"Evviva loro! lascia, mio bravo guerillero, che ci vadano pure, gridò Alvarez Carazon prendendo gioiosamente la mano di Falco. A Monguzzo c'è Battista, buon soldato, sai tu, e furbo, che se ne ride del Moro di Marocco; a Lecco me ne andrò io, e voglio vuotare tanti bicchieri quante teste vedrò fracassarsi contro le barricate del ponte d'Adda: quando ci ha da... (ed alzò il braccio con stretto il pugno e il pollice teso accennando alla bocca) un Catalano porta sempre con se buona fortuna. Io sono stato anni sono in un paese di là del gran mare che c'è dalle nostre parti, in un paese strano, vi dico, dove l'oro è sparso a bizeffe, ma dove non si trova una goccia di vino. Oh se vedeste che razza di gente, che qualità di serpenti e d'animali si trovano colà! Gli uomini e le donne vanno nudi, e non hanno che una fascia di penne intorno ai lombi ed un'altra in giro sul capo; sono cani ostinati che non vogliono saperne nè della croce nè di san Giacomo di Compostella, per cui noi quanti ne potevamo incontrare, tanti ne ammazzavamo per ridurli alla fede. Ora voglio contarvi un caso singolare che mi è accaduto in quel paese, per farvi conoscere come un fiaschetto di Malaga portato per accidente dal vascello abbia salva la vita a me ed a dieci altri Spagnuoli. Entro un foltissimo bosco sulla riva d'un lago che chiamano... aspettate... chiamano di Mexico..."

"Il tamburo, il tamburo, gridò il Mandello, uditelo, annunzia la venuta del signor Castellano: ei s'arreca in questa sala per darci gli ordini suoi e parteciparci le notizie venute da Como". Dolse ad alcuni di que' Capitani più amici delle venture del vino che di quelle delle armi, che la narrazione del Catalano venisse tronca, e più a lui stesso, che era di natura cicalone, massime ragionando di fatti che lo risguardavano, ma piacque al maggior numero che a quelle inutili ciarle preferivano il conoscere quali fossero per essere le disposizioni che si darebbero dal Medici loro capo e signore, sulla cui perizia delle cose guerresche s'avevano somma fidanza, e tanto più nelle circostanze difficili, nelle quali estimavano che la di lui sagacità s'addoppiasse a pro comune, avendo l'interesse proprio a quello di ciascuno di loro strettamente collegato.

Annunziato dai tamburi delle squadre del Forte, e preceduto dal Borserio e dal Sarbelloni, entrò il Castellano in quella sala avendo al suo fianco il confidente Pellicione, il fratello Agosto ed il conte Volfango d'Altemps. Tutti i Capitani si raccolsero in cerchio intorno a lui rimanendo nel più perfetto silenzio. Gian Giacomo, posata la sinistra mano sull'elsa della spada, curvato l'altro braccio sul fianco, tenendo ritta la persona ed alta la testa, col viso animato da straordinaria energia e intrepidezza: "Miei Capitani, disse con voce forte e gioiosa, vi do il grato annunzio che il secondo giorno che sorgerà sarà il dì della tanto aspettata battaglia. Tutti i movimenti che si faranno dai nostri nemici mi sono già perfettamente noti, e i più recenti avvisi non mi lasciano ormai alcun dubbio anche sulle più minute particolarità del piano di battaglia che verrà seguito dai Capitani Ducali. Il palesare a voi ch'essi spiegheranno tutte le loro possibili forze per vigorosamente assalirci, non è che dimostrarvi in qual alto conto ci tengono. Nostro impegno però sarà il provare ad essi che si sono ingannati, credendoci soltanto possenti e gagliardi: debbono venire da noi costretti a stimarci a fronte loro invincibili. Tutte le nostre navi sono allestite, i soldati pronti, e le bande delle nostre terre più discoste, già pervenute a Musso e poste in armi, non attendono che l'istante del combattere. Fuorchè cinque di voi che ho destinati a fazioni di terra, e tu, fratello Agosto, che col conte d'Altemps ti rimarrai a comando ed a guardia di questo Castello, gli altri tutti mi seguiranno ad incontrare il nemico sul lago. Do frattanto ordine espresso che nessuno de' miei comandanti possa uscire dalla fortezza se non dietro mio cenno o del mio luogotenente (ed additò il Pelliccione), cui ho dato l'incarico d'indicare a ciascuno di voi la nave e gli uomini che gli vengono assegnati a condotta, il posto che gli converrà tenere ed i segnali cui dovrà ubbidire nella battaglia. Tu, Alvarez, partirai quest'oggi stesso per Lecco, conducendo colà bombarde e munizioni che ho già fatte disporre sulla nave di Pirro Rumo; quivi il capitano Amadeo ti cederà il comando del Castello e del ponte, che tu difenderai da tuo pari; siccome il presidio di là giù è assai numeroso, farai salire trenta uomini sulla nave di Pirro, che, retrocedendo ben tosto, raggiungerà con essi la flotta. Tu, Luca Porino, ritornerai questa notte a Corenno, e di là ti recherai con metà di tua schiera a munire il passo d'Olgiasca, e manderai il Gatto col rimanente delle barche a Varenna, ove gli ordinerai di fare trascinare le artiglierie sugli scogli, appuntarle verso il lago ed adoperarle coll'usata bravura a tempo opportuno. Pietro Polto si recherà con cinquanta Pievesi nel Castello a Gravedona, e Lodovico Bologna a Rezzonico: là troverete armi e provvigioni; custodite diligentemente il passaggio. Alla tua brigata di cacciatori, o Mattia Rizzo, cui non piace lo starsi sull'acqua, ho prefissa un'incombenza degna di te e di loro. Andrete sull'alto dei monti ad attendere al varco non faggiani o camosci, ma orsi fieri e rabbiosi, cui son convinto non cederete il dominio della montagna; quando starai per partire ti darò il comando d'un buon drappello di uomini d'armi e di guastatori che ti gioveranno all'impresa. Quanto volentieri, o Falco, darei a lui per compagno anche tu stesso, poichè so qual terrore incutano ai Grigioni le stelle lucenti del tuo berretto: ma non vo' privare la flotta d'un comandante par tuo; tu devi nella battaglia rimanerti colla nave a fianco di quella del mio Gabriele, e la Salvatrice, guidata da te, non può smentire il suo nome".

