"Qui i Ducali non sono montati di certo, disse Gabriele, perchè non avrebbero lasciato incolume il tuo abituro: quindi io spero che tua moglie e la figlia alla vista dei nemici e dell'incendio si saranno poste in salvo cercando rifugio in qualche casolare della montagna".
"Le capanne dei pastori, rispose Falco, sono disabitate a cagione delle nevi, ed esse non avevano pratiche colle genti d'intorno. Non so immaginarmi dove mai possono avere rivolti i loro passi... E se mai (aggiunse con fuoco) avessero nel fuggire dato ad essi nelle mani?..."
"Come mai saperlo? esclamò Gabriele: terribile incertezza!... Vedi?...molti Ducali si sono raccolti sul lido; scendiamo giù verso le case dove il fuoco è già spento, e tentiamo spiare se mai le avessero prese, onde adoperare tostamente ogni mezzo per liberarle".
Calarono così dicendo frettolosi dalla rupe al sentiero per entrare nel borgo, quando Falco, guardando verso il ponte del torrente, vide un uomo che cautamente s'avanzava su di esso: s'arrestò, osservò attentamente e disse con ansia a Gabriele: "Quello è Negretto il Tornasco: egli saprà sicuramente darci qualche indizio intorno alle donne". E portando la mano alla bocca per dirigergli la voce, gridò: "Tornasco, Tornasco!" "Falco". "Sei tu?" "Son io". "Sai nulla?" "So tutto". Le mie donne..?" "Son esse che mi mandano: ora ti dirò ogni cosa". S'avvicinarono gli uni all'altro a rapidi passi, e Negretto narrò con spedite parole che trovandosi in Nesso nel momento ch'erano quivi giunti i Ducali, fu de' primi a combattere contro di loro, ma che forzato a cedere fuggì dal Borgo allorquando cominciava l'incendio; che però avendo voluto essere spettatore di ciò che avveniva, s'era postato sul monte poco in su del sentiero che entra nella Valle del Noce; che dopo alcun tempo vide al chiarore delle fiamme due donne che venivano a quella volta, e ch'ei riconobbe per la moglie e la figlia di Falco, onde tosto discese verso di esse, offrendosi a scortarle nella loro fuga; che le medesime lo pregarono invece istantemente andasse per la via de' monti a Bellaggio, perchè sapevano ch'era quivi giunta la nave di Falco, cercasse di lui, e lo avvertisse che per sottrarsi all'imminente periglio esse recavansi, per quella valle alla Cappelletta dell'Eremita nel bosco di Zelbio, che quivi sino al mattino lo avrebbero atteso, e che di là non sarebbero retrocesse se non quando si fossero affatto allontanati i nemici. Falco e Gabriele, respirando contenti, e giubilando per quel fortunato incontro che dissipava il funesto dubbio che aveva sino allora oppresso i loro spiriti, ringraziarono replicatamente il Tornasco, e presero tosto cammino insieme ad esso su per l'erta onde passare il ponte del torrente, vicino a cui s'apre l'ingresso della Valle del Noce.
Pervenuti al ponte, il guerriero Montanaro si rivolse per dare un ultimo doloroso sguardo al suo luogo natío fatto scopo del nemico furore, ed al suo casolare che paventava di non dover più rivedere; ed ecco appunto che scorge in quell'istante un grosso branco di soldati salire con fiaccole accese verso la rupe, gridando, tumultuando, e facendo udire tra infernali grida i nomi di Falco, di Pirata, di Musso. Si volsero a quel rumore anche il giovine Medici e il Tornasco, e videro i soldati ascendere al piano della rupe, atterrare a ripetuti colpi di scure la porta dell'abituro, entrarvi ed uscirne caricati d'ogni arnese e masserizia, dividersi le più minute, accatastare il rimanente sul piano stesso e darvi fuoco. Falco, furibondo a quella vista, si slanciò per discendere, scagliarsi in mezzo a que' distruttori di sue cose e vendicarsi; ma Gabriele e il Negretto a tutta possa il trattennero, dissuadendolo da tal atto in cui avrebbe posta a grave repentaglio e vanamente la propria vita. Il Montanaro s'acquetò per un momento, ma allorchè vide un gran fumo uscire a densi globi da tutte le aperture di sua casa, e subito dopo manifestarsi le fiamme ai quattro angoli di essa, non volle lasciare inulta quella barbara intrapresa: discese alquanto pel sentiero, appuntò il suo moschetto, e trasse un colpo su quella turba di Ducali, che, urlando di gioia, pascevano avidamente gli sguardi nelle fiamme divoratrici. Due di essi caddero, ferito l'uno, l'altro ucciso; e mentre tutti gli altri, storditi a quel colpo inaspettato, miravano per iscoprire d'onde fosse partito, Falco riguadagnò il ponte, e salutato di nuovo il Tornasco che si separò da loro, entrò con Gabriele nella Valle del Noce.
