Presa terra, discesero tosto dalle navi gli uomini d'armi e le ciurme, e vennero fatti calare i soldati Ducali che stavano prigionieri sui conquistati legni, e tolta ad essi ogni arma, legati due a due, furono col Nedena e gli altri loro Comandanti condotti da una squadra nel Castello, ove si recarono pure i principali guerrieri Mussiani: si trasportarono poscia a terra i feriti, che vennero collocati nelle case e nei quartieri, e per ultimo si tolsero alle navi i corpi dei capitani uccisi e si deposero entro un'antica chiesuola che sorgeva vicina al lido, per recarli poscia coi dovuti onori al Tempio di San-Biagio di Musso, e quivi dar loro convenevole sepoltura.

Al primo rivedersi e rimescolarsi degli uomini d'armi e dei rematori, tanto fra loro che colle donne ed i terrazzani che non avevano presa parte alla sanguinosa azione dell'antecedente giornata, nacque un lungo e clamoroso gratularsi ed esultare per l'ottenuto trionfo, ed insiememente un condolersi e piangere per i perduti e feriti amici o congiunti.

Sulla sera venne dai banditori del Castellano promulgato l'avviso che il domane sarebbonsi celebrate sacre pompe in rendimento di grazie ai Santi protettori e ad invocazione dell'eterna pace agli estinti in battaglia, e che il terzo giorno si sarebbero fatti giuochi e pubblici conviti per festeggiare sì la navale che le altre riportate vittorie.

Rientrato appena nel suo Castello il Medici, aveva con grandissimo contento ricevuta dal fratello Agosto la notizia del felice successo della spedizione del capitano Mattia Rizzo contro i Grigioni. S'erano questi, come ben erasi preveduto, inoltrati strascinando le artiglierie sino alla sommità dei sovrastanti monti, ma appena giunti colà, assaliti imprevedutamente e con gran vigore e coraggio dai cacciatori e dagli uomini d'armi del Rizzo, lasciato un gran numero di morti pei dirupi, dovettero retrocedere precipitosamente abbandonando le artiglierie, che essendo impossibile calarle al Castello, vennero dai guastatori rovesciate nelle macchie e nei burroni, d'onde era assai difficile il trarle intiere o servibili. Mattia Rizzo aveva però creduto prudente partito il rimanere in agguato su pei monti, vegliando alla difesa dei passaggi sin che il nemico non si fosse ritirato per intiero dalla valle Zebiasca, il che però era certo dovere tosto avvenire, giacchè una gran parte delle squadre della Lega Grigia, alla vista dello scompiglio avvenuto pel riurto della loro vanguardia, sorprese da sommo terrore, conoscendo per prova l'attività guerresca del Medici, avevano retrocedendo già oltrepassata Bellinzona e s'avviavano all'interno paese passando per le gole del Gottardo e dello Splugen. Faustissime vennero pure le notizie da Lecco: i Ducali s'erano presentati in poderoso aspetto innanzi a quelle mura; ma l'apparato delle fortificazioni, e il modo con cui furono respinti da Alvarez Carazon i loro primi attacchi, gli aveano fatti desistere dall'assalto, ed anzi con generale sorpresa dei difensori la notte istessa s'erano inopinatamente tutti partiti. Solo da Monguzzo non erano per anco giunte novelle, e siccome Battista Medici, che quivi capitanava, soleva essere solerte e ingegnoso nello spedire messi o corrieri a dare sue nuove al fratello anche frammezzo agli imbarazzi che gli cagionava il nemico, l'attuale ritardo teneva sospeso oltremodo l'animo del Castellano, per cui fece il giorno stesso partire a quella volta due uomini de' più spediti affinchè gli recassero avviso del come quivi andassero le bisogna.

Importava forte a Gian Giacomo di sapere eziandio se i Ducali nell'abbandonare le posizioni di Bellagio non avessero o colà o in altri prossimi luoghi lasciato alcun presidio, per cui sollecitò Falco, già per sè assai desideroso di rivedere il proprio casolare, a recarsi a Nesso, ma con espresso comando ritornasse tostamente al Castello istruito di quanto avessero dopo la sconfitta operato i Ducali. Volendo forzarlo a non procrastinare la tornata, gli fece premurosa istanza riconducesse seco le proprie donne onde fossero spettatrici delle feste che verrebbero nel terzo giorno celebrate: oltre a ciò Gian Giacomo s'aveva in animo di fissare interamente presso di se la dimora di questo suo nuovo Capitano, a cui aggiungeva doppia stima da che l'aveva veduto sostenere nella battaglia una tanta parte, ed a cui sapeva essere singolarmente dovuta la presa della nave ammiraglia ducale, non che la salvezza una seconda volta del troppo intrepido ed arrischievole fratello Gabriele, le quali due circostanze avevano deciso in precipuo modo della vittoria. Per fare adunque completamente suo il valoroso montanaro di Nesso, pensò servirsi della via tenuta nell'arruolarlo alle sue bandiere, cioè mostrare di rimunerarlo, ma facendo ciò in modo che le proprie larghezze estendendosi anche alla di lui famiglia, fosse costretto per giovarsi del dono a trasportare la propria stanza a Musso.

