Era nel frattempo sopraggiunto colà Gabriele, il quale veduto il brigantino alle prese col legno ammiraglio, spinse addosso a questi la sua Indomabile sì furiosamente, che l'urto ne li fece disgiungere gran tratto. Il brigantino approfittando di quell'intervallo, si mosse subitamente in senso opposto dell'Ammiraglio, e venne a porsi a poppa della nave del Nedena, contro cui gli fu agevole scaricare una salva d'artiglierie traforandola d'entrambi i lati.
Il Gonzaga, cieco di sdegno per l'urto dell'Indomabile che gli toglieva ogni speranza di trionfo, appena vide la propria nave arrestarsi, il che fu appunto a perfetto contatto di quella di Gabriele, comandò venisse tosto arroncigliata e fermata al suo bordo con catene, onde entrarvi immancabilmente e trucidarvi ogni persona. Non s'oppose Gabriele a chè le due navi fossero saldamente congiunte, ma quando fu ciò fatto, balzò egli pel primo sulla ducale, ed affrontò il Gonzaga, che gli si fece incontro ferocemente circondato da' suoi. Gli occhi di Gabriele scintillarono al mirarlo per ardore di vendetta e di gloria: precipitossi ver lui, ed i loro ferri lampeggiarono nello scontrarsi; arse subito la pugna intorno ad essi, e in mezzo a quella tremenda mescolanza d'elmi e di spade, l'elmetto d'argento e l'acciaro del giovinetto Medici vedeansi splendere e vibrarsi con impareggiabile destrezza.
Tutta la squadra dell'Indomabile s'era riversata sull'Ammiraglia, e combatteva con indicibile valore imitando il suo giovine capitano, imprudente però in quel fatto, perchè il numero dei soldati del Gonzaga essendo quivi di quasi una metà superiore al suo, per quanto intrepidamente ciascuno de' suoi pugnasse e vendesse cara la propria vita, ne rimase in poco tempo trucidata una gran parte, e l'altra era prossima a soccombere. Gabriele aveva portato un sì gran colpo di spada tra le ciglia al Gonzaga, che caduto questi immerso nel proprio sangue, era stato tratto fuori della mischia quando mandava gli ultimi aneliti; ma egli stesso vedeasi vicino a subire un'egual sorte, poichè chiuso in mezzo da un drappello d'inferociti Spagnuoli, avendo l'elmo pesto in fronte, rotta la corazza, senza filo la spada, sbalordito dai tanti colpi e lasso per la sproporzionata pugna, sentiva di non poter sostenere il ferro che per pochi istanti, e mancargli la forza a difendersi.
Nel momento però che sembrava più disperata la salvezza di quell'ardimentoso giovine, un grido d'accorrenti al soccorso ridestò il suo quasi spento coraggio. Era la Salvatrice che quivi giungeva: un grand'urto scosse la sanguinosa nave ammiraglia, e tutti gli uomini di quella balzarono in essa, assalendo con furioso impeto i già stanchi Ducali.
