Era sorta intanto la notte. Sepolta nel silenzio e nel terrore stava quella casa ove ognuno andava compreso dallo spavento d’un’alta sciagura, fatta più tremenda dal dubbio del fatale arcano che l’avvolgeva, di cui chi avrebbe avuto mai ardimento di squarciare il velo?

Solo nelle appartate stanze erasi ritirato Colleoni, e l’ore notturne ben lungi dal versare in quell’anima lacerata alcuna stilla di pace o di quiete, ne inasprivano a mