Falco, che incappucciato nella sua schiavina stava ritto sul bordo della Salvatrice, la quale veniva innanzi a tutte, mirando attentamente per iscoprire ove si trovasse il nemico, fu il primo a vedere, non senza rabbia e dispetto, le navi Comasche già lontane che si ritiravano dietro il dosso di Lavedo. Egli fece i segnali a Gabriele e ad Achille Sarbelloni che s'avanzassero coll'Indomabile e la Donghese disponendossi a inseguire il nemico; ma que' due Comandanti gli accennarono di dovere arrestarsi, poichè loro fazione si era non altro che occupare e difendere Bellaggio.

Falco, benchè cupido di combattere, non osò trasgredire gli ordini del Castellano, che tali erano appunto; fece trattenere la nave a poca distanza da terra, e fatto esplorare se vi fossero Ducali pel borgo, saputo che non ve n'erano, discese egli colle proprie schiere, e quindi Gabriele e Sarbelloni sul lido. Gli abitatori, benchè dolenti per quella comparsa d'armati che doveva far scena di battaglia la loro terra, dovettero accoglierli nelle case, ove si distribuirono piantando artiglierie, ed affortificando i siti più eminenti circonvicini, ed in ispecial modo la sommità del colle, ove eravi un palazzo a modo di rocca, di proprietà in allora degli Stampa.

Il dì seguente al sorgere dell'aurora, resa fosca dai nebbioni che ingombravano tutto il lago ed i monti, s'udì un lontano trarre d'archibugi che destò e pose in allarme i Capitani ed i soldati del Medici che stavano in Bellaggio; accorsero le schiere armate alla sponda ed alle navi per vedere che fosse, ma la nebbia, che come un fitto velo copriva ogni cosa, impedì che scoprissero ove precisamente accadeva il combattimento, che ben però arguirono essere ingaggiato sulla sponda di prospetto presso Tramezzo fra la schiera del Pellicione e la colonna nemica. Falco, impaziente di recarsi a combattere, corse in traccia di Gabriele e di Sarbelloni, e trovatili nel palazzo Stampa, dove in una gotica sala stavano deliberando in proposito, disse loro con gran premura: "Udite, udite! i nostri di là del lago danno già la mattinata ai camiciotti rossi; essi rompono loro il digiuno con qualche cosa di più solido che i migliacci e le ricotte: e noi che credete voi che abbiamo a fare? starcene qui colle mani alla cintola ad udire il suono senza prender parte alla festa? No, per l'anima mia! sarebbe questa un'indegna viltà. Voi, signor Capitano (e si volse al Sarbelloni), rimanete qui coi vostri uomini in guardia di Bellaggio; io ed il signor Gabriele passeremo il lago, e favoriti dalla nebbia, giungeremo quando meno se la pensano alle spalle dei Ducali, prestando così una mano al capitano Pellicione a trattare come si merita quella canaglia".

Sarbelloni esitava ad acconsentire a tale proposta, poichè il comando era di mantenersi in quella posizione; e non voleva esporsi al pericolo di perderla dividendo, contro il divieto, le forze: Gabriele aderiva in cuor suo al progetto di Falco, ma non osava proferire un parere contrario a quello che poteva esporre il Sarbelloni, a cui il Castellano gli aveva comandato d'obbedire, siccome più provetto ed esperimentato di lui. Intollerante il belligero Montanaro delle dubitanze e del silenzio di que' due: "A che perdiamo inutilmente il tempo, esclamò battendo focosamente col suo moschetto il suolo: ordiniamo alle truppe d'imbarcarsi, e voghiamo all'altra riva prima che tutto sia finito;... ma che c'è?... ascoltate... colpi... nuovi colpi... vicini... i nemici son qui... assalgono il borgo... presto, corriamo, non c'è tempo da perdere, chiamiamo tutti gli uomini e scendiamo loro incontro".

