Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello, udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là, ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati, Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare. Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura. Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati che marciavano dietro a lui susurrare tra loro: ecco Falco... ecco il capitano della Salvatrice.

Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda, esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra le cento volte più bello d'allora".

Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei, mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de' suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino con una gioia in cuore che non avea più freno.

Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il grado e l'età.

Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo successo.

Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida di Viva Medici--Viva Gian Giacomo--Viva Musso e gli alabardieri alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo; ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina, entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che, lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla vittoria che ne dava cagione.

Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne' varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia: alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.

Datosi il segnale dalle trombe, tutti gli sguardi si conversero alle due serrate tende da cui dovevano uscire gli attori della mimico-sacra rappresentazione, detta in allora Mistero costituente la parte principale dello spettacolo; il di cui soggetto tolto dalle Scritture, ed allusivo alla circostanza, era il Trionfo di Davide o la Morte del Gigante Golia. Gli attori erano terrazzani di Sala, borgo prossimo all'isola Comacina, esperti nell'eseguire tali specie di drammi perché assueti a rappresentarne ogni anno nella chiesa di San-Giovanni in quell'isola, a cui accorrevano spettatori da tutte le parti del lago, e godevano quindi fama di valenti mimi.

L'azione ebbe principio dall'uscire che fecero dalla tenda sinistra alquanti uomini con certi strani abiti dintorno con che volevano significarsi Ebrei, i quali, fatte varie militari evoluzioni per lo steccato, s'arrestarono dinanzi alla tenda destra gridando e schiamazzando: s'aprì allora anche questa, e ne apparve fuori una figura altissima e voluminosa, era il gigante Filisteo, che indossava una sopravveste rossa stretta al corpo a mo' dei Ducali, e s'aveva sulla smisurata testa un elmo di latta: reggeva a due mani uno spadone lunghissimo con cui avanzandosi a gran passi trinciava l'aria. Gli Ebrei al suo avvicinarsi fuggirono scompigliati in ogni senso, e dopo molto correre inseguiti da lui, rientrarono nella tenda d'onde erano venuti. Allora il Gigante si condusse in mezzo all'arena e quivi si rattenne appoggiato al suo gran ferro volgendo il capo superbamente dintorno. Mentre esso si stava colà, s'aprì di nuovo la sinistra tenda, e ne uscì un giovinetto vestito da pastore, che rappresentava Davide, il quale girò l'arena mostrando di non avvedersi dei Gigante siccome questi di lui, ma venuto al fine nel mezzo di essa il pastorello mirò Golia facendo un atto di soddisfatta meraviglia come di chi trova quel che va cercando. Il Gigante fe' cenno al pastorello s'allontanasse, ma questi all'incontro diedegli segno d'essere venuto a disfidarlo. Golia indispettito alzò la spada andando con ira verso di lui, ma il giovinetto si ritrasse a moderata distanza, inginocchiossi invocando il soccorso del cielo, indi alzatosi sciolse una corda che il cingeva, la quale s'aveva nel mezzo la reticella che servire doveva di fionda, la caricò d'un sasso, e ruotandola slanciò la pietra nella testa al Filisteo, che dopo aver barrollato per alcuni istanti, cadde con gran tonfo riverso al suolo: allora il giovinetto, piegate di nuovo le ginocchia, rese grazie della vittoria al Signore, indi levò di mano al Gigante il ponderoso ferro e con quello gli spiccò il capo, ch'era artefatto e dipinto, e andava unito con cordicelle all'imbusto, entro cui stava un uomo de' più alti e vigorosi che vedeva fuori per due buchi praticati nella sopravveste. Al suo cadere erano accorsi dalla tenda gli Ebrei, che giubilando alla vista della completa vittoria del pastorello, lo levarono in alto sovra un seggio, infissero la testa di Golìa sur una picca, e trascinandone pei piedi il corpo, fecero un giro trionfale per lo steccato al suono di trombe e tamburi, e fra clamorosi applausi e novelle grida di: Viva Musso, viva il Castellano, morte ai Ducali.

In seguito a tale drammatico spettacolo, che ben lungi dal sembrare, come sarebbe avvenuto a' dì nostri, goffo e rozzo, fu tenuto da tutti straordinariamente bello e interessante, si diede principio a giuochi di corsa, d'assalto e di tiro al bersaglio. Primo fra questi fu il correre al pallio, ch'era un'asta a cui stava appesa una collana, un pugnale ed una veste, i quali oggetti dovevano appartenere ai tre primi tra i gareggiatori che dopo varii prefissi giri pervenivano a toccare il pallio. Dopo la corsa al pallio vi fu combattimento di lancia e spada, senza punta e filo, tra varie coppie di disfidatori, e finalmente piantato il bersaglio, fu lecito a ciascuno il trarre ad esso dapprima colle balestre, poscia cogli archibugi, ottenendo i bersaglianti che coglievano in bianco il premio d'un cavalletto d'argento.