Sparì ogni tenebria dagli occhi di Rina in quell'istante, e le parve vedere come di pieno giorno l'adorato viso del suo guerriero, provando all'anima la dolcezza che dagli sguardi di lui le suoleva immancabilmente derivare; pari fu il contento del giovine Medici, nel cui spirito subentrò all'angosciosa incertezza una tranquillità ed un appagamento inesprimibile.

Il Montanaro di Nesso aveva nell'antecedente cammino convenuto con Gabriele del proprio torto, nell'essersi rifiutato sempre ad andare a prendere dimora in Musso, lo che stabilirono tra loro avrebbe fatto immantinenti: quindi pensando al modo di condurre le donne a Musso senza farle passare vicino ai nemici, Falco disse ch'ei conosceva una strada da cui avrebbero potuto recarsi al lago di Lecco, ove imbarcarsi per Musso, senza retrocedere dalla valle del Noce in cui s'internavano; ma soggiunse che a causa delle alte nevi, era d'uopo passare il monte che chiudeva quella valle per una via inusitata e strana, cioè dentro le profonde caverne che perforavano la montagna stessa. Gabriele rispose che se per le donne non v'erano colà pericoli od oggetti di spavento, s'offriva pronto a seguirlo dovunque. Falco lo accertò che correva bensì voce che quivi apparissero streghe e diavoli, ma ch'egli aveva fatta altre volte co' suoi compagni quella via, e che nulla mai gli era accaduto incontrare che gli recasse danno o terrore. Questa determinazione presa con Gabriele fu da Falco comunicata alla moglie, la quale, restia per alcun poco ad aderirvi, fu finalmente convinta, o piuttosto forzata, dalle parole e dalla volontà del marito, la cui scorta unita a quella del giovine guerriero le temperava in gran parte nell'animo la paura, che a pensare a quel tremendo luogo tutta l'invadeva.

Procedettero tutti insieme, guidando Falco gli altri, per quel bosco, usciti dal quale, e sempre rimontando la valle per via più aspra, e in quell'oscurità difficilissima, vennero in luogo dove restringendosi è chiusa dalle erette spalle del monte, ingombro d'alte piante. Quivi salirono un breve tratto, e trovaronsi alla bocca d'una spaziosa caverna tutta ingombra all'entrata da grossi alberi e sfrondate boscaglie. Le donne si strinsero intimorite a Falco, scongiurandolo a non por piede colà; ma egli cercando con animate parole dì dissipare il loro terrore, raccolse un fascetto di rami, lo strinse insieme, e coll'esca del moschetto, avendolo acceso a guisa di fiaccola, entrò intrepidamente nella grotta obbligando la moglie e la figlia condotte da Gabriele a seguirlo.

Levò alto quel lume, mirò d'intorno, e null'altro si presentò al suo sguardo che lo sterminato masso in che era incavato quell'antro: continuando con vivaci e risoluti detti a togliere dal seno di chi lo seguiva ogni temenza; raccolse molti frantumi d'alberi diseccati che erano sparsi sul suolo, li radunò in una catasta, intorno alla quale fece assidere le donne e Gabriele, e colla fiaccola v'appiccò fuoco.

Splendette ampia la fiamma investendo d'una luce viva il sasso giallo-rossiccio che formava la vôlta e le pareti laterali di quella caverna, riflettendosi sugli ineguali e rotti scaglioni che ne costituivano il fondo, il quale alla superiore estremità s'internava con un nero sprofondamento. Mentre, seduti intorno a quel fuoco sovra pietre dalla vôlta stessa cadute, quei quattro ivi venuti, le cui ombre si proiettavano in gigantesche proporzioni sul pavimento e sulle scabre pareti, stavano ragionando dei tristi avvenimenti di quel giorno, giunse al loro orecchio come un lontano e lieve rumore di pedata che venendo dal fondo dell'antro destava un tenue ma cupo rimbombo. Colpiti da quel suono, divenuti all'istante silenziosi ed immobili, attentamente ascoltarono, ed il rumore di que' lontani passi andava facendosi più distinto, indicando che alcuno dall'interno di que' recessi s'avanzava. Balzarono tutti in piedi, e Falco pel primo, che sollevò il moschetto piantandosi in attitudine di scagliare il colpo; Gabriele gli si pose a lato sguainando rapidamente la spada: dietro a loro rimasero le donne l'una accanto all'altra. Appena s'erano dessi così atteggiati, che ecco sul ciglio del più elevato masso che chiudeva in parte il fondo di quell'antro comparire una figura femminile, appoggiata a due mani ad un bastone, che l'incerto chiarore che là perveniva fuor disegnandola dall'oscura cavità che dietro le stava, davale aspetto di straordinaria e fantastica apparizione. Gelò a quella vista il sangue per terrore anche nelle vene dell'intrepido Montanaro, che come gli altri che seco erano pensò che quello uno si fosse dei tremendi abitatori della caverna comparso a punire gli audaci colà penetrati. Di grado in grado per i rialzi sporgenti negli smisurati scaglioni calò l'apparsa vecchiarda, e giunta al piano della grotta s'avanzò verso il luogo ove quei quattro si stavano immobili ed atterriti. Era dessa Imazza, la vecchia comare di Palanzo, che all'accostarsi dei nemici a quella terra aveva abbandonato anch'ella il proprio abituro, ed era per la Valle del Noce venuta colà, penetrando per un altro ingresso nella caverna, ove soleva frequentemente venire, e dove gli abitatori di que' monti supponevano stesse in consorzio cogli spiriti maligni. Vedendo dalle oscure latebre in cui s'aggirava, splendere lontano il fuoco sotto la più spaziosa vôlta, essendo pressochè intirizzita dal freddo, s'avviò per riscaldarsi verso di quello. Andò dritto colà, e senza nemmeno guardare in volto a chi vi era già vicino, coricò al suolo il suo bastone, e si rannicchiò presso la fiamma stendendo verso di essa ambe le scarne mani.

Allorchè Falco e le donne la riconobbero, sebbene non riuscisse ad essi gradita la sua presenza colà, pure essendo dessa loro comare, mirandola lacera ed abbrividita, lasciarono che s'accostasse a quel fuoco, sembrando troppa crudeltà il non concederle che sgelasse le membra. Gabriele guardava con occhio di meraviglia e di ribrezzo quella vecchia, il di cui strano aspetto annunziava una strega uscita quasi per incanto dal seno del monte, e mirando Falco e le donne, rimise il ferro nella vagina, non sapendo però rendersi ragione nè del loro silenzio, nè della calma ritornata sui loro volti nel momento che la vecchia approssimatasi s'accosciò quivi senza proferire parola.

Falco comprendendo dall'incerto movere degli occhi del giovine Medici chè volesse chiedere, bramando rassicurarlo inclinò il capo verso l'orecchio di lui, e con voce sommessa come di chi parla alla presenza d'uno che sonnecchia o vaneggia, disse:

"Questa è una donna di Palanzo: è la nostra comare Imazza: la madre di quel Grampo che rimase ferito a morte la notte che foste liberato dai Ducali. Essa conosce questa grotta assai meglio di noi, poichè si dice che da anni ed anni vi sia solita venire ogni notte; non vi saprei spiegare da qual parte è ora penetrata, poichè le vie da essa praticate sono ignote a tutti: non vi potrei dire neppure cosa sia qui venuta a fare. Se non vi si è ritirata per fuggire anch'essa i Ducali saliti a Palanzo, sarà venuta per trovarvi certi amici che il Cielo ci guardi dall'incontrare giammai. Comunque sia, noi non dobbiamo prenderne spavento: la lasceremo ben tosto qui sola, poichè l'alba non è lontana, e fa d'uopo mettersi in cammino, attraversando la grotta per riuscire dall'altra parte del monte e proseguire il nostro viaggio".

Mentre Falco così parlava, Gabriele e le donne guardavano attentamente la vecchia, a cui il calore che intiepidiva le carni faceva sparire dal viso e da tutto il corpo le rigide contrazioni prodotte dal freddo, e per la sensazione di quel ristorante tepore vedevansi i suoi lineamenti ricomporsi, gli occhi divenire poco a poco meno stravolti, sino al punto che le riuscì così grato quel sollievo, che mirando la fiamma colle spalancate pupille, sorrise, abbassando replicatamente la testa come salutasse un ente animato che la beneficasse; e benchè quel sorriso e quel moto avessero un indefinito carattere di demenza, si scopriva però che venivano dal cuore. Ad un tratto si fece di nuovo sconvolta in viso, raccolse le braccia al petto, i suoi occhi divennero vitrei ed immoti; stette come aggruppata in se stessa, poscia allungò una mano lentamente; la abbassò al suolo allargata, e fece l'atto di stringere alcun che di morto e resistente e di sollevarlo, aprì poscia le dita ad un colpo e rimase in quell'atteggiamento.

Un tetro pensiero assalì Falco a quell'atto, poichè gli richiamò vivamente alla memoria il moto fatto da lei col braccio di Grampo steso cadavere sul letto nel casolare di Palanzo e le parole che seguirono quel gesto tremendo: i suoi tratti si fecero oscuri e mormorò fra i denti: