Così dicendo pose con gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli dispaccio, improntato al piede da due grandi suggelli, l'uno del Duca, l'altro del De Leyva. Conteneva desso primieramente a modo d'informativa essere volontà di Carlo V si riducesse il Medici all'obbedienza o il si sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed al Gonzaga, che capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata mano ad allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da Milano: chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni sarebbero giunti in Como un Commissario del Duca per la suprema direzione dell'armata, uno di Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran numero di soldati e d'artiglierie.
A tenore di tali comandi non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero, sì il Governatore Pedraria, che il Gonzaga per dare compiuta esecuzione a tutto il prescritto. I lavoratori vennero triplicati intorno alle navi, che calefatate e munite d'ogni specie d'attrezzi, fecero ben tosto in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del contado furono posti in obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i capitoli, le chiese stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie o danaro da pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale enorme aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più luoghi, già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando l'arrivo di quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano Alonzo Canto, ponendo in tema i più arditi e furiosi agitatori della plebe, sedò e fece sparire ogni sintomo di ribellione.
Dopo quella prima banda giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano di giustizia e commissario generale del campo per il Duca; con esso lui vennero da Milano i provveditori della milizia seguiti dai carri che recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto scorta di cinquecento e più fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli. Arrivò poscia il Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo battaglione d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte artiglierie, e finalmente un centinaio di Lancie libere, ch'erano così detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca, che si recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed i paggi col proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo scudo, sul cimiero o la sopravveste quegli stemmi od imprese che meglio bramavano.
Poichè tutta l'armata si fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii nel palazzo del Governatore, chiamarono quivi a conferenza il Gonzaga e gli altri principali Capitani per deliberare in pieno consiglio del modo da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde far seguire un assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva. In quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti o condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi essere dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i progetti ed i piani di battaglia che vennero quivi proposti e discussi talora con moderate, ma più spesso con caldissime parole. Coloro che non s'erano trovati mai a giornata campale contro Gian Giacomo, siccome il Commissario spagnuolo e molti de' Capitani di recente venuti in queste terre d'Italia, opinavano che vincere e disperdere quel branco di banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa impresa per tanti e sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano in allora colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e combatterlo. Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti di squadre che avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne conoscevano la potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal uomo da dare una rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse venire seco lui a zuffa disordinatamente e senza un ponderato e perfetto accordo d'operazioni, ed in ispecial modo allora che trovavasi favorito dal luogo e già in possesso delle più vantaggiose posizioni.
Dom Lorenzo Mugnez Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano Gonzaga, ed asserì con tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni studio dovere, ogni sagrificio necessità allorchè trattavasi di soddisfare i desiderii e il volere della Maestà dell'Imperatore, Re delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e del Generale supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto e prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e difficoltà di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più sperimentati, che si dovessero prendere tutte quelle accurate ed opportune misure che valessero ad assicurarne prospero il risultamento. Accedettero i dissidenti all'avviso dello Speziano sulla necessità d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si diè principio a discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali ostacoli e dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione. E qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche migliaia di combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il capitanarne un mezzo milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense squadre di fanti e di cavalli s'avanzano, retrocedono, si volgono a destra o a mancina ad un cenno, ad una parola di speciali comandanti che tutti pendono pure da un segno, da un moto d'un duce supremo, il quale stando a centro della grande massa armata imprime a tutte le parti di essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato concatenamento di comandi opera è tutta della attuale soldatesca disciplina e dei moderni militari istituti, condotti a perfezione dal calcolo, dalla sperienza, dal genio dei sommi capitani di cui fu ricca l'età nostra, in cui si videro e si mirano tuttora eserciti infiniti essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un numero immenso di volontà e di forze venire spinte, frenate, dirette a desiderio d'una volontà e d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle armate presiedesse un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le componevano non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla cieca: alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale il forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la tenuità dei governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso alle rivolte, ai tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per evitare difficoltà maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a perfetto accordo co' suoi capitani e di tutto seco loro tenere anticipato consiglio.
Così dopo avere ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le voci, si venne in quella adunanza di Commissarii e di Capitani a stabilire alla fin fine il seguente piano di battaglia.
"Ciascuna delle dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di Como verrebbe armata di quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini d'armi, cioè venti bombardieri e venti archibugieri, oltre dieci rematori e un pilota; ad ogni nave presiederebbe un capo-bandiera, ad ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga terrebbe il supremo comando quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.
"Questa partirebbe una prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in vista di Musso ove accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse parata in ordinanza a presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo del Castello se non ne fosse ancora uscita.
"Alonzo Canto con cento Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine andrebbe a bordo della flotta sino a Bellaggio, ove, messo a terra, occuperebbe il promontorio postando le artiglierie in modo da impedire il passaggio alle navi di soccorso che potessero essere spedite al Medici da Lecco. Tridelberg con duecento lanzinechi, tre bandiere di cavalli, cinquanta Lancie libere, movendo per la Brianza, andrebbe a sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano; mentre Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le guarnigioni, impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni possibilità ai nemici di comunicazioni e d'aiuti.
"Nel frattempo que' Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in quell'adunanza un Commissario) i quali stavano in grosso numero accampati presso il Lago di Chiavenna, penetrando per le valli secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di Musso il mattino stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero d'artiglierie che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare, e di là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso, Gravedona, Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel Castello se ne venisse il destro".