— Sì!.., sì... un Suardi... Edemondo suo figlio... suo figlio stesso!» — esclamò Colleoni con gioja feroce.

— I tuoi sono salvi (gridò Ubaldo abbracciandolo) Mi recherò io medesimo messaggiero, onde proporre ad Alberigo lo scambio. Potrebbe egli esitare ad accettarlo se tu v’acconsenti?

— Suo figlio e dieci prigionieri ghibellini a sua scelta» — profferì con trasporto Colleoni. Ma quasi nell’istante medesimo concentrandosi in un’amara riflessione, soggiunse dolente. — Ma come mai? andresti tu stesso a parlamento colà? tu, dentro il suo Castello a darti in suo potere? Non sai dunque quanta sia la perfidia di quell’anima iniqua e che nessun sacramento gli torrebbe di levarti la libertà o la vita? No, amico, io non posso concederlo, un altro...

— Mai — pronunciò interrompendolo con forza Ubaldo — Voglio andarvi io stesso. Alberigo fu un giorno mio compagno in guerra. Noi pugnammo l’uno a fianco dell’altro per la libertà della nostra terra, quando la patria non aveva che una bandiera, or benchè mi sia nimico, sacra è per sempre la fratellanza dell’armi, ed ei non può offendermi che in campo aperto o chiuso con armi leali senza malie o tradimenti, ed io starò sicuro al suo cospetto e in mezzo a’ suoi come tra le pareti del mio proprio castello».

Colleoni nulla seppe rispondere a sì generose parole. Gli si gettò di nuovo singhiozzando al seno, e reiterando gli amplessi, mischiava l’espressione della sua riconoscenza alli scongiuri più caldi di salvargli il padre e la figlia, secondo che lo ispirava o la speranza o il terrore intorno alla riuscita della proposta dell’intrepido amico.

Il dì seguente sul volgere del tramonto l’ardimentoso e magnanimo Ubaldo s’appressava al Castello di Martinengo. Tinte dagli ultimi raggi del sole rosseggiavano al suo sguardo le alte bastite e le merlate torri su cui vedevansi lucicare le lance degli uomini d’armi passeggianti in vedetta. L’imponente aspetto del forte castello del suo nimico non fece che il guerriero rimanesse un istante in dubitanza del progredire, ch’egli anzi avviò diritto il destriero alla volta dell’entrata, e s’avanzò tra il vallo che ne formava gli approcci, pervenendo ad una torre, la quale sorgeva al di qua dell’ampio fossato che circuiva il castello e ne chiudeva il varco. La porta di quella torre andava chiusa da ferrata imposta, ed a lato di essa vedevasi un’angusta porticella non meno saldamente serrata, al di sopra della quale nel ruvido ed erto muro s’apriva uno spiraglio, che non sapevasi se meglio dire una fenestretta od una feritoja.

Appena Ubaldo ebbe arrestato davanti a quella porta il palafreno, che udì la sentinella dall’alto richiederlo chi fosse e che volesse. Egli rispose nomandosi, e disse se venire per faccenda d’alto momento e voler essere guidato innanzi ad Alberigo Suardi. Si ritrasse il soldato dal pertugio, e tostamente s’udì un interno chiedere e rispondere di persone diverse. Tacquero alquanto quelle voci, indi s’intesero elevarsi di nuovo; poscia vi tenne dietro un cigolìo d’argani, e si vide la imposta della maggior porta, ch’era una saracinesca a cataratta sollevarsi dal suolo grado grado e penetrare nella volta, alzandosi tanto da ammettere dentro il Cavaliero, dietro cui tornò immantinenti a piombar giù con formidabile scroscio, racchiudendo come prima pesantemente la porta. Ubaldo trovossi dentro un atrio tenebroso, serrato fra la saracinesca ed una porta opposta chiusa a battenti.

Nell’oscurità quasi compiuta in cui stava ravvolto, poichè colà non penetrava che lievissimo barlume dall’alto, ad Ubaldo parve vedere uomini armati aggruppati a lui d’intorno, silenti come ombre minacciose, di cui distingueva gli sguardi fisi immobilmente su di lui. Ogni cuore meno ardito e fermo del suo sarebbe stato colto da un fremito involontario di terrore, trovandosi in quelle tenebre entro angusto spazio, ricinto da un’arcana congrega di feroci avversarii; ma a quell’anima era ignoto che fosse timore, ed essa vi stava salda e imperturbata, piena di valentía e di quella fede cavalleresca che era la seconda religione de’ tempi. Vennero spalancati i battenti della porta a lui dinanzi ed ei mirossi di fronte al di là del fossato le erette mura del Castello di cui aveva in prospetto l’entrata, alla quale formava imposta il ponte levatoio che stava rialzato. Però quasi nello stesso istante si smossero dalle loro alte nicchie le travi, e sospeso alle catene mirò calare lentamente il ponte; che venne a posarsi sul margine del petrone che formava sporto alla soglia dell’atrio della torre, offerendo così agevole il passaggio alla fortezza. Mosse tosto Ubaldo il destriero, sotto le cui zampe ferrate rimbombò eccheggiando quel ponte, il quale, tocco ch’egli ebbe il limitare interno del Castello, venne di nuovo rapidamente tratto in alto, e fu al tempo stesso racchiusa coi battenti la porta della torre.

Il troppo fidente e generoso Ubaldo fu atteso vanamente in Bergamo quella notte e tutta la domane da Filippo Colleoni consumato dall’ardore d’una sfrenata impazienza. Al nuovo sorgere del dì non vedendolo comparire, nè dai messi che avevagli spedito incontro, udendone annunziare l’arrivo, volgendo mille orrendi dubbii nel pensiero, Colleoni risolse partire egli stesso alla volta di Martinengo. A tal arrischiata impresa però si opposero vivamente i suoi fidi, uno de’ quali, il più esperto, offrì di recarsi da un segreto partigiano della fazione guelfa, il quale, ignoto ai ghibellini, teneva dimora poco lungi dalla terra istessa di Martinengo. Colleoni gli impose di adoperarsi a tutt’uomo nel raccogliere quante notizie mai venissero possibili, onde scoprire ciò che fosse avvenuto di Ubaldo, e quale potesse essere stata la sorte de’ prigionieri. Partì con estrema sollecitudine e segretezza l’esploratore alla volta di Martinengo, ed al suo ritorno riferì ch’era corsa voce infatti che un guerriero guelfo fosse entrato nel castello de’ ghibellini, ma non essere stato più veduto ad uscire di là, e mirarsi una bandiera nera sventolare inalberata alla sommità della torre più alta.

Chi potrà mai descrivere il colpo recato da tale annunzio nell’anima di Colleoni? Ei cadde tramortito in braccio a’ suoi servi, la cui desolazione giunse al colmo, poichè prolungandosi in esso lui oltre misura quella crisi funesta, stettero in forse gli si fosse spenta la vita. Dopo alcun tempo però esso rinvenne, e rimasto alquanto come trasognato, alla fin fine si scosse, e le prime parole che gli uscirono dal labbro, furono per chiedere la chiave della Torre ove stava rinchiuso Edemondo. Quando gli fu recata, esso d’un cenno congedò tutti i suoi famigliari; fra i quali non vi fu alcuno che, conoscendone l’indole estrema, osasse insistere per rimanergli d’appresso.