"Ma che! disse Gabriele, voi v'intimorite? non conoscete dunque Falco, il nostro amico, il nostro liberatore?" "Sì, son io, signor Cancelliere, che vengo pel desiderio di dargli un saluto in memoria di quella notte passata nel mio abituro, e vederlo anco una volta prima di domani, in cui tante conoscenze verranno troncate". "Ah! siete voi quel... quel brav'uomo di Nesso, vi ringrazio, vi ringrazio: entrate pure, sedetevi là: perdonatemi se non v'ho ravvisato alla prima, è colpa del lume che suole alterare le fisonomie". Entrarono Falco e Gabriele, e messere Tanaglia, serrata di nuovo diligentemente la porta, posò la lucerna sullo sporto d'un leggío che sosteneva un gran libro in pergamena tutto dipinto a stemmi e simboli araldici, indi si assise nel seggiolone che vi stava dappresso, fattisi sedere a rincontro i due venuti a visitarlo.
Lo scarmo viso fatto più pallido dal poc'anzi concepito spavento, la barbetta ed i capegli incolti, una zimaraccia nera che, sdruscita e rattoppata in più luoghi, sembrava scritta d'arabiche cifre, davano a Maestro Lucio il vero aspetto d'un negromante, e pareva che non gli mancasse che la magica bacchetta con cui toccando quel gran libro che gli stava allato far nascere incanti e prodigii. E ben può dirsi che a Falco passassero somiglianti idee pel capo, poichè appena si fu colà seduto, girati gli occhi a quel volume, intorbidossi in volto, e li ritraendo quasi con orrore, avrebbe forse cercato d'uscire tosto di là, se mirando Gabriele, dalle belle e soavi sembianze di questo giovinetto atteggiate ad una placida calma, ed all'espressione di un sentimento affatto opposto al terrore, non gli fosse stato all'istante dissipato dallo spirito, troppo agevolmente suscettivo di strani e pregiudicati pensieri, ogni sospetto di stregoneria. Maestro Lucio, ben lungi dall'immaginare quali cose intorno a lui si volgessero nella fantasia di Falco: "Dunque domani, pronunciò con voce un po' tremola ma pacata, è proprio vero che vi deve essere battaglia? Già me lo avevano fatto supporre le lettere di richiamo ordinatemi giorni sono dal signor Castellano ai condottieri di truppe delle vallate, e l'affaccendamento in cui vedeva dal mio finestruolo tutta la gente del Castello e del Porto. Chi sa quanti poveri meschini vi lasceranno la pelle! però non dico che non s'abbia a fare, anzi è una cosa necessaria, necessariissima: fate assai bene a darla ad intendere a quei prepotenti di Ducali: così Dio volesse, che li costringeste una volta a starsene in pace". "No, no, non vogliamo pace, l'interruppe Falco, sinchè uno solo di loro rimane sulle sponde di questo lago".
"O certo, certo, ripigliò messer Tanaglia, diceva per dire..."
"State pur lieto, Maestro, l'interruppe Gabriele, perchè passato domani non udirete sicuramente per lungo tempo altri spari d'artiglierie che quelli che si faranno per allegrezza o per festeggiamento".
"Così desidero appunto che avvenga, rispose il Cancelliere, perchè in tal modo non ci occorrerà più di far mettere a pericolo la vita dei nostri amici, o Falco, per venire a trarci dalle unghie di quei birbi che ci avevano proprio aggrappati come leprotti da mettere allo spiedo. Mi ricordo ve' di quella notte così fatta. Che burrasca! e quel dirupo per cui mi faceste salire? Oh! se non era la vostra brava figliuola a farmi un po' di lume, per me era spedita: ma, a proposito, come sta quella bella fanciulla? e sua madre è ella ancora sì spedita e rubiconda?"
Una scintilla che tocca ed incende non produce sì grande e rapido effetto, come tale inchiesta al cuore di Gabriele: un indomabile commovimento lo scosse, sudò tutto e si coprì di rossore, poichè sembravagli che il Cancelliere gli avesse letto nell'anima, giacchè aveva pronunciate le parole che egli ardeva di proferire e che pure non aveva osato mai di fare. Cogli sguardi scintillanti di desiderio, le labbra semichiuse per l'intensa attenzione, raccolse la risposta troppo breve di Falco che disse: "Lasciai Rina e sua madre oggi a mattino sane e vigorose, e tali spero ritrovarle al mio ritorno alla rupe".
A queste succinte parole, ma che pure contenevano il nome di lei pronunciato dal padre, parve a Gabriele rivederla, accostarlesi, e sentì un prezioso soddisfacimento al cuore, per cui rimase assorto nelle più care e deliziose idee. Falco si restò muto anch'egli e pensoso, ma per assai differente cagione, e volendosi distrarre dalle angosciose riflessioni che lo assalirono, s'alzò per chiedere commiato al Cancelliere.
Levossi da sedere questi pure, e Gabriele già da tanti sentimenti intenerito, pria d'uscire, abbracciollo con affetto figliale, dandogli con voce quasi rotta dal pianto l'addio. "Addio, rispose non senza una sincera commozione Maestro Tanaglia, addio, mio caro figliuolo: che Sant'Ambrogio vi protegga nel giorno di domani: ricordatevi di non esporvi troppo; abbiate giudizio; tornate sano e salvo dal vostro maestro, che se il cielo gli dà vita e quiete ha ancora molte e molte cose da insegnarvi, che sin ora per le altre vostre faccende si sono dovute mettere da parte. Addio voi pure, mio Falco (e si strinsero amichevolmente la mano), abbiate cura di questo giovane; non lasciatelo precipitare, e se me lo ricondurrete bello e robusto come ora si trova, vi formerò e vi regalerò lo stemma di vostra famiglia". Falco pronunciò un maschio addio, e presosi per mano Gabriele, il guardò con una fiera sicurezza che tutto esprimeva l'interesse e la premura che prometteva a quello, alunno del Cancelliere, e fratello del suo Signore. Uscirono così entrambi dalla cameretta di Maestro Tanaglia, che udirono rinchiudere tostamente, e pei porticati ed il cortile del Forte, già fatto silenzioso ed oscuro, pervennero alle loro stanze di riposo.
CAPITOLO OTTAVO.
Cadon le schiere d'ogni orgoglio emunte,
Difese invan dall'orrida mitraglia
E dal filo dei brandi e dalle punte.
Che in mezzo ad esse rapido si scaglia
E tronca e fora e penetra e calpesta
Sin che l'ultime file apre e sbaraglia;
Poi sotto la vulcanica tempesta
Assal col brando nella destra eretto
De' grossi bronzi la trincera infesta.
GIANNI. La Battaglia di Marengo.