Fittissime regnavano le tenebre, chè prossima non era ancora la luce mattinale di quel dì ventun agosto 1531, allorchè una fiaccola brillò all'improvviso sull'alto della torre del Forte; subito dopo l'apparizione di tal lume partì un colpo di bombarda dalle batterie delle Case del Marasciallo poste a piè del Castello. Un suonare rapidissimo di tamburi eccheggiò dietro questo segnale, ed il rumoreggiare di que' ripercossi strumenti di guerra si diffuse in pochi istanti dal Forte alle Rocche, da queste al Porto e dal Porto alle strade della vicina Musso e di Dongo. Cento e cento lumi si accesero e si sparsero ben tosto per tutta la Fortezza, lungo il lido, e sulle navi, poichè nessun uomo fu tardo ad allestirsi e porsi in armi al battere di quella diana. Tutti i Capitani, precedentemente istruiti di quanto avessero ad operare, uscirono dal Castello e si posero ciascuno a capo della squadra per condurla al Porto mano mano che veniva sgombrato, e farla salire sulle navi o grosse o minori secondo che ne avea ricevuto il comando.
Il Pellicione ed il Borserio con varii capi-bandiera e sergenti, postisi innanzi a tutti presso le sponde, sopraintendevano allo ordinato imbarcarsi de' soldati ed alla regolare distribuzione di essi sopra la flotta. Due grandi fuochi accesi sulle opposte estremità dei moli spandendo un chiarore rosseggiante, rischiaravano tutto il Porto, le acque ed i legni ivi adunati, e davano comodità alle schiere di salire dalla ripa ai battelli, da questi agli elevati bordi delle navi, senza che nascessero confusioni, abbagli o sventure.
Falco trovò vicini al Porto i suoi sei compagni e seco li condusse sulla Salvatrice, su cui montò pure una banda eletta di cinquanta uomini d'armi che Gabriele pose sotto il suo comando, pria di ascendere colla propria brigata la nave l'Indomabile che sorgeva accanto alla Salvatrice.
A capo dell'ultima schiera che uscì dal Castello apparve fra mezzo a numerose ardenti fiaccole Gian Giacomo, coperto d'intera armatura, coll'elmo lucentissimo sormontato da bianche penne. A fianco a lui stava il vicario del Castello, Teodoro Schlegel, abate di Dares, in auree vesti sacerdotali, preceduto da varii camilletti in bianche stole, l'uno de' quali recava un crocifisso d'argento, ed un altro la sacra martinella da sospendersi all'albero del brigantino: davanti ad essi procedeva un gonfaloniero armato che portava il gran vessillo mediceo coll'asta dorata. Il brigantino era stato, per quanto il concedeva il basso fondo delle acque del porto, accostato al molo, ove la ciurma aveva gettato un ponte mobile onde renderne comodo l'accesso, togliendo la necessità di salirvi dai fianchi; entrarono da tal ponte nella nave il Castellano, il Vicario coi chierici, il Pellicione e gli altri capitani che seguivano Gian Giacomo, e finalmente il gonfaloniero con tutti i soldati. Quando il supremo comandante trovossi a bordo del brigantino, i rematori levarono il ponte che l'univa al molo, e cautamente sospingendolo, lo mossero e uscirono dal porto.
Il Borserio, che, montato sul Busto di ferro, aveva il comando dell'antiguardo della flotta, veduto il brigantino movere al largo sventolando il vessillo alla sommità dell'albero, diè il segnale della partenza, e tutti i legni sì grandi che piccioli che componevano la flotta di Musso, spiegate le vele e dati i remi alle acque, salparono di conserva con infinito mormorío delle onde percosse e rotte da tante prore.
Le aure notturne spirando da settentrione favorivano il veleggiare verso mezzodì della classe medicea, per cui al primo diradarsi dell'oscurità essa era di già pervenuta all'altura di Rezzonico, e quando il sole, spuntando dietro i monti di Lecco, vibrò i suoi primi raggi sui liquidi piani del Lario, illuminò quella flotta, che, passate le acque di Sasso-Rancio, progrediva a gonfie vele ver' quelle di Menaggio. Giunta a poca distanza da questo borgo, un susurro improvviso si diffuse su tutte le navi, e ad un segnale dato dal brigantino, ripetuto dal Busto di ferro, si rattennero i remi, si ravvolsero le vele, e tutto il navilio mussiano arrestossi disposto in lunga fila siccome aveva viaggiato.
Era apparsa la flotta ducale, che, sprolungandosi tra Bellaggio e la Cadenabbia, s'avanzava lentamente a forza di remi, avendo l'aria di fronte. Distavano a quel primo vedersi l'una dall'altra le due flotte nemiche un miglio e mezzo all'incirca. Gian Giacomo Medici fece soprastare le sue navi un buon quarto d'ora, attendendo l'accostarsi dei legni ducali, ma sembrandogli che punto non s'inoltrassero, tant'era la tardità con cui procedevano, trovandosi esse sotto-vento, diede ordine a' suoi d'avanzarsi, ma a soli remi e senza foga. Quando però ebbe viste le navi comasche essere giunte presso il capo del promontorio di Bellaggio, fece dall'albero del brigantino porgere di nuovo il segno della fermata, ed altrettanto venne comandato ai ducali dal Gonzaga, che saliva la nave ammiraglia. Dopo questo secondo movimento le flotte si trovarono discoste un giusto tiro di cannone, ma per alcun tempo nessuna di esse volle incominciare l'attacco. Spiegato era il mattino, il sole ora splendeva in piena luce, ora appariva leggiermente velato dalle nebbie che posavano sulla sommità degli erti monti: azzurrine, ondeggiate stendevansi le acque che si frangevano mormoranti contro i numerosi legni che sostenevano. Le due armate, collocate paralellamente l'una all'altra di fronte, si guatavano immobili e silenziose in aspettativa ciascuna che l'altra desse principio al combattimento.
