La desiata pace del Signore.

I Guelfi. Poema.

Ardito monumento di feroci tempi sorge quasi nel centro dell’alta città di Bergamo, una quadrata elevatissima torre contesta di grossi massi petrosi, che lungi vedesi dal piano giganteggiare sulla linea degli edificii come un ricordo severo, una minaccia di trapassate età fatta solida, inalterabile. Presso la sommità di quella torre s’apre in ciascuno dei quattro lati un pertugio o finestretta oblunga, arcuata, che al guardarla dal basso ha l’apparenza di semplice fenditura. Nell’epoca di cui intendiamo parlare, cioè nell’anno 1306, una ferriata di grosse barre era apposta ad ognuno di que’ fori e ne divideva l’angusto vano in più piccioli spazj.

Sul cadere del giorno 24 d’agosto dell’anno sopra annunziato chi dalle vie vicine avesse mirato attentamente all’alto della torre, avrebbe veduto tra le ferree spranghe della finestretta dal lato occidentale apparire la faccia d’un giovine prigioniero che stava immoto contemplando il tramonto del sole.

Trovavasi infatti colà un misero, ancora nella più fresca età della vita, che dotato di prodigiosa attività e tutto fuoco nell’anima, era condannato a consumarsi in fatale inerzia entro quelle ristrette e tremende pareti, caduto ahi! troppo immaturamente, in potere di un nemico, più fiero e implacabile per essere suo stesso concittadino. Aveva quel prigioniero pallido il viso, nerissimi gli occhi, e cadente lungo le tempia la bruna ed inanellata capellatura; stava allora curvato al sasso, collocate l’uno sull’altro le braccia e il mento appoggiato sul pugno della destra mano, fiso mirando il gradato scemarsi della viva luce del giorno, e il vibrare degli ultimi raggi lungo la fuga di colline, che si stendono a ponente della città sin dove avvalla il Brembo. Vedeva egli i castelli sulle prominenze lontane disegnarsi in nero contro lo splendido occidente, e passare in taluni di essi per opposte aperture una striscia di luce, che raffigurava entro le vetriate un incendio.

Quando tutto quell’ardente chiarore si andò temprando in una tinta argentina, che mano mano moriva nell’azzurro sempre più cupo del cielo, su cui veniva dominando la sera, il prigioniero si rizzò, e più dura, più angosciosa si scrisse ne’ suoi bei lineamenti la pena, alla quale quel luminoso spettacolo aveva recati alcuni momenti di tregua.

Dalle sottoposte chiese sì della città, che dei borghi, cominciò in quel mentre a salire là su il suono de’ tocchi dell’Ave-Maria. Al mesto rimbombo di quel pietoso invito a rivolgersi a Dio, si concentrò lo sconsolato in sè stesso, ed alzò poscia supplicante lo sguardo, lasciando giù cadere le braccia con giunte le mani. Parve pronunciasse una preghiera, ma non ne raccolse giovamento alla quiete dell’animo, poichè d’improvviso fece un moto di sdegno e proruppe in tronche parole di rabbia e minaccia. Acquetatosi di nuovo s’appressò al suo giaciglio, e su vi si abbandonò rimanendovi supino in riposo; ma dopo pochi momenti incominciò ad agitarsi, e crescendo in lui la smania, vi si arrotolò singhiozzando disperatamente. Riavutosi da quell’impeto sfrenato di dolore, si sollevò a sedere, indi inclinossi da un lato, piegò il capo e rimase sorretto sulle braccia che stese a puntellare la persona. Così stette a lungo assorto in tetri pensamenti, senza trarre pressochè il respiro, immobile al paro dell’effigie marmorea del gladiatore moribondo di cui imitava la posa. Elevata alfine la testa osservò che riflettevansi in chiaro sulla volta del suo carcere le quadrate partizioni della finestra aperta dal lato orientale. Comprese che spuntava la luna, si rialzò, e s’affacciò a quel pertugio.

Di retro ai colli che limitano la veduta verso Brescia, veniva alzandosi, e sorgendo s’allargava smisuratamente in sua pienezza l’astro della notte. Allorchè fu tutto sull’alto del prominente colle a cui pareva appoggiarsi col lembo inferiore, si mostrò rosseggiante, e venendo da alcune brune strisce di vaganti nebbie bizzarramente tratteggiato, all’attristata fantasia del prigioniero, il disco lunare, prese aspetto dell’umana faccia d’un beffardo spirito nimico, apparso a far più crude col suo reo influsso le sciagure umane, sembrando a lui che quel fantastico volto, acceso da sinistro fuoco, guardasse a sghembo giù giù per la pianura e si scorciasse in un pingue diabolico riso, come una strana creazione venuta dalla profondità de’ cieli o sorta dall’inferno a spaventare i viventi.

Ma ben presto quando uscita da bassi vapori la luna s’elevò pel firmamento in sua limpida carriera, la doglia nell’anima del misero si mitigò, e s’addolciva l’acerbità de’ suoi mali, come dolce era il chiarore che si diffuse, soavemente investendo le cose e spirando una calma universale.

All’ora stessa e dagli stessi raggi di luna illuminato andava lento e meditabondo, mutando i passi sotto il porticato del convento de’ frati Minori di san Francesco (prossimo all’antica Rocca) uno di que’ Padri, di veneranda presenza, ed il soggetto de’ suoi intensi pensamenti era quello stesso prigioniero della Torre. Di quando in quando accanto alle nicchie delle arche segnate da stemmi gentilizj, e guerreschi, ove dormivano antichi prodi, quel monaco arrestava il piede e sfuggivagli dalle labbra il nome d’Edemondo.