Orsola e Rina dopo avere camminato assai per il sentiero che rimonta la valle, e che l'obbliqua posizione, i seni del monte e i rami delle grosse piante che il fiancheggiavano avevano riparato in parte dalla neve, rendendo così meno disastroso il trascorrerlo nel buio della notte a chi com'esse l'aveva tante volte praticato, giunsero finalmente nel bosco di Zelbio, ove internandosi alcun tratto ritrovarono la Cappelletta dell'Eremita, e v'entrarono. Era questa una picciola rotonda aperta sul davanti, guasta allora e spoglia d'ogni arredo, ma dove altre volte si vedeva un altare con varie immagini sculte in legno, custodite e mantenute in venerazione da un Eremita che s'era costrutto in quel bosco una cella. La moglie e la figlia di Falco si assisero colà l'una presso all'altra, cercando col rinserrarsi i panni che avevano indosso di difendersi alla meglio dal rigore del freddo notturno. Oltre lo sgomento che durava nel loro spirito pel funesto avvenimento che le aveva costrette a fuggire fra le tenebre in quella dirupata valle, quando cessarono dal camminare e si videro solinghe sotto quella ristretta volta dentro un antico disabitato bosco, furono assalite altresì da un terrore che aveva più antica origine nei loro cuori. In fondo di quella valle trovansi le vaste e profonde grotte del monte del Tivano, che le popolari tradizioni fecero sempre albergo e convegno di enti spaventosi e malefici [19]: quivi, secondo l'opinione di que' montanari, recavansi in tregenda dai luoghi più lontani maghe e stregoni, che uniti ai demonii che sbucavano dalla terra, dopo lunghe infernali tresche formavano gli incantesimi, e preparavano filtri e simboli fatali. Le due donne, allorchè concentrate in se stesse cominciarono poco a poco a riflettere che si trovavano in prossimità di quel tremendo luogo, provarono in tutta la forza il sentimento della paura, che è tanto più potente quanto più è indefinito e misterioso il soggetto che lo cagiona. Quell'oscurità, quel silenzio, il fantastico aspetto che prendevano ai loro occhi i neri tronchi delle piante che sorgevano presso il limitare dell'edifizio ove s'erano ricoverate, tutto insomma aumentava in esse l'angustia del cuore e la tema. S'abbracciarono strette l'una l'altra, e "Ohimè, incaute! esclamò Orsola con voce smarrita, perché mai siamo noi venute così presso alla montagna del Tivano? perché non abbiamo scelta un'altra strada meno pericolosa? chi sa cosa avverrà di noi in questo luogo!" Rina, a cui la tenerezza manteneva la mente in uno stato di continua esaltazione, e s'aveva quindi l'immaginazione ardente, e suscettiva di più profonde impressioni, senti a questi accenti della madre frizzarsi una punta al petto, onde serrandosi a lei più strettamente, e nascondendole il volto in seno: "Madre mia, proferì tremando, fuggiamo, retrocediamo, usciamo da questo bosco prima che si avveggano di noi! guai se si accorgano che stiamo qui sole, potrebbero prepararci le più gravi sventure!"
[Nota 19:][ (ritorno) ] Chiamasi anche al dì d'oggi Buco di Nicolino (sopranome che si dà in que' paesi al Diavolo) una grotta in forma d'un gran pozzo che vaneggia in mezzo al Piano del Tivano, e nell'interno del monte ha molteplici comunicazioni con altre caverne.--Vedi Amoretti, Viaggio ai tre Laghi.
"Ah Santa Vergine, soccorreteci! disse Orsola: fate che presto spunti il giorno, e che noi rimaniamo intanto illese dalla potenza dei nemici infernali, come v'è piaciuto di salvarci da quelli di Como, che l'ira vostra confonda e disperda!... Ma facciamoci coraggio, o Rina: io spero che il Tornasco, che abbiamo incontrato, giungerà prima dell'alba a Bellaggio, e sono certa che se Falco è colà, in poche ore verrà a raggiungerci in questa valle: altrimenti ne usciremo, e cercheremo da noi una strada verso il lago per recarci a Musso".
"A Musso sì!" pronunciò Rina rilevandosi inanimita come da un magico tocco "per rimanere colà, per non più scostarci da quel Castello?-Ma, ohimè! o madre, udite! mi pare d'intendere rumore di pedate: qualcuno di certo s'avanza pel bosco!"
Stettero quasi senza trar fiato ascoltando perché si fece per la selva sentire distintamente un veloce mutare di passi diretti a quella volta; ma ad entrambe fu per balzare dal petto il cuore trasportato dalla gioia improvvisa quando udirono la robusta e sonora voce di Falco far rintuonare la valle dei loro nomi. Esse risposero subitamente alla chiamata affacciandosi unite all'ingresso di quel diroccato edifizio: Falco riuscì in quel punto fuori dall'intricamento delle piante, precedendo Gabriele che lo seguiva per quell'oscurità con un palpito veemente di speranza: le donne gli vennero incontro, non dubitando che la persona che seco era, e che distinsero al suono dei passi, fosse il Tornasco, od altro de' suoi compagni montanari. Quando però furono dappresso, Rina s'accorse tostamente al contorno delle forme che s'intravedevano a quell'ignoto anche nelle tenebre, che esso non era l'uno de' rozzi seguaci del padre; quando poi sentì il di lui respirare gentile e un po' affannoso, un dubbio, un lampo le passò per la mente, e il di lei cuore aveva già sobbalzato ripetutamente prima che Falco dicesse ad Orsola: "È venuto meco il signor Gabriele, che da valente e generoso giovine, com'egli è, allorquando udì il disastro di Nesso, si dispose ad affrontare con me anche i più gravi pericoli, se fosse stato d'uopo, per liberarvi dalle mani feroci dei nostri nemici".