Chiaro apparisce da tale progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci spagnuolo-ducali d'assalire le forze di Gian Giacomo partitamente sui diversi punti in cui si trovavano sparse, per isolare quanto più loro fosse possibile quelle che si stavano con esso lui a Musso, contro le quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con impeto vigoroso verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile dei due casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta Comasca uscivale allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il combattimento era nel massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni calando dai monti penetravano senza ostacolo nel Castello indifeso, e fattisene padroni, toglievano ogni speranza di ritirata e di rifugio al Castellano, le cui milizie, sminuite dalla battaglia, scoraggiate alla vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue torri, sarebbero compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta vittoriosa: o Gian Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non osava abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de' condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni parte, la diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui rimarrebbero sepolti gli ostinati difensori.
Quanto s'avverassero questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra poco i nostri lettori: che se tra questi mai vi fosse alcuno edotto per lunga esperienza nelle cose della guerra, nella quale tanti uomini vennero educati al principio di questo secolo, pensando e rammentandosi quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano impero, più che sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con giusta lance ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.
CAPITOLO SETTIMO.
Gualtiero. Ma dî, che fa Imogene?
Mi è fida ancora? d'ogni nodo è sciolta?
Solitario. Lasso... e pur pensi!
Gualtiero. A lei soltanto. Ascolta!
Nel furor delle tempeste,
Nelle stragi del Pirata
Quell'imagine adorata
Si presenta al mio pensier
Come un angelo celeste
Di virtude consiglier.
IL PIRATA, Dramma.
Rapida, rasente il lido una barca vogava alla volta di Musso prima che la stella del mattino che brillava a filo delle nere vette dei monti illanguidisse interamente nella luce della nascente aurora. Era la barca di Falco in cui stavano con esso sei de' più fidi e valorosi tra' suoi pirati da lui trascelti a commilitoni.
Sul breve margine arenoso che cinge il piede alla rupe di Nesso, due donne, l'una all'altra d'accanto, miravano attente ed immote quella barca che s'allontanava, nè di là si rimossero sin che non fu sparita dietro gli sporgenti scogli della spiaggia, e sinchè non scomparve ben anco dalla superficie delle onde la increspatura prodottavi dal battere dei remi: allorquando le acque ridivennero piane ed oleose, nè giunse più al loro orecchio la cadenza della voga, nè il bisbigliare dei partenti tra loro, si mossero dal lido ponendosi a risalire a lenti passi l'erto sentiero che guidava alla sommità della rupe. Erano Orsola e Rina che discese dall'abituro ad accompagnare Falco al battello, condotto colà dai compagni salitivi nella vicina Nesso, avevano a lui dato un angoscioso ripetuto addio, poichè sapevano dover esso rimanersi lontano assai più del consueto da che era divenuto Capitano di nave del Castellano, come egli stesso aveva loro narrato ne' giorni antecedenti appena si fu retrocesso da Musso.
In que' primi momenti di nuovo abbandono, mille pensieri tra consolanti e tristi agitavano ad Orsola il cuore. Ora la di lei fantasia esaltata per l'onorevole grado di che le ritornò fregiato il marito, e la cui importanza ella non sapeva a se stessa ben definire, fecondando il futuro di prosperi avvenimenti, si riempiva delle dolci illusioni di potenza, di ricchezza, di vendette soddisfatte, di fortunato cangiamento di sorte: ora la possibile necessità di questo stesso cangiamento le incuteva una anticipata desolazione. Dolorosi pensieri le passavano eziandio come lampi nella mente d'una sproporzione di stato tra lei e il marito: Falco non era più il libero guerreggiante battelliero che dopo avere spinta la sua temuta nave su tutte le acque e presso ogni lido del lago, tornava colla preda alla patria rupe, unica meta de' suoi pensieri e de' suoi fatti: esso ora s'aveva novelli rapporti di specie della prima affatto diversi, il suo cammino rimaneva prefisso, le sue azioni da un altrui comando dipendevano, quindi alla sede del potere che il dominava tenere doveva rivolta la mente sua, e più nessuna attrattiva s'avrebbero per lui, da sì importanti interessi divagato, la sua capanna e la sua montagna. Orsola a tali idee sentì piombarsi in cuore un sentimento di solitudine, che la prima fiata da che albergava colà le fece rassembrare il suo casolare troppo isolato e discosto dalle abitazioni degli altri terrazzani. Così trambasciata disse sempre salendo alla figlia: "Vorrei, o Rina, che la nostra capanna si trovasse più vicina alle case di Nesso, poichè anche tuo padre ha sospetto che il rimanerci qui tanto solinghe possa esserci cagione di qualche sventura. Egli adesso si starà molti e molti giorni in quel Castello di là su, e noi ci rimarremo qui come perdute su questi scogli. Lo hanno fatto Capitano di nave: ma forse che la sua vita sarà per tal modo più sicura? O non sarà desso così esposto ai colpi d'un maggior numero di nemici? Ei disse che verrà giorno in cui, scacciati dal lago tutti i Ducali, scenderemo ad abitare un popoloso contado ove vivremo come castellane, nè esso scorrerà armato pel lago fra rischii estremi... ma intanto... egli è lontano... e noi qui sole..."