Le otto grosse navi medicee stavano d'un bel tratto distanti fra loro, poichè negli intervalli erano frapposte le borbote e le piatte, alcune però delle quali tenevansi in una seconda fila formata dalle scorribiesse e dai battelli. Il purpureo vessillo colle palle d'oro che sventolava sull'albero del brigantino, il quale sorgeva torreggiante in mezzo alle altre navi, avrebbe sufficientemente indicato che desso portava quegli che capitanava la flotta, se Gian Giacomo stesso, che tanto il suo quanto il nemico esercito riconoscevano alla splendidezza dell'armi ed alle candide piume del cimiero, non si fosse tenuto costantemente colla spada impugnata sull'alto della prora; intorno a lui si stavano i suoi principali capitani, ed una fitta schiera d'eletti soldati guarniva i bordi di quella nave, nel centro della quale vedevasi eretto l'altare, che, essendo su un palco elevato d'alquanti gradini, era veduto da lungi in uno col sacerdote che, prostrato innanzi ad esso, adorava l'argentea croce, a cui gli assistenti in bianche stole ardevano incensi. Tra i molti uomini però di che si vedevano guerniti i ponti delle altre grosse navi, e piene le barche minori del Castellano, pochi drappelli se ne scorgevano in totale guerriero abbigliamento; gli altri, benchè tutti in armi, non offrivano il vero militare aspetto dei soldati Ducali.
Le loro diciotto navi, pressochè tutte d'una portata, stavano schierate in una sola lunga linea: su ognuna di esse vedevasi inalberata la bandiera azzurra collo stemma sforzesco, e il loro legno ammiraglio non distinguevasi per altro che per avere lo stendardo più espanso e più ricco, e per portare intorno all'albero una gabbia, come sul brigantino mediceo, da cui due uomini con banderuole alla mano comunicavano i segnali alla flotta a norma dei comandi. Vedevansi i soldati disposti su queste navi in perfetta guerresca tenuta: sui lati di ciascuna di esse stava una squadra di alabardieri del Duca colle sopravvesti rosse e le penne del morione di simigliante colore; la prora ne era occupata da una doppia fila di moschettieri spagnuoli ed alemanni, i cui elmi, le corazze e gli alti archibugi, non portanti però la moderna baionetta, sfolgoravano allineati ai raggi del sole. Gli abitanti delle prossime terre del lago saliti sulle torri, e quelli delle valli accorsi alle vette dei colli e dei monti circostanti, prospettavano ammirati ed ansiosi quelle due nemiche armate, poichè giammai s'era veduto in quelle acque un numero tanto grande di legni starsi a fronte in sì potente e minaccioso aspetto.
Gian Giacomo, dopo avere atteso alcun tempo, vedendo che l'ammiraglio ducale non disponevasi ad incominciare la pugna, ordinò ad una borbota e due piatte s'avanzassero ed ingaggiassero il combattimento. Uscirono immediatamente queste tre barche di schiera, e inoltratesi a mezza gittata di cannone dal nemico, il comandante la borbota fece appuntare una bombarda, e ne spiccò il colpo. Un globo di fumo si sollevò, ed avvolse tosto quella barca, sperdendosi in forma d'una colonna biancastra. Il trambusto che si vide tra gli uomini d'una nave dell'ala destra ducale indicò che la palla aveva dato in quella; infatti essa stessa girò di fianco e ripostò due colpi; la borbota e le piatte replicarono subitamente. Gian Giacomo comandò s'avanzassero due altre borbote con quattro piatte: progredirono queste pure, e, unitesi alle altre, trassero di bombarda all'inimico. Con meraviglia però de' Mussiani, e non senza sospetto nel Medici di qualche stratagemma, che ne addoppiò la vigilanza, i Ducali ripostavano radamente e sempre dalla loro ala destra, la cui estremità toccava al piede del colle di Bellaggio. Le nove barche mandate innanzi da Gian Giacomo inclinarono inavvedutamente da quel lato che unico rispondeva al loro fuoco, e diedero così nell'agguato, poichè quando furono pervenute a buon tiro sotto il colle, smascheratasi su di esso una batteria piantata la notte dagli Spagnuoli, le colse fulminando sì in pieno, che tre piatte e una borbota sfracellate affondarono ad un punto solo, e le altre, eccetto sol una che rimasa incolume rapida retrocesse, guaste e spezzate, bersagliate di nuovo dalle batterie del colle e delle navi, non potendo nè governarsi nè reggersi, andarono a perdersi tra la flotta nemica.