L'importanza della domanda, il modo confidenziale insieme e imponente con cui fu pronunciata, attirò tutta l'attenzione dei Comandanti d'armi e Consiglieri del Castellano, che compresi dalla gravità dell'inchiesta, stettero qualche istante in silenzio, alcuni col capo piegato al suolo, altri colle mani appoggiate all'impugnatura della spada, altri colle braccia raccolte al petto in atto di meditare una conveniente risposta, e primo di tutti a rompere il silenzio fu il Mandello che così s'espresse: "Io per me porto opinione essere di maggiore convenienza l'attendere il nemico dentro le nostre fortificazioni. Operando in tal modo noi lo costringiamo a sopportare da solo tutta l'inclemenza ed i disagi di questa rigida stagione: esso dovrà rimanersi accampato allo scoperto, dovrà superare immensi ostacoli per cercare d'accostarsi ai nostri baluardi, innanzi ai quali, vanamente tentando di conquistarli, deperirà consumando le sue forze sotto i colpi che noi da luogo comodo e sicuro a lui scaglieremo".

"Pensa, o Mandello, a ciò che dici! rispose a lui il Pellicione: non ti sovvieni di quanto t'accadde a Monguzzo? non eravi colà freddo, neve e quante mai altre intemperie può avere l'inverno, e pure, sebbene essi di fuori, e tu di dentro, dimmi un poco chi è stato il più forte? È ben vero che Monguzzo si può chiamare una bicocca in paragone de' nostri forti del lago; ma, per la spada di san Michele! comunque sia, non bisogna lasciarsi chiudere in gabbia che il più tardi possibile, e prima di concedere loro di guastare colle artiglierie le nostre mura, dobbiamo mostrare che siamo abituati al freddo al pari di essi, e sappiamo camminar per le nevi e pei ghiacci con maggiore prontezza e facilità di loro".

"Sono anch'io del tuo parere, disse Achille Sarbelloni, perchè rifletto che ci sarebbe di vergogna e di danno il lasciar credere ai nemici che noi non abbiamo il coraggio di assalirli, il che darebbe idea d'una diminuzione notevole delle nostre truppe o della svanita nostra prodezza, e se loro concediamo d'accostarsi ai nostri Castelli, essi metteranno a sacco e distruggeranno ben anco le Terre e le case a cui non possiamo prestare difesa".

"E dove lasciate, aggiunse il capitano Domenico Matto, l'inutilità a cui si ridurrebbe, o piuttosto la distruzione a cui verrebbe condannata la nostra flotta, colla quale più che in qualunque altro modo abbiamo tante volte fiaccato l'orgoglio del Duca e de' suoi alleati, e fatta sventolare vittoriosa la vostra bandiera, o Castellano, per sino al cospetto delle mura di Como? Sì: disponete una guerra aperta e decisa nella maniera che i nemici hanno l'ardire di provocarla, e noi dimostreremo che anche trovandoci in poco numero sappiamo affrontarli dovunque, e li prendiamo a scherno se osano venire al paragone sull'acque".

Gli altri Capitani che quivi erano adunati in consiglio, o fossero realmente d'avviso conforme agli ultimi tre, o anche tenendo all'opinione del Mandello non osassero ad essi di contraddire (perchè nelle cose ove havvi rischio e periglio, l'opinare per prudenti partiti ha sempre aspetto di pusillanimità e di vigliaccheria) null'altro esposero che il proprio assentimento in brevi parole; per lo che Gian Giacomo, cui riusciva aggradevole quel fervoroso e franco inclinare alla guerra che lo faceva più certo del coraggio e delle disposizioni de' suoi, e ciò che assai gli importava del non avere ad essi recata sinistra impressione le parole a lui inavvedutamente sfuggite, levò alto la testa, guardò alteramente, e alzando l'indice in atto di minaccia, crollando il capo, così s'espresse, accompagnando i detti con fiero sorriso: "Ah Vestarino, Vestarino! tu non hai bene pensato al passo che movesti, e la tua mente affascinata da una stolta vanagloria t'ha fatto scagliare la pietra al leone in riposo, ed il leone si desta: tu non hai calcolata la velocità de' suoi passi, e la forza delle sue mascelle; ascolta il suo ruggito! guai a te se t'aggiunge! Tu pagherai a caro prezzo la tua temerità! Sì, Capitani, accetto il consiglio del maggior numero di voi: riprenderemo immediatamente le armi; questo è ciò che meglio conviene a uomini nati al combattere come noi siamo. Se col gelo e le nevi escono in campo i Ducali che sono fanciulli a nostro paraggio, che non dobbiamo essere capaci di far noi? Andate, disponete i soldati: darò tosto gli ordini onde sia allestita la flotta e munita di tutto l'occorrente. Domani saprete quali fazioni s'avranno ad intraprendere, e mostrerete ben presto, come il desiderate, all'imprudente comandante nemico chi siamo noi e cosa sappiamo operare".