La voce d'Orsola s'affievolì a queste parole quasi non osasse proseguire per tema di fare un'involontaria accusa al marito dell'averle abbandonate. Rina nulla a lei rispose, se non che essendo allora giunta sul piccolo piano ove s'alzava il loro abituro, soffermossi d'un tratto perchè al di là del fosco dirupo vide sulle acque la barca del padre e de' suoi compagni, e vivamente l'affisò mostrando di seguirla col desiderio nel suo veloce corso; ma alzato lo sguardo per mirare verso il luogo ov'essa era avviata, abbassò tostamente le pupille e rimase in un atto di tenera mestizia. Col capo lievemente inclinato, colle nerissime chiome che non ancora addirizzate ombreggiavanle le guancie, fatte all'improvviso del candido colore dell'alba già sorta, e le ricadevano morbidamente sul collo e sul seno, le cui perfette forme non erano punto alterate dal corsetto e dal lino che il ricoprivano, coll'uno de' bracci steso lungo la persona e l'altro raccolto al petto, essa rassembrava a quelle angeliche sembianze che sogliono talora apparire ne' sogni di un'anima che langue di pietà o d'amore. Ma questo pensieroso atteggiarsi di Rina fu per dolore che l'assalì del lungo distacco del padre? fu per consentimento all'agitata fantasia della madre? Ah no: esso palesava una commozione del cuore più potente e secreta. Quante volte da breve volgere di giorni mentre seduta sotto il vecchio castagno attendeva a femminile lavoro, le rose del suo viso avevano subitaneamente impallidito, l'ago s'era arrestato infitto a mezzo nella tela e i suoi neri occhi parlanti erano rimasti fisi a lungo e immotamente al suolo! Allora il suo spirito errava per le piagge del lago che gli alti monti chiudevano al suo sguardo, allora l'immaginativa le creava un castello ampio, sontuoso, fra tutti i di cui potenti abitatori però uno solo ella scorgevane, d'uno solo le pareva distinguere i passi e le parole. Le forme del giovinetto straniero le stavano incessantemente dinanzi, poichè nulla che fosse bello e soave al cuore poteva avere per lei altre sembianze che quelle di Gabriele, le quali avevanle infuso un sentimento d'inesplicabile voluttà tanto per lei più puro ed arcano, in quanto che sparita rapidamente la realtà dell'oggetto che ne era la causa, nella impressione che in lei durava s'era frammista una melanconia che le traeva l'anima soventi in quel vago misterioso della speranza, ove gli affetti della terra sembrano tramutarsi nelle perenni gioie del cielo.
Distolse Rina dall'intimo immaginare la voce di Orsola, che pervenuta alla capanna, dischiudendone la porta, esclamò: "Io m'ho il tristo presentimento, e Dio voglia che si smentisca, che la venuta qua su di quegli stranieri liberati da Falco ci debba essere cagione di qualche gran danno! Ben ti sovvieni che per essi loro la comare Imazza perdette l'unico figlio Grampo: chi sa quella maledetta vecchia quali stregamenti ha fatto per vendicarsene. Il sole che sorge la coglie forse presso le grotte della montagna intenta a fare sparire col suo bastone le orme lasciate dalle unghie dei demonii che si saranno raccolti questa notte intorno ad essa". Rina provò sommo spavento a tai detti, ed affrettossi ad entrare nell'abituro rammentando alla madre che nè l'una nò l'altra avevano ancora pronunciate le preghiere del mattino.
La barca di Falco correva intanto celeremente sulle onde. Stava desso ritto presso la prora, appoggiato al suo moschetto, mirando i suoi compagni pirati; due de' quali, che erano Trincone e Guazzo, remigavano, e quattro stavano seduti ai lati del battello, tenendosi ciascuno d'accanto il proprio archibugio. Questi, uomini tutti nerboruti e infaticabili, mostravano visi fieri colla pelle arsa dal sole e dalla polvere, vestivano casacche di lana di colore sanguigno serrate loro ai fianchi da larghe cinture di cuoio, da cui risortivano impugnature di coltelli e spuntoni; il loro capo era coperto da berrette brune pure di lana, lunghe, ricadenti sugli omeri, sulle quali riponevano talora larghi acuminati capelli che celavano ad essi metà del viso.