Portava egli a quel giovine affetto più che paterno, poichè era stato quegli che fino dai primi anni dell’infanzia aveva preso con assidui insegnamenti ad informargli lo spirito alla sapienza ed alla virtù. Nato da una di lui sorella, il cui sposo appena celebrate le nozze erasi ravvolto nel turbine delle civili discordie, Edemondo venne abbandonato alle sole cure della madre, la quale riposto ogni amor suo in quell’unico figliuolo, non sapendo di qual maniera meglio sottrarlo agli instanti perigli da cui era minacciata l’intera sua famiglia, affidollo lagrimando al fratello, la cui religiosa condizione lo faceva ire immune dall’odio degli avversi partiti. Ad onta però de’ pacifici sensi che lo zio, cedendo benanco alle calde preghiere della madre, cercava stillare in esso lui, Edemondo, tocco appena l’età che gli fece atto il braccio a trattare il ferro e forte il petto a reggere un corsaletto d’acciajo, infiammato dai continui racconti de’ fatti guerreschi, che incessantemente si succedevano nella sua contrada, anelò prendervi parte, mischiandosi all’altra gioventù bellicosa; onde eluse la vigilanza dello zio, gittossi al partito dei Ghibellini ai quali erasi unito il padre suo, e giurò ai Guelfi sterminio e morte.
Invano tentò il buon Frate richiamarlo alla quiete claustrale ed ai placidi studj; chè quell’anima bollente dal paterno esempio infiammata, non spirava che zuffe e battaglie, onde lo zio confortando il trepidante animo della sorella, altro non poteva che invocare dal cielo al nipote protezione e difesa nei continui cimenti in cui si scagliava.
Era sede de’ Ghibellini la terra di Martinengo, tenevano la città di Bergamo i Guelfi. Molte fierissime zuffe impegnaronsi tra essi, ed una delle più accanite avvenne allo scontrarsi delle schiere avversarie sulle sponde del Serio. — Per quale cagione mai il valente Edemondo, la più vigorosa spada di sua bandiera, si lasciò allora atterrare da un audace nemico, anzi che toglierli com’era in suo potere la vita? — Ciò era un arcano sepolto ne’ più profondi recessi del suo cuore, e che quasi a sè stesso non osava rivelare. Preso prigioniero fu tradotto in Bergamo, e serrato alla sommità di quella Torre, entro la quale già da più mesi languiva.
Nel padre suo non produsse tale evento che un accrescimento di sdegno, e il fermo proposito di trarne clamorosa vendetta. Saputosi dallo zio la fatale novella della cattività di Edemondo, che ne condusse la madre all’orlo del sepolcro, non ignara che dalla prigionia alla morte era di que’ tempi un sol passo, tutto pose il buon Frate in opera per riscattarlo. Ma andate fallite erano le più diligenti cure e le sue vive istanze, poichè l’inflessibile cuore del fiero Guelfo, di cui il giovine stava nelle mani, non udiva intercessione, nè sentiva pietà. Più che in altro trascorso giorno poi trovavasi quella sera l’animo del Frate in ambascia per Edemondo, poichè durante il dì medesimo, in altre torri de’ Guelfi alcuni infelici prigionieri Ghibellini erano stati con tormentosa morte fatti perire, ed aveva potuto non senza raccapriccio penetrare, comperando da uno sgherro il secreto, che orrendi apparati si disponevano pure nel sotterraneo della torre che chiudeva Edemondo. Aggirandosi il Francescano solitario sotto quegli archi dopo avere a lungo meditato, onde rinvenire se stato pur fosse possibile un pronto riparo al crudele minacciato disastro, invocando con calorose preci nuovi lumi dal celeste suo Patrono, parve che una istantanea ispirazione gli irradiasse la mente, poichè dopo essersi arrestato per brevi momenti, affrettò d’un subito i passi, abbandonando gli archi del portico e salì alla cella del padre Stefano da Vimercato, guardiano del convento. Indi a poco discesi insieme i due frati uscirono in quell’ora inconsueta dal chiostro, e calati per un viottolo alla chiesa di sant’Agostino, confabulando a piana voce, si diressero sotto le antiche mura al monastero dei padri Domenicani, che s’elevava di quell’epoca sullo spianato che è davanti la chiesiuola della Madonna presso san Giacomo, luogo nel quale i Veneziani alcuni secoli dopo, atterrato il chiostro, eressero batterie, siccome punto avanzato delle ampie fortificazioni di cui la città intera vollero circondata.
