Il Vescovo di Vercelli, già intimo amico della casa Medici, e il Messaglia, altra volta dal Castellano cortesemente ricevuto, non dubitarono d'accettare l'offerta, ed il giorno seguente entrarono col loro seguito nel Castello, e furono condotti nella sala d'armi della Rocca Visconti addobbata con gran pompa, ove stava il Castellano in ricco e completo guerresco abbigliamento circondato da tutti i suoi Capitani. Sedutisi tutti quivi, ed i due Ambasciatori in posto eminente, il Vescovo di Vercelli fece una fina allocuzione a Gian Giacomo sulla convenienza e la giustizia della pace, sulla bontà del Duca, sopra i suoi diritti, e presentò in un foglio in pergamena improntato del ducale suggello i seguenti Capitoli che dovevano tra le parti fermarla:
"Che il Castellano lasciasse Musso e Lecco e tutte le altre Terre che possedeva nello Stato di Milano, con tutte le munizioni da guerra e tutte le vettovaglie;
"Che le artiglierie già tolte a' Veneziani si restituissero loro;
"Che il Duca si obbligava far pagare diecimila scudi del sole in Vercelli in mano di chi piacesse al Medici, e nella detta città dar cauzione per altri venticinquemila scudi da essere pagati in termine di otto mesi in due volte;
"Che l'investiva di Marignano eretto in Marchesato in ampia forma con entrata perpetua di scudi mila, e che se mancava l'entrata di Marignano si obbligava a supplire con altre entrate sopra i dazii di Milano;
"Che il Duca liberava Gian Giacomo Medici, fratelli, soldati e suoi dipendenti da qualsivoglia sorte di eccesso o delitto commesso anche contro la Maestà del Principe;
"Che concedeva a' detti fratelli Medici di potere riscuotere i crediti che avevano nello Stato di Milano, così entrate di beni stabili come entrate pubbliche, e avrebbe fatto che gli ufficiali Ducali non mancassero di render loro buona e sommaria giustizia;
"Che il Duca lascierebbe godere tutti i beni che legittimamente appartenevano a detti Fratelli nei suoi Stati, ovvero in termine di due mesi gliene pagherebbe il valore all'arbitrio del Vescovo di Vercelli, e d'altra persona da nominarsi da essi medesimi;
"Che il modo e il tempo di consegnare il Castello verrebbero amichevolmente stabiliti fra gli ambasciadori Ducali e Gian Giacomo subito dopo la ratifica del trattato".
Letti questi Capitoli da Galeazzo Messaglia ad alta e posata voce, parvero a tutti sì onorevoli e generosi, avuto riguardo allo stato a cui erano ridotte le cose, che nessun d'essi dubitò fosse il Castellano per aderirvi con lieto e volonteroso animo, ed a lui stesso infatti quella larghezza di retribuzione riuscì maggiore assai dell'aspettativa, ma allorquando il Ferrerio ed il Messaglia alzatisi s'accostarono alla tavola ov'era la scrivania e spiegati su quella due esemplari del trattato di pace, invitarono il Medici a sottoscriverli, egli levossi, fece un passo innanzi e con generale sorpresa s'arrestò. I due Ambasciatori e tutti i circostanti rimasero stupiti portando attoniti gli sguardi su di lui: una contrazione di fibre, un pallore improvviso apparvero sul suo volto indicando lo strazio d'un tormentoso pensiero: era l'ultimo saluto ch'egli dava alla bella speranza di regnare. Si scosse, s'avanzò, impugnò la penna e scrisse il nome; un susurro di letizia universale applaudì a quell'atto che molti sospiravano.