Subito dopo fu, senza contrasti, determinato che Gian Giacomo quel giorno stesso farebbe stendere un quadro numerizzato di tutte le armi e le salmerie che si trovavano nel Castello che dovevano passare, com'era convenuto, in proprietà del Duca, e farebbe trasportare tutti quegli oggetti nei cameroni inferiori delle case del Maresciallo, per essere, dopo la consegna, immediatamente caricati sulle navi e portati lontani dal Castello che doveva essere dato in mano ai Grigioni: che il mattino seguente egli farebbe uscire dalla Fortezza i suoi soldati e v'entrerebbero i Ducali e gli Svizzeri a prenderne possesso, eccettuatone però il Forte, in cui Gian Giacomo rimarrebbe sino al terzo giorno, allo spuntare del quale verrebbe su una nave ducale condotto a Lecco con quelle persone e con quegli effetti che stimerebbe meglio, e di là gli sarebbe poscia stato libero recarsi ove più gli piacesse.

Gian Giacomo aveva fatto disporre un sontuoso pranzo, al quale sedettero oltre gli Ambasciatori Ducali anche il Generale Lodovico Vestarino, cui egli mandò cortese invito al campo di Musso. Quei due famosi guerrieri che pochi giorni addietro avevano guidati i loro eserciti ad azzuffarsi con tanto accanimento, quando si videro nelle sale del pacifico desco s'onorarono a vicenda con molte parole, ma non saprebbe dirsi se le espressioni di lode e di stima che suonarono in quell'incontro sulle loro labbra non velassero un astio ed un'invidia profonda, perchè è noto che anche gli uomini dotati di sommo ingegno e valore, allorchè vengono delusi nelle loro ardenti brame, non sanno sottrarsi all'impero delle più basse passioni.

Il giorno seguente, ch'era il primo d'aprile 1532, le truppe del Castellano incominciarono di buon mattino ad uscire dalla Fortezza, e mano mano che giungevano od a Musso od a Dongo, venivano sbandate, recandosi quegli uomini che erano abitatori delle Terre del lago nelle proprie case, e gli altri parte facendosi in drappelli per recarsi come soldati venturieri allo stipendio dei principi d'Italia o d'oltremonte, parte unendosi all'armata Ducale, e parte finalmente scostandosi di là col reo pensiero d'infestare i luoghi difficili delle pubbliche strade.

Usciti questi, e ritiratosi Gian Giacomo con pochi de' suoi più fidi e colle donne nel Forte più eminente del Castello, entrarono in esso i Ducali ed i Grigioni. I primi si diedero tostamente a trasportare sulle navi tutti gli attrezzi di guerra e le munizioni cedute dal Castellano per spedirli a Como. I secondi, quasi forsennati pel contento di quella conquista, fattisi cedere dai Ducali grossa parte della polvere del Castellano medesimo, si misero con gran possa a scavare ampie e profonde mine agli angoli delle rocche, sotto le torri ed i baluardi, caricandole e mettendovi le micce per non perdere punto di tempo a dar opera alla demolizione di quelle per loro sì tremende mura, da cui erano usciti uomini che avevano portato tante volte il terrore sino nel centro delle loro più inospite valli.

I soldati del Duca, che volevano essi pure dare qualche sfogo alla loro vendetta delusa dal trattato di pace, non essendo spinti da alcun impulso a cooperare alla distruzione di quel Castello, fecero il progetto, ancor più barbaro, di trucidare in esso i Mussiani fatti prigionieri nella battaglia di Mandello e che avevano posti sulle navi, tenendovili gelosamente celati, per tema che il Medici ne chiedesse la liberazione.