Qui fece un istante di pausa, e tosto nacque un generale bisbiglio a comento de' suoi detti, ma dato un segno colla mano e ricomposti tutti a silenzio, riprese: "S'io presentemente dubitassi della vittoria avendo voi per capitani, e per soldati uomini sì fidi ed esperimentati quanto lo sono i nostri, farei il più manifesto torto al coraggio ed allo splendido valore di tutti. La serie delle nostre battaglie fu una catena di trionfi: questa, che sarà forse la più grande d'ogni altra, dee coronarci della massima gloria, per cui può essere accertato l'assoluto decadimento de' nostri nemici, l'ingrandimento della potenza di Musso sul lago, e l'obbedienza dell'orgogliosa Como alle nostre bandiere".

In così parlando sfavillava di fuoco guerriero al Medici lo sguardo, e pari ardore agitando i suoi Capitani, ad una voce applaudirono a' suoi detti, gridando: "Viva Musso, viva Medici; morte ai Ducali", e tali viva vennero ripetute sin che Gian Giacomo, uscito dalla sala d'armi, non si fu condotto di nuovo nelle sue stanze; dopo di che que' guerrieri, abbracciandosi per contentezza tra loro e ripromettendosi ogni buona ventura, si dispersero per il Forte, ove a tutto quanto poteva ad essi abbisognare in cibi, bevande ed alloggiamenti era stato per cura del Castellano abbondevolmente provveduto.

Di qual modo il Medici possedesse una compiuta conoscenza del piano di guerra adottato dai Ducali, agevolissimo si è lo scoprirlo ove si ponga mente al molto numero delle persone che ne dovettero essere poste a parte. Le spie che Gian Giacomo manteneva in Como, oltre i partitanti suoi che si stavano colà, avevano avuto cento mezzi d'essere esattamente istruiti di quanto si tramava, e di trasmetterne quindi a lui le più minute relazioni. Anche Battista mandava da Monguzzo a Como i suoi esploratori, e da questi appunto avendo ricevuta la notizia del giorno stabilito per l'uscita della flotta Comasca nel dì stesso che fu dai Commissarii Ducali prefisso, spedì immediatamente il servo Daniello Perego qual messo, colle lettere per avvertirne il fratello. Non distraendo che pochissime forze, Gian Giacomo distribuendo nel modo da lui accennato i suoi Capitani, provvide alla sicura difesa dei punti principali de' suoi dominii sulle due sponde del lago. La più considerevole di tutte per la qualità ed il numero degli uomini era la spedizione ordinata a Mattia Rizzo donghese, spedizione importantissima, perchè doveva impedire alle truppe della Lega Grisa d'occupare le sommità dei monti, e di discendere quindi verso Musso o verso il Castello. A norma dei comandi di Gian Giacomo, Rizzo dovea condursi sulle alture della soprastante montagna, appiattare la squadra d'uomini d'armi e di guastatori presso il luogo ove vedrebbe avviarsi dall'opposta valle i nemici, e distribuiti pei dirupi circonvicini i suoi cacciatori, pratici da lungo tempo di quelle ertezze, attendere il giusto momento in cui gli Svizzeri si trovassero maggiormente imbarazzati e stanchi dell'aversi tirate là su a sommo stento le artiglierie, piombare loro addosso, e ricacciarneli in fondo. Viveva certo il Castellano, che condotte le cose in tal maniera, la sorpresa, la lassezza del nemico, le naturali difficoltà dei luoghi avrebbero assicurato l'evento. Nella pugna navale s'aveva pure grande speranza di vittoria, perchè fatto calcolo di tutti i suoi mezzi, gli risultavano superiori a quelli dei nemici: Lecco e Monguzzo stavano nelle mani di Capitani avveduti ed impavidi; quindi non dubitava quasi che il complesso delle cose non fosse per essere a lui favorevole: per ciò quantunque la necessità di provvedere a mille bisogna, d'ordinare, far disporre, dirigere, esaminare le opere eseguite il tenesse in continua agitazione e fatica, pure la mente sua mostravasi nè abbattuta nè depressa nè agitata, che anzi ilare ed in lieto aspetto presentavasi a' suoi capitani e soldati, gli uni e gli altri intrattenendo, più che non fosse da pria assueto, con giocondi motti e famigliari richieste.

