Fu innanzi l’abitazione di lui, che balzò d’arcioni il sopravvenuto guerriero, a cui da’ vigili custodi vennero prontamente spalancate le porte, e l’inaspettato suo arrivo di tal ora mise in grave agitazione tutti gli abitatori. Egli era desso Ubaldo Vertua l’uno de’ valorosi seguaci della fazione, e stretto al Colleoni dall’amistà più fida. Disse recare importantissimo annunzio, e introdotto in una delle sale superiori del palazzo, si vide ben tosto comparire innanzi sollecito l’amico a cui, benchè quasi gliene mancasse il cuore, narrò l’infaustissimo evento che lo aveva fatto accorrere precipitoso in Bergamo.

All’udire l’inaspettata notizia, i tratti del Colleoni naturalmente severi, si fecero lividi e contraffatti, gli divennero pallide e tremanti le labbra, e gli gocciò gelato sudore dalla fronte. Anche sui bruni lineamenti del Vertua, chiusi nel cerchio di ferro che formava serraglia alla visiera allora elevata sull’elmo, stava scolpita l’espressione d’una amarezza profonda, che annunziava quanto cordoglio a lui pure cagionasse la novella di cui era venuto apportatore. Sedevano que’ due l’uno a fronte all’altro, e li rischiarava il lume d’una lampada posata sovra una tavola ad essi vicina, mancando ancor più di un’ora allo spuntar del giorno.

Era Colleoni rimasto immobile quasi stordito dall’orrendo racconto; teneva le braccia compresse fortemente al seno, e girava di quando in quando gli occhi smarriti che poi volgeva fisi al suolo. Scorgevasi che lo premeva una intensa angoscia, e che i suoi pensieri andavano travolti da un turbine di funeste immagini. Il guerriero rispettava quel silenzio indicatore della violente lotta interna de’ più possenti affetti del cuore, mortalmente vulnerati sin negli intimi loro recessi.

«Mio padre!... mia figlia!... la mia Adelasia!... in loro potere?... (esclamò alfine Colleoni) in potere d’Alberigo? di quell’empio senza religione, senza fede?... È vero anch’io ho nelle mani un Suardi e potrò pagarmi di sangue stilla per stilla, ma intanto oh cielo! che mai sarà di loro in questo momento? Chi sa a quali strazii li sottopongono! Ed io li ho lasciati senza difesa nelle mie case d’Iseo!... Oh me incauto! me infelicissimo!...» — e profferendo quest’ultime parole balzò in piedi urlando e percuotendosi disperatamente la fronte. Ubaldo Vertua levatosi esso pure gli si fece d’appresso e posandogli sulla spalla la mano tuttavia coperta dal guanto di ferro — «Amico (disse con grave accento) non perdiamo in vani lamenti questi istanti preziosi. Fa duopo cercare per quanto ci fia possibile un pronto riparo a tanta sventura. Se opera di spada fosse stata valevole, se fosse bastato l’andar incontro a qualunque periglio, non m’avresti veduto comparirti avanti senza ricondurre nelle tue braccia il padre e la figlia... Filippo tu mi conosci...?

«Oh sì! cento volte esperimentai la tua amistà, il tuo valore. Ubaldo, io t’amo come fratello... che dico?... come figlio...! Ohimè! e non dovevi tu essere veracemente mio figlio? non è per te la mano della mia Adelasia? se non fossero state quest’ultime maledette discordie che ci tolsero di compiere riposatamente i nostri disegni, essa non si direbbe già tua, non sarebbe già entrata nelle tue case?... Salvala per pietà! salvami la figlia, salvami il padre! egli sì vecchio, e venerando, e, oh dio! la sua canizie è forse in quest’istante calpesta, colma d’obbrobrio dal mio nemico!... No, io non potrò espiare giammai una colpa sì atroce; io li ho abbandonati indifesi, io sono la causa del loro supplizio!...

Così parlando Colleoni mostravasi in preda a tutte le smanie della disperazione, se non che il guerriero tenendosegli costantemente d’appresso, con parole temperate alla dolcezza, al conforto, poco a poco lo richiamò in sè medesimo, di modo che, mitigato in lui quel forsennato eccesso fu vinto da una commozione profonda, e s’abbandonò singhiozzando sul petto dell’amico, che lo sostenne e lo strinse affettuosamente al cuore — «No, tu non devi accusar te stesso (disse egli). Qual colpa è mai la tua, se essi furono per sorpresa assaliti in Iseo, e trascinati dal Suardi prigioni a Martinengo? Non li avevi tu tolti da Lovere, stimandoli colà mal sicuri dalle bande di Valcamonica, e non li ponesti in Iseo sotto la custodia di Ferrino, uno de’ più valenti di nostra fazione? Chi potrà accusar te, se Ferrino fu traditore, e compro dall’oro ghibellino, lasciò che Suardi penetrasse nelle tue soglie e s’impossessasse de’ tuoi?...

— Ferrino! l’infamia de’ Guelfi! egli sconterà colla vita il tradimento, od io non sono Filippo Colleoni!» — così egli disse con voce cupa e minacciosa, sollevando la destra come se stringesse un pugnale.

— Ora ti calma. Suardi non avrà osato bagnarsi del sangue di tuo padre e di tua figlia. No, pensando che la mano di Ubaldo Vertua può stringere un ferro, Alberigo non avrà avuto ardimento di giungere a tanto eccesso. Su dunque troviam modo di togliergli di mano la preda.

— Ma come mai riuscirvi? Troppo forte e ben munito è il Castello di Martinengo e tu sai che le sue mura furono per noi sin ora inespugnabili. Ed, ohimè! se pure ci recassimo ad assalirlo mi parrebbe che ogni nostro colpo di balestra venisse ricambiato con un colpo di pugnale nel loro cuore.

— Ma e non dicesti tu ch’hai prigioniero un Suardi?» — chiese Ubaldo con accenti precipitosi come se gli fosse di subito balenato alla mente un felice pensiero.