Le sollecitazioni alla partenza e l'invito a ritornare colle donne furono dal Castellano fatti a Falco alla presenza di Gabriele, il quale tutto a que' detti giubilando in cuor suo, già più non sentendo nelle membra il travaglio sopportato sul lago, seguendo Falco al porto, quivi nell'abbraccio del congedo scongiurollo a non mancare alle richieste del fratello, accertandolo ch'egli stesso non avrebbe presa parte alcuna ai pubblici trattenimenti se quivi esso pure non era.

Falco gliene diede fede, e salito sul suo battello partì di là coi quattro compagni, a cui per ordine di Gian Giacomo erano state date alcune dozzine di scudi del sole, il che giovò mirabilmente a far loro perdere la memoria d'alquanti tagli e maccature riportati nel combattere per lui, ed a mitigare il rancore per la morte di due della loro banda rimasti uccisi nell'assalto alla nave del Gonzaga, dell'uno de' quali, ch'era Guazzo, doleva gravemente a Falco, perchè aveva perduto in lui uno de' più fidi ed antichi compagnoni.

Le campane di San-Biagio, di San-Rocco, dei Cappuccini e degli Agostiniani di Musso, quelle di Sant'Eufemia del Castello, di Santo-Stefano e dei Riformati di Dongo e di altri monasteri vicini suonando alla distesa di buon mattino annunziarono che in tutte quelle chiese (nelle quali il Castellano aveva mandato, cogli ordini suoi, doni e monete) si celebravano messe e si cantavano inni sacri in rendimento di grazie all'Altissimo ed ai Santi per il favore accordato ai Mussiani nella battaglia di Bellagio, che così dalla prossimità di quel borgo venne denominato il navale combattimento da noi descritto nell'antecedente capitolo. Accorrevano frettolose alle preci in ciascuno dei nominati templi le popolazioni; ma dove mostravasi maggiore l'affollamento era a San-Biagio, la cattedrale di Musso, che vedevasi addobbata con gran pompa sì nell'esterno che al di dentro con paramenti bruni a fregi d'oro, in trofei d'armi simmetricamente disposti lungo le colonne e le pareti, nei quali riflettevasi la luce d'infiniti cerei collocati sugli altari e sui gradi d'un catafalco erettosi nel mezzo.

Due ore avanti il mezzodì dalle altre chiese di Musso non che da quelle di Dongo tutto il clero secolare coi canonici e vicarii, i frati cogli Abati de' loro monasteri, e le scuole de' disciplini cogli stendardi e le croci s'avviarono processionalmente a San-Biagio.

Gli uomini d'armi del Castellano, i lavoratori dell'arsenale e le ciurme delle navi s'erano adunati essi pure lungo le strade e la piazza di quel tempio, a cui poco dopo recossi Gian Giacomo col seguito de' suoi Capitani, tutti in abito dimesso, poichè cingevano la sola spada, e avevano tolte ben anco ai berretti le piume. Veniva con loro il cancelliere Maestro Lucio Tanaglia che s'aveva poste un paio di calze bigie, le migliori che s'avesse, un giustacuore di velluto nero, un collare a lattuga stirato di fresco, ed era stato quel mattino più d'un'ora sotto le mani di Mastro Pellucca barbiere del Castello per farsi acconciare i capelli e la barba alla spagnuola, poichè doveva pronunciare l'orazione funebre pei guerrieri rimasti estinti in battaglia, che così gli era stato imposto da Gian Giacomo. Tutti i mali che di consueto ei pativa, l'avevano assalito in un punto all'annunzio di quell'inaspettato e difficile incumbente che gli fu dato la sera; ma nel trambusto dello spirito una felice idea che passandogli pel capo gli suggerì un esordio, ridestò il suo pristino vigore d'eloquio, e postosi allo scrittoio, standovi sino ad avanzatissima notte, tanto fece che venne a capo di stendere un discorso ch'ei credeva in ogni parte perfetto. Quando il Cancelliere entrò nella chiesa frammezzo a tanti Capitani d'armi, vedevasi sul suo pallido volto un non so che di baldanzoso, che era a lui ispirato dalla supposizione che profondissimo senso dovevano far i suoi detti su quell'uditorio, e che l'antico motto cedant arma togæ sarebbesi nuovamente per lui verificato.