Lodovico Vestarino".

Gian Giacomo portò tosto lo sguardo sul foglio che stava in quello rinchiuso, e vedendo nella soprascritta il carattere del proprio fratello Giovan Angelo, l'aprì frettolosamente e vi lesse:

"Amato fratello! Battista, che qui fu condotto ferito e prigioniero nel mese di gennaio, e fu tenuto per volontà del Duca in questo Castello di Porta Giovia, narrommi il triste evento della presa di Monguzzo, e presentommi il quadro esatto di tutte le forze che ti rimanevano sia di uomini, sia di navi e munizioni per far fronte alla guerra inaspettatamente scoppiata. All'udire l'esiguo numero al quale erano ridotte le tue truppe, io esclamai con dolore che vano sarebbe stato per te un più lungo resistere ai nemici per la smisurata loro preponderanza, da cui ogni altro meno eccellente oppositore sarebbe stato da gran tempo vinto e distrutto. Ma Battista mi disse che tu attendevi grosse bande Alemanne che dovevano essere a te condotte da nostro cognato il Conte d'Altemps, col sussidio delle quali tu avevi certezza di respingere il nemico e costringerlo a rispettarti per l'avvenire. Io faceva voti per la tua prosperità e invocai per te giorni di potenza e di pace, allorchè appunto il Cielo mostrò chiaramente di non esaudirmi, poichè giunsero le novelle delle grandi vittorie riportate su di te dal Vestarino e dall'Acursio a Mandello ed a Lecco, che colmarono di gioia questa Corte di Milano, e noi riempirono d'afflizione ed amarezza. A fare più irreparabile il caso noi seppimo cinque giorni sono da certi Tirolesi qui arrivati, che le bande assoldate per te dal conte Volfango, giunte che furono a Trento, quel Vescovo, per comando dell'Imperatore, si oppose al loro passaggio [20]; onde furono costrette a retrocedere, per la qual cosa ci è fatto evidente esserti omai tolta ogni possibilità di riparare agli assalti delle armi Ducali e della Lega.

[Nota 20:][ (ritorno) ] Vita di Gian Giac.º Medici.

"Tu sai che io, quantunque caldo amico e fautore della pace fra gli uomini, per l'indole mia propria che abborre dal sangue, e per la venerazione alle sacre e pietose leggi evangeliche di cui sono per mio stato propagatore, non ho mai insinuato a te di desistere dalla guerra sinchè mi parve che essere ti potesse una sicura guida a quella nobile indipendenza ed ingrandimento di stato che le belligere tue virtù sembravano accertarti. Ma ora che chiaramente veggo la Fortuna, dea nemica agli esimii ingegni, avere da te rivolta la volubile sua ruota, il fraterno amore mi move a consigliarti di deporre le armi, mentre fare lo puoi con onorate condizioni, evitando la più funesta sorte che altrimenti operando incontreresti tu non solo, ma i dipendenti tuoi ed i tuoi famigliari. Ho detto che ora fare lo puoi con onorate condizioni, perchè conosco l'animo umano e generoso del magnifico signor Duca, scrivendoti la presente con sua saputa, anzi aggiungerò con suo espresso consentimento e promessa di farla pervenire al tuo assediato Castello, rimettendomi la risposta che non dubito sarai per ispedirmi. E per tutto narrarti, dei sapere che il signor Duca mandò per me, e recatomi io innanzi a lui, mi spiegò lo stato delle cose a tuo riguardo, e soggiunse con molta bontà, che in questa guerra non ha avuto altro di mira che reintegrare il suo dominio, e riprendere quanto ha sempre appartenuto alla Ducale corona, ch'egli è lungi dal bramare di spingere le cose sino al totale tuo sterminio, come vorrebbero gli Svizzeri e gli Spagnuoli, ma che se sapesse da me che tu acconsenti a cedere tostamente il Castello di Musso ed abbandonare il lago, egli solverebbe te e tutti i tuoi da ogni colpa verso di lui, comprerebbe le tue artiglierie, a ti assegnerebbe una rendita vitalizia investendoti del Marchesato di qualche feudo ducale. Resi vive grazie al duca Francesco per tanta sua benignità e indulgenza verso di te, e l'accertai che avrei fatto tutto quanto fosse da me per ottenere l'immediata tua adesione a simiglianti patti, e l'incominciamento delle trattative. Implorai poscia mi concedesse di vedere Battista, il che ottenuto, ripetei ad esso lui le parole del Duca, ed egli medesimo s'unisce a me consigliandoti a volere piegarti di buon grado all'avverso destino, metterti in accordo col Duca, approfittando della sua liberale disposizione, e cedendo volonteroso ciò che cedere dovresti tra poco di forza. Ti muovano, oltre le mie preghiere, il considerare eziandio che prolungheresti e faresti più dura la cattività d'un fratello, che porresti a repentaglio la libertà dell'altro, che trarresti nella tua ruina la sorella, le cugine ed Agosto che sono teco rinchiusi nel tuo Castello, oltre i tanti valorosi che ti furono fedeli per sì lungo spazio di tempo: ti commova lo sventurato fine del nostro Gabriele, caduto vittima del guerreggiare nell'età più verde, e che lasciò in lagrime anche i più lontani congiunti.

