguire il significato degli emblemi, e scoprire a chi appartenesse.

Gabriele, abbenchè si fosse assiso al suo fianco, poca attenzione porgeva allo sfoggio di dottrine Blasoniche che desso veniva facendo applicandole all'interpretazione di quello stemma; la sua mente era tutta occupata di Rina, verso cui li suoi occhi si volgevano incessantemente, poichè, si stesse seduta, o fosse essa in moto, dispiegava per lui sì nuove e dolci attrattive, che i passi, la voce, le attitudini tutte di lei si stampavano nel più addentro del suo cuore. Rina però ratteneva contegnosa i proprii sguardi, onde pochissime fiate venne dato al giovinetto Medici d'affisarne le nerissime pupille, e nessuna di quelle rare volte la rimirò senza vivamente arrossire, senza provarne un palpito più vibrato, e sentirsi nel tempo medesimo divampare d'ardentissima fiamma.

Messer Tanaglia, dopo aver contemplati a lungo gli emblemi trapunti: "La cosa, esclamò tutto giulivo, è chiara come il sole: quegli che portava l'armatura coperta da questo stemma era un Conte: ce lo dice evidentemente la corona che sormonta lo scudo: ecco il cerchio d'oro col rialzo di sedici punte con altrettante perle sovrapposte: questa è corona Comitis, come scrissero tutti gli autori. Lo scudo ovale spaccato in due campi bianco e verde, senza quarti, indica non essere desso del genere delle armi Pure di Parentado o d'Origine, ma bensì delle Agalmoniche, ossia Parlanti, cioè allusive al cognome di famiglia; e vedete appunto che il cognome lo troviamo espresso in questo pozzo delineato sul campo bianco, colore più nobile del verde, su cui sta all'incontro dipinto un pesce, col quale ci viene indicato che la famiglia ha dominio sulle acque. Si può quindi asserire senza tema d'errare che il possessore dell'armatura e dello stemma era il Conte Pozzo o Del Pozzo signore di qualche fiume o lago. Dite, Madonna Orsola, non ho io côlto nel vero?"

"Nulla so di tutto questo, rispose Orsola con qualche sorpresa: d'altro non mi rammento se non che Falco quando la recò qua su ne portò insieme una lunga catena d'anelli d'oro, che cangiò ad Argegno con un sacco di polvere d'archibugio che gli fu data da un mercante Svizzero". "Recò pure allora, soggiunse vivacemente Rina, se ben vi ricorda, o madre, un largo nastro colore di foglia d'ulivo su cui stava un bel ricamo, che il padre disse ch'erano parole: voi non voleste mai che io me lo ponessi dintorno, e lo donaste, son pochi giorni, a quel pellegrino che passò qui sopra addomandando la carità".