Usciti di là i Capitani, chiamate a raccolta ciascuno le proprie squadre, che stavano nelle rocche del Castello e ne' quartieri di Dongo e di Musso, esposero i voleri del Castellano facendo che mettessero in pronto l'armi e gli arnesi per partire al primo annunzio: le navi furono tratte dai cantieri e dal porto, fornite d'ogni cosa necessaria al veleggiare ed al combattere, e caricate d'abbondanti vettovaglie. Il dì seguente cominciò il movimento delle schiere secondo i comandi che venivano dati da Gian Giacomo.

Siccome egli aveva certezza che i Grigioni non si sarebbero mossi ad assalirlo perchè conosceva l'impraticabilità delle strade del loro paese in quella stagione, e perchè sapeva positivamente che gli uomini della Lega s'erano ritirati ne' loro casolari delle alpi, non fece appostare che piccoli drappelli a guardia de' luoghi eminenti, e lasciò poche soldatesche a Gravedona, a Sorico, e nell'altra parte allo sbocco della Valtellina per trattenere gli Svizzeri in caso di discesa tutto quel tempo necessario ad accorrere egli stesso al riparo. Mandò di nuovo il capitano Bologna a Rezzonico; spedì il Mandello a Varenna, e diede ad entrambi quel maggior numero d'uomini ohe gli fu possibile nella scarsezza in cui si trovava di truppe, di cui alcune dovette pur lasciare nel Castello di Musso sotto il comando del fratello Agosto. Divise poi il corpo più grosso d'armata in tre schiere: la prima più numerosa montata sopra cinque navi volle condurre egli stesso alla difesa di Lecco; la seconda con tre navi destinolla a presidiare Bellaggio per impedire ai nemici di impossessarsene; mise la terza sotto i comandi del Pellicione, onde per la via di terra che fiancheggiava il lago pervenisse a Menaggio e di là inoltrandosi incontro alla colonna dei Ducali, che veniva sulla strada della Tramezzina, togliesse loro l'avanzarsi e si opponesse al ricongiungimento di quella coll'altra che progrediva sui legni per isbarcare a Bellaggio: delle tre navi destinate a guernire questo paese aveva il comando supremo Achille Sarbelloni che saliva la Donghese; le altre due erano la Salvatrice e l'Indomabile capitanate da Falco e da Gabriele.