Verso il cader del giorno li fecero scendere a terra pesantemente incatenati, e fattili entrare dal portone nella Fortezza, li chiusero separatamente in certe casematte sotto i baluardi del Maresciallo, attendendo il mattino per sacrificarli appena Gian Giacomo avesse abbandonato il Castello. Tra que' prigionieri trovavasi Falco, che per sottrarre il cadavere di Gabriele dal furore dei nemici cadde, come narrammo, stordito da un colpo sul cranio, e fu facile preda ai Ducali, che vedutolo inerme ed annodato inferocirono a lungo contro di lui coi fatti e le parole: ma quel guerriero Montanaro, d'animo quanto ardito altrettanto vigoroso e fiero, tutto sostenne con eroica fermezza: e mai un sospiro uscì dal profondo del suo petto, se non quando, tratto dalle navi a terra, passò, stretto in catene, sotto la volta del portone del Castello di Musso che aveva quasi sempre varcato tornando vincitore di quegli stessi che lo trascinavano a morte. Un soldato che Gian Giacomo teneva presso di se come servo, uomo per indole curioso e indagatore, vedendo dal Forte un movimento giù abbasso d'uomini d'armi Ducali dalle navi al Castello, di cui in quell'ora quasi tenebrosa non appariva la causa, s'adombrò d'alcuna trama, e uscito dalla porta, slisciò pian piano lungo le mura, evitando i Grigioni, sino in fondo della Fortezza, ove appiattatosi vide condur dentro i prigionieri Mussiani, e fra essi riconobbe distintamente Falco: ciò scoperto, si rivolse, e su su rientrò nel Forte. S'ignora s'egli palesasse la cosa a Gian Giacomo, e caso che gliene avesse fatto racconto, non si saprebbe comprendere per quali motivi quel Condottiero rimanesse inoperoso, e non tentasse strada alcuna onde salvare la vita a' suoi guerrieri facendoseli ridonare dal Vestarino. Ciò che è certo si è che trascorsa d'assai la mezzanotte, lo stesso soldato battè all'uscio della camera di Orsola chiamandola istantemente, e venuta questa donna ad aprirgli, le narrò a bassa voce che il marito di lei si trovava in quel medesimo Castello in mano dei Ducali. Orsola fu per isvenire a tale notizia, e appena riebbe la parola, pregò ardentemente quel soldato la guidasse tosto al luogo ove stavano i prigionieri, che avrebbe implorato dalla pietà dei custodi di rivedere e favellare al marito. Ella insistette onde ve la conducesse all'istante, perchè allo spuntare dell'aurora Gian Giacomo e tutti gli abitatori del Forte dovevano partire per Lecco, quindi essa stessa con loro, e la propria figlia Rina che si stava nelle stanze di Margarita Medici allestendo con altre donne gli equipaggi per essere disposte alla mattutina partenza: e nel cuore di Orsola sorse sorridente la speranza che Falco le avrebbe dato il desiderato comando di non seguire Gian Giacomo Medici, di ritornare invece a Nesso colla figlia, ove egli, liberato dai Ducali per effetto della celebrata pace, le raggiungerebbe, e condurrebbe con esse una più tranquilla vita.

Il soldato cedendo alle replicate inchieste di Orsola, aderì ad esserle scorta ai baluardi occupati dai Ducali, ed ella allora tutta gioiosa fece rapidamente un involto di sue poche masserizie ed oggetti di vestimento che pose da canto col pensiero di riprenderle quando sarebbe venuta a levare la figlia, e via col soldato alla porta del Forte che questi fece aprire e giù per quelle tenebre di bastione in bastione sino alle case del Maresciallo. Pervenuti colà scorsero un lume dentro un camerone, che era quello da cui si discendeva alle case matte: il soldato fecelo rimarcare ad Orsola e le disse d'avviarsi quivi da sola, ch'egli starebbe ad attenderla più in su al ritorno, e si scostò immediatamente da lei. Orsola, trepidante di tema e di contento, s'avanzò con incerti passi, ed entrò colà: al fosco chiarore d'una lampada vide quattro uomini d'armi che dormivano, due stesi sulle panche e due col capo piegato sulle braccia appoggiate alla tavola. Tremò la meschina non osando risvegliare que' feroci, ma l'un d'essi destato dal rumore de' suoi passi levò la testa e diè un grido d'allarme; balzarono in piedi i tre altri brandendo le armi: allora la donna gettossi ai piedi di quel primo, espose la causa di sua venuta, e colle lagrime agli occhi e le mani giunte implorò la grazia di vedere il marito.

"Al levare del sole, le rispose desso ruvidamente, quando lo condurremo fuori per fargli la festa, potevi vederlo a tuo bell'agio senza che fosti qui venuta a romperci il sonno, che non so come diavolo vi sii riuscita: ma sei fortunata: trovi un uomo di buon cuore che non può vedere a piangere le donne: Tacco, va con Lisca a condurla là giù dove abbiamo messo Falco; ch'egli se la becchi pure prima che gli storciamo il collo".

Quei due uomini d'armi, che s'avevano volti più da sgherri che da soldati, presa una fiaccola per ciascuno, guidarono Orsola da un uscio che s'apriva quivi ad un corritoio, in fondo al quale vedevasi una porta ferrata. Tacco, che portava appeso alla cintola un mazzo di grosse chiavi, ne tentò bestemmiando tre o quattro alla toppa, sin che scontrata la corrispondente, dischiuse, traendo il chiavistello, spinse pesantemente l'imposta, che cigolando s'aprì di poco, e consegnata la sua fiaccola ad Orsola, questa palpitando vi penetrò. Appena ebbe dessa posto il piede là dentro, Tacco richiuse il battente e vi girò la chiave; la donna, oppresso il cuore dal terrore e dall'angoscia mista però alla speranza, discese lentamente una lunga scala, e giuntane in fondo, s'arrestò, temendo inoltrarsi prima di sapere chi vi fosse in quella sotterranea stanza.

Falco, che stava colà seduto su un masso a piedi d'una grossa colonna, colpito da quel lume improvviso, alzò il capo e conobbe egli pel primo la moglie: levossi, e il rumore di sue catene fece di lui avvertita la donna, che, vedutolo, diè un grido, e posta a terra la fiaccola, s'abbandonò quasi svenuta nelle sue braccia. Avevano a Falco strappata d'addosso coll'armi la schiavina e la rete che gli formava berretto, onde non portava sulla persona che il lacerato giaco di maglia, aveva nudo il collo, sparsi i capelli, e pallide oltremodo le guancie pel sangue versato ed i tremendi suoi casi: una pesante e lunga catena lo serrava a mezzo il corpo e metteva capo in un grosso anello di quella colonna.