Queste ultime parole furono pronunciate da Falco pel tuonare improvviso d'una scarica d'archibugi che s'intese tanto fragorosa e distinta che indicava non essere stata fatta più lontana delle ultime case di Bellaggio. I tre Capitani scendendo rapidamente decisero in brevi detti qual ordine ciascuno dovesse tenere. Gabriele cogli armati di sua truppa prese il cammino d'un bosco sul colle superiore alla borgata; Sarbelloni recossi al luogo ove era cominciata la zuffa; e Falco, fatta salire la sua schiera parte sulla Salvatrice, parte sui battelli presi nel porto, costeggiando il lido, si recò a sostenere il combattimento dal lago.

Il Vestarino aveva il giorno antecedente avuta notizia per mezzo di sue spie che la flotta del Medici uscita da Musso s'avanzava verso Bellaggio, per lo che egli, che s'era prefisso d'evitare ogni pugna navale, non avendo potuto a causa della nebbia vedere la direzione presa dalla maggior parte della flotta all'altura di Varenna, s'era ritirato colle proprie navi dietro la punta di Lavedo già antecedentemente da' suoi soldati fortificata: venuto in cognizione però che soli tre legni erano quelli giunti a Bellaggio, benchè sapesse in pari tempo che una divisione di Mussiani si avanzava lungo la sponda dalla parte di Menaggio, pentito di non essersi prima impadronito del promontorio Bellaggiano, pensò di farlo immantinenti. Aveva per ciò ordinato quel mattino ad una squadra d'inoltrarsi per terra contro a quella del Pellicione, e queste si scontrarono presso a Tramezzo, e fece un'altra mettere dalle navi a sponda poco in su della terricciuola di San-Giovanni lungi un miglio da Bellaggio, conducendola egli stesso ad assalire questo borgo. Allorchè sopravvenne Achille Sarbelloni co' suoi guerrieri al luogo della zuffa, i Ducali s'erano già impossessati delle prime case entro le quali erano state poste le sentinelle avanzate dei Mussiani, e vi si erano fatti forti. Sarbelloni gli assalì vigorosamente, ma il sovrabbondante numero dei Ducali lo ributtò uccidendogli coi moschetti alquanti uomini. Gabriele non potè come aveva creduto discendere prontamente in suo soccorso dal bosco in cui s'era cacciato per riuscire celatamente sul fianco del nemico: l'alta neve, gl'incespicamenti e l'incontro che fece dentro la selva d'alcuni Ducali che erano stati mandati innanzi dal Vestarino a modo di bersaglieri, e per uno scopo eguale al suo, contro i quali dovette combattere a lungo per sloggiarli da mezzo quelle piante, il trattennero gran pezza. Falco fu quindi il primo a frenare i progressi del nemico: s'erano dessi appena avveduti dell'accostarsi della Salvatrice, coperta per varii istanti dalla nebbia e dal fumo ai loro sguardi, che provarono gli effetti della sua terribile presenza, poichè vennero fulminati dalle bombarde di questo legno caricate a scheggia con colpi frequentissimi che fecero immensa strage. Difettando essi colà d'artiglierie, e non sapendo come schermirsi da quelle offese, furono costretti parte col Vestarino a retrocedere, parte a cacciarsi tra le case, e parte su pel colle nella selva: questi ultimi s'incontrarono in quelli che retrocedevano respinti da Gabriele, e collegatisi tornarono uniti più furiosi all'assalto contro di lui. Falco veggendo i Ducali sbandarsi, nè potendo più dirigere in pieno i suoi colpi, lasciò alcuni bombardieri sulla nave per trarre al nemico se si presentava allo scoperto, e balzato cogli altri uomini sui battelli, afferrò il lido e, ordinate le schiere, piombò addosso a quelli che s'erano spinti nelle prime abitazioni di Bellaggio.