Falco, dopo quel dì delle feste per la vittoria, ritornato colla moglie e la figlia alla sua capanna della rupe, aveva durato alcun tempo nella determinazione già fatta, ed espressa a Gabriele, di recarsi a dimorare in Musso; ma poscia veggendo interamente acquetate le cose della guerra, allontanati tutti i nemici, sgombro il lago d'insidie, pensò soprassedere a quella risoluzione, e non abbandonare il suo abituro sino a tanto che non fosse trascorsa l'invernata. Il Castellano l'andò più volte affabilmente rampognando del suo ritardo nel non approfittare del dono della casa a lui fatto, ma veggendo irremovibile la costui ostinazione, e non avendo urgente bisogno dell'opera sua, lo lasciò in pace al fine, concedendogli agisse a suo grado. Invano pure Gabriele lo sollecitò innumerevoli fiate ed in tutti i modi a trasferirsi presso a lui stabilmente, che fermo il Montanaro guerriero nella gelosa custodia della propria indipendenza, e legato di troppo tenace affetto ai siti nativi, non volle cedere mai alle di lui istanze, il cui secreto scopo era, approfittando della prossimità, indurre il fratello ad accordargli Rina. Per lo che irrequieto il giovine Medici, nel quale si faceva ogni dì più ardente la passione che l'infiammava per la bellissima abitatrice della solitaria rupe, avendo avuto il comando da Gian Giacomo di recarsi una fiata a Rezzonico, un'altra a Bellano per militari faccende, non seppe trattenersi dallo spingere la sua corsa ambedue le volte insino a Nesso all'abituro di Falco, poichè quivi soltanto poteva trovare calma e sollievo all'agitato suo cuore. Andando colà s'infingeva cercare di Falco, che aveva quasi certezza di non ritrovare, poichè sul finire dell'autunno, infastidito della tranquillità che regnava d'intorno, andava co' suoi compagni sino nelle acque di Como a molestare i Ducali. Gabriele, accolto ed ospitato cortesemente in quel casolare da Orsola, passava alquante ore felici in compagnia di Rina, ora dentro la casa, ora seduto accanto a lei sotto il fronzuto castagno che ne ombrava la soglia, La leggiadra fanciulla, fatta meno pavida e di meno austero riserbo da poi che aveva più volte seco lui conversato, rispondeva alle sue parole con semplici ma sì vivi ed affettuosi modi, che tutto appalesavano il rapimento soave del suo spirito per la cara presenza del giovine guerriero. Questi, benchè inebriato di gioia, sentivasi commosso sino alle lagrime, quando, coll'accento delle tenere e dolorose memorie, ella gli narrava l'ansia dei lunghi giorni trascorsi in aspettarlo, e la perduta speranza del rivedersi. Oh felici! e si rivedevano ed erano dappresso, e non le sole parole, ma l'anima che traspariva per gli occhi, e l'atteggiarsi spontaneo delle persone, l'una ver' l'altra dolcemente inclinate, era ad entrambi certo e prezioso argomento d'amore, che gli appagava con perfetta inesprimibile delizia.

Venuto il tristissimo verno, Falco era tornato al Castello di Musso quando appunto giunse colà la notizia dei nuovi preparativi di guerra per parte dei nemici e dell'assalto di Monguzzo. Retrocesso colla flotta dall'infruttuosa spedizione fatta a Lecco per accorrere alla difesa di quel Castello, egli accettò con molto contento il comando di recarsi sulla Salvatrice carica di soldati ad impedire al nemico di pervenire a Bellaggio insiememente alle schiere condotte da Gabriele e da Sarbelloni.

Allo spuntare d'un freddo mattino salparono le navi del Castellano dal porto di Musso: era il lago coperto da una folta nebbia che toglieva ai naviganti ogni distinta vista del legno in fuori su cui ciascuno veleggiava e delle acque per poco spazio dintorno; l'altre navi che solcavano di conserva le onde, si scorgevano in forma offuscata e confusa, e le più lontane non si vedevano affatto. I soldati armati grevemente stavano parte raccolti sul cassero cogli archibugi caricati, parte vicini alle bombarde, silenziosi e disposti al combattere ad ogni cenno che indicasse essere prossimo uno scontro col nemico. Alcuni battelli leggieri, su cui stavano uomini espertissimi de' luoghi, correvano a forza di remi dinanzi alle grosse navi e colle grida indiziavano il cammino ai piloti di quelle. Giunta la flotta nelle acque di Varenna, quattro navi col Brigantino e l'altre minori barelle volsero le prore verso Lecco, e i tre prefissi legni vogarono dritto a Bellaggio. Mentre questa squadra s'avanzava all'accennata punta diradossi la nebbia e, sollevandosi, lasciò scorgere il promontorio e gli altri monti che fiancheggiano il lago biancheggianti di neve; le acque apparvero d'un colore più bruno-cilestrino a causa di quella candidezza delle montagne fra cui stavano rinchiuse.