"Avanti, avanti; vendetta dei nostri: morte ai nemici, si salvi Gabriele". Così gridò Falco con voce tuonante, scagliandosi al di là del grand'albero al luogo ove pugnava Gabriele, trafiggendo uno dei di lui assalitori col pugnale, atterrandone un altro con un colpo del calcio ferrato del suo moschetto: i quattro superstiti compagni di Falco, seguendolo d'appresso, scagliaronsi sugli altri combattenti e li atterrarono, nel momento istesso che Gabriele, fuori di lena, assalito da subitaneo torpore, colla vista oscurata e vacillante, andò a cadere quasi tramortito nelle braccia di Falco. Questi, gettati tosto al suolo il pugnale e il moschetto, lo raccolse e premurosamente il sostenne, affannato e in ispavento che quel valoroso giovine, per cui gli era nato in cuore un amore quasi paterno, perisse già vittima del ferro nemico: gli slacciò l'elmetto, glielo levò di fronte, e gli ritrasse dal viso e dagli occhi gl'intricati cappelli, che molli di sangue e di sudore gli si erano diffusi per la faccia. Pressochè mortale era il pallore ed il gelo delle membra di Gabriele; ma siccome non aveva riportata alcuna grave ferita, e quel tramortimento non era effetto che di estrema spossatezza, dopo un istante di riposo si riebbe, e tornato ai sensi guardò Falco con occhio in cui tra la più viva riconoscenza appariva un lampo inesprimibile d'affetto. Reggendosi ben presto da sè, mirò d'intorno, e veduti tutti i Ducali od uccisi o coll'armi abbassate al suolo innanzi ai Mussiani: "Fa tosto, disse, o mio Falco, abbassare la bandiera del duca e dare il segno che l'ammiraglia è nostra". Falco ne porse subito il comando a due uomini della sua ciurma che, salito l'albero, staccarono dalla sommità il vessillo Sforzesco, e sventolatolo per porgere indizio della presa, lo calarono sul ponte. Fu quel segnale tostamente inteso, e un grido d'applauso e di gioia partì da tutti i legni medicei. Gian Giacomo avea frattanto disalberata e fatta sua la nave del Nedena, per cui gli otto legni ducali, che soli di tutta la flotta rimanevano, da tante perdite disanimati e smarriti, abbandonarono i Mussiani e precipitosi si diressero alla volta di Bellaggio, onde porsi sotto la guardia delle artiglierie del colle per evitare di essere inseguiti.
Il Castellano vedendo per quella ritirata dell'inimico decisa pienamente per lui la vittoria, scorgendo eziandio assai lacero e scemato anche il suo navilio, non credette opportuno il tentare la presa di quei legni fuggenti. Fece dare alle sue navi il segnale della raccolta e della partenza, e rivolte le prore verso Musso facendo rimorchiare le conquistate navi, verso l'ora terza dopo la metà del giorno abbandonò il luogo del combattimento colla sua trionfante flotta, la quale si ridusse sul far della sera parte a Rezzonico e parte in vicinanza delle basse spiagge di Dervio.
CAPITOLO NONO.
Altri il fianco ristoppa alle sdruscite
Navi, e sarte rintegra e monche antenne
E lacerate vele..... Per le vie
Brulicanti frattanto e per le prode
Tale un gemer di rote, un incessante
Ire e redir di ciurme e di soldati,
D'armi, di carri e di navali arnesi,
Che l'udire e il veder mettean nell'alma
Diletto e meraviglia.
MONTI. Il Bardo, C. III.
Esploratori spediti sopra battelli, al far del mattino, verso Bellagio riportarono che le navi ducali, in cui erano risaliti gli Spagnuoli che occupavano il colle, avevano di notte tempo abbandonato quel lido veleggiando alla volta di Como: Gian Giacomo dopo tale annunzio fece dar l'ordine che tutti i suoi legni salpassero per Musso. Quando dalle torri del Castello fu scorta la flotta vittoriosa ritornare a' suoi porti, replicati colpi di bombarda la salutarono, ed al rumore di quelle salve tutte le vicine popolazioni accorsero alla spiaggia per ammirare ed accogliere i vincitori.
L'unica nave però che rientrò nel porto della fortezza si fu il Brigantino del Castellano, il quale a fronte d'una tanta sostenuta lotta movevasi ben anco spedito e sicuro, e mostrava di non aver riportata alcuna dannosa frattura: gli altri legni d'ogni grandezza retroceduti dalla battaglia toccarono il lido presso Musso là ove sorgevano i cantieri dell'Arsenale, poichè fra essi alcuni, minacciando d'affondare, necessitavano d'essere prontamente scaricati e tratti a secco, e gli altri s'avevano tutti d'uopo di venire riattati a causa dei gravi sconquassi del combattimento.