Durò lunga pezza furiosissimo il combattimento corpo a corpo sulla riva, dentro le case e su pel colle, e siccome anche dall'altra parte del lago continuava la pugna, ambedue quelle sponde risuonavano di spessi colpi e di grida. A poco a poco però il rumore della battaglia s'andò scemando e allontanando dalla riva di Tramezzo, e gli spari d'archibugio rari e dispersi indicarono che era piuttosto un inseguirsi che un combattere regolarmente. Presso Bellaggio i Ducali vennero finalmente ricacciati dalle case di cui s'erano sulle prime impadroniti; e mentre incoraggiati dal Vestarino, ch'era ritornato con fresche truppe presso il borgo, vi si spingevano con nuovo urto, Gabriele, sbaragliati gli oppositori del colle, li prese di fianco e li costrinse a cedere il campo e ritirarsi fuggendo.

Tolse ai Mussiani l'inseguire il nemico la neve che incominciò foltissima a cadere, e il considerare che più oltre potevano essere disposti agguati, per cui i Capitani richiamarono gli uomini d'armi dentro la Terra, ricollocando le sentinelle e facendo formare duplici barricate all'intorno di essa. Falco condusse di nuovo la Salvatrice in porto, e poscia recossi cogli altri due Comandanti alla rocca degli Stampa.

Venuta la sera, dopo aver preso abbondante ristoro, si ridussero essi tre presso un gran fuoco, acceso in una spaziosa sala adorna d'armi e dipinti antichi, e quivi Falco e Sarbelloni, vuotando di quando in quando le tazze, riandando gli eventi della pugna, si congratulavano seco medesimi della vittoria, scagliando imprecazioni contro il nemico, e invitando all'allegria Gabriele che si mostrava mesto e pensoso. Quand'erano più caldi in que' ragionamenti s'intese battere a colpi replicati la porta: alcuni uomini d'armi del drappello che stava in un camerone inferiore, accorsi a vedere chi fosse, vennero frettolosi nella sala ad annunziare essere un frate che chiedeva con molta istanza di parlare ai Capitani del Medici. Questi ordinarono entrasse, e Falco, riconosciuto in esso lui frate Andrea della Casa dei Malati in Nesso, sentì un gelo scorrergli per l'ossa, chè paventò un tristo annunzio, e non s'ingannò; poichè appena entrato quel frate, che aveva la barba ed i capegli scarmigliati, lacera e tutta bagnata la tunica, mostrando la spossatezza di chi ha fatto lungo e disastroso cammino, disse con voce tremante agli atterriti Capitani, che una banda di nemici giunti improvvisamente in Nesso aveva cercato di penetrare nella Rocca, al che si opposero a viva forza i terrazzani: ma che comparve colà ben tosto una nave di Ducali, i quali scesi a terra, ed unitisi agli altri assalirono e dispersero i più vigorosi, e penetrarono poscia nelle case uccidendo e ferendo quanti ne trovavano, e incendiando casolari, presepi, masserizie, per cui tutta Nesso era in fiamme; proseguì dicendo che venuti alla Casa dei Malati fecero macello di tutti quelli che vi trovarono, e ch'egli era scampato al loro furore fuggendo per la via dei monti onde ricoverarsi a Bellaggio, essendo il giorno antecedente corsa la voce ch'erano quivi pervenuti i soldati del Castellano.

Tremavano a tale narrazione per convulsi moti di rabbia i muscoli di Falco, le sue labbra s'erano impallidite, e gli occhi di lui tramandavano sinistri lampi: udì tutto, e non osò domandare della sua donna e della figlia; s'alzò d'un balzo; prese il moschetto, indossò la schiavina, e pronunciato un addio, s'appressò per uscire alla porta: ma s'oppose al suo passaggio Gabriele, che fuori quasi dei sensi, con voce disperatamente sicura disse: "Ecco a che ti condusse l'ostinato tuo resistere alle mie istanze di abbandonare la rupe: essa forse a quest'ora... Ma qualunque sia la sua sorte, aspettami; io debbo esser teco, e perire con lei, o salvarla: così ho giurato irrevocabilmente al Cielo!"