Durante il corso della stessa notte anche là nel castello di Martinengo ove dominavano i Ghibellini, altre vittime di quell’ira faziosa languivano sotto il carco delle più lugubri idee. Nel massiccio e gretto muro che stava di contro alla parte esteriore dell’abside della cappella ed al ricinto che chiudeva il cortile o piazza d’armi di quel castello, s’apriva un verone allora di recente per gran parte murato, sì che non offriva libero ingresso alla luce che presso alla volta ov’erano due archi di sesto acuto divisi da arabeschi traforati. Di tal modo erasi cangiata la sala, a cui rispondeva il verone stesso, in un carcere per racchiudervi un vecchio di cadente età ed una tenera fanciulla, i quali nel momento di cui parliamo trovavansi da poco ivi gementi. Erano i dominatori del castello giunti a tal grado di barbarie da caricare le braccia ed i piedi del misero vecchio di pesanti catene. Giaceva esso in quell’ora della notte steso sul letto, posata su ruvido guanciale la testa sparsa di radi capegli, candidi come la lunga barba che gli scendeva dal mento. A piedi del letto sedeva la giovinetta Adelasia, a cui ogni sospiro dell’avo, precipitato a tanto miseranda condizione, recava al petto una nuova ferita. Contava essa appena i tre lustri, angelici erano i suoi tratti, sebbene affievolita, estenuata, ne avesse il dolore la bella persona. Allentate teneva le treccie e giù in gran parte trascorrenti per le spalle; aveva piegati gli occhi al suolo, e posate in grembo le mani assorta forse in qualche commovente memoria de’ suoi giorni felici. Un raggio di luna penetrando dall’alto del verone veniva intero a cadere su di lei e ne rischiarava colla pallente luce i dolci contorni.
Richiamata a sè stessa dalle vive rimembranze a cui la traevano il cuore e la fantasia, badò con ansia al vecchio e s’accorse che erasi assopito in profondo sonno. Ringraziò tacitamente il cielo di quel benefico ristoro all’infelice, indi si diede a ripensare. Ma fosse il commovimento a cui con maggior efficacia la dispose la fervida preghiera elevata a Dio per riconoscenza, fosse un angoscioso ritorno sovra sè stessa ed il crudele suo stato, fosse una più tenera cagione, abbondanti lagrime le sgorgarono improvvisamente dal ciglio, ed a frenare i propri singulti, che destar potevano il vegliardo dormente, comprimeva le labbra con entrambe le mani che inondavansi del suo pianto.
Ed oh per qual cagione mai ad un tratto si scuote, e porge intenta l’orecchio? — È lo scalpitare di un cavallo accorrente; innalzasi il grido delle scolte — s’appressa il cavallo alle mura — «Chi mai sarà? (ella dice fra sè stessa) Oh! recasse almeno una novella felice!» — Ma il cavallo trascorre, — è trapassato — torna a regnare come prima solenne il silenzio.
Un’ora dopo il prigioniero nella Torre di Bergamo, i cui sonni erano stati brevi ed agitati, essendo sorto, affacciatosi alla ferriata di sua finestra dal lato meridionale, vedeva lungo una delle strade della pianura apparire e nascondersi fra i rami delle piante un non so che di lucente che s’andava appressando alla città; erano i riflessi di una lucida armatura, era un guerriero che veniva precipitando il corso a quella volta.
Spettava a Filippo Colleoni la Torre, ed accanto vi sorgeva il palazzo di quel temuto capo de’ Guelfi.