Quel giorno medesimo partì dal Castello, come venne ordinato, sulla nave di Pirro Rumo, il capitano Alvarez per alla volta di Lecco: al principiare della notte partirono pure i capitani Porino, Polto e Bologna, ed in ora più avanzata Mattia Rizzo co' suoi cacciatori ed i soldati. Verso il mezzodì del giorno seguente tutti i lavori d'attrezzo e di carico intorno alla flotta erano compiutamente finiti, ed ogni armamento messo in perfetto sesto, onde i capitani, i soldati ed i rematori non si diedero altro pensiero pel rimanente della giornata che di nutrirsi e starsi in riposo.

Gabriele, dopo avere passato il giorno intero insieme agli altri Capitani, sul far della sera ridottosi da solo con Falco, gli disse che pria di recarsi a giacere quell'ultima notte innanzi la battaglia, voleva andare a prendere congedo da una persona che stava nel Forte, per cui s'aveva molto affetto e stima, e questa si era il suo maestro, Messere Lucio Tanaglia, di cui aveva esso pure conoscenza. Falco disse che si rammentava assai bene del signor Cancelliere che non aveva sdegnato di prendere asilo nella sua capanna, che si maravigliava anzi di non averlo ancora incontrato nel Castello, e che lo avrebbe volentieri accompagnato da lui onde dargli esso pure un cordiale saluto.

Il povero Maestro Tanaglia, dopo la fatale catastrofe da noi narrata, in cui s'aveva avuta involontariamente una tanta parte, preso con frequenza da tremiti, febbri e convulsioni, non era presso che mai uscito dalla sua cameretta contigua alla cancelleria del Castello, se non per recarsi in questa a stendere le ordinanze di Gian Giacomo, ciò che però gli costava grandi sudori, poichè dopo un tiro di quella sorte, come diceva desso, aveva perduta interamente la testa.

Entrati in un corritoio ed ascesa una picciola scala, Gabriele e Falco giunsero all'uscio ben chiuso del Cancelliere, ove il primo battendo moderatamente, per risparmiare inevitabili domande disse tosto con chiara voce: "Aprite, Maestro, che sono Gabriele, venuto a darvi la buona notte". Dopo pochi istanti si fece sentire uno strascico di pianelle, e s'udì levare la spranga e dischiudere il chiavistello, indi apertasi lentamente la porta, apparve Messere Tanaglia tenendo una lucerna nella sinistra mano, facendo della destra scudo al lume verso di sè e riverbero sugli entranti: "Siete voi Gabriele?" pronunciò con una voce stentaticcia, sporgendo la testa verso di lui per meglio riconoscerlo, ma la ritrasse tosto indietreggiando due o tre passi, esclamando spaventato: "Ohimè! chi è là! cosa volete! sono ammalato! andate via". E la causa di tale suo terrore fu la vista di Falco ch'ei punto non riconobbe. Così avviene talora ad un timido cittadino, che posando per avventura in albergo da villaggio ode raschiare alla mal ferma porticella della stanza assegnatagli, ed ei s'affretta ad aprire credendo sia un figliuoletto dell'oste o il domestico gatto aspettatore dei minuzzoli della cena, ma vede all'incontro affacciarglisi un gran mastino con occhi rossi, con collare a punte di ferro che entra snodando la lunga coda leonina.