"Attendendo ansiosamente una risposta per parteciparla al signor Duca, invoco dall'Altissimo che t'ispiri pel tuo e pel nostro maggior bene, e ti do un amoroso fraterno abbraccio.

"Milano 23 marzo 1532.

Giovan Angelo".

Umiliazione, orgoglio, ira e pietà assalirono a vicenda l'animo di Gian Giacomo alla lettura di questa lettera, ciò però che in essa ferì più vivamente il suo cuore fu la novella relativa alle truppe del Conte d'Altemps. Sebbene avesse da più giorni mostrato di disperare dei soccorsi del Cognato, pure quando lesse la positiva notizia della loro dispersione, tanto più indubitabile, in quanto che coincideva perfettamente co' suoi antecedenti sospetti, gli parve che in quel momento si decidesse contro di lui l'esito della guerra, e sentì allora soltanto che gli sfuggiva di mano il sovrano potere. S'assise, meditò: fece chiamare il Pellicione, gli diede a leggere il foglio, e conchiusero insieme che conveniva piegarsi al potere della contraria fortuna, ed accettare le condizioni che sarebbe per proporre il Duca. Il Castellano rescrisse una tale determinazione al fratello, mostrando di rassegnarsi al destino, ma con tale dignità e fermezza che confinava coll'alterigia d'un vincitore: la lettera fu mandata al Campo del Vestarino, mediante il segnale della bandiera, e dal Vestarino spedita immediatamente a Milano. Pellicione per ordine del Castellano medesimo fece noto la causa di quella corrispondenza a tutti gli altri Capitani ed agli uomini d'armi, dimostrando loro gli svantaggi e l'impossibilità d'una resistenza, e quanto fosse conveniente il trattare della resa, quando si potevano ottenere per tutti larghe ed onorevoli condizioni.

Quattro giorni dopo la spedizione della risposta a Milano giunsero al Campo di Musso Agostino Ferrerio vescovo di Vercelli e messere Galeazzo Messaglia, quali ambasciatori del Duca. Prima di conferire col Medici essi chiamarono ad adunanza i Condottieri principali della Lega Grisa ed esposero loro che era intenzione del duca Francesco Sforza di porre un termine a quella guerra per mezzo d'amichevoli trattative, a cui il nemico comune erasi mostrato disposto ad aderire. Fecero vivo contrasto a simile determinazione i Capi Grigioni, accaniti avversarii del Medici, che vedere lo volevano sterminato, e non vi si piegarono che quando fu fermo il patto che il Castello di Musso, uscitone appena il Castellano, verrebbe demolito da capo a fondo, nè più sarebbe ricostruito onde mai vi stanziasse persona che riuscire potesse molesto vicino a quegli abitatori delle Retiche montagne. Ciò convenuto, venne mandato avviso a Gian Giacomo della venuta degli ambasciatori Ducali. Medici fece tostamente aprire una delle porte della Fortezza, e mandò un suo Capitano con due sergenti d'armi al Campo del Vestarino per concertare il modo ed il luogo in cui dovesse avvenire la conferenza, offrendo di accogliere i due Ambasciatori nel Castello, dando inviolabile parola di rispettarli ed onorarli come al loro sacro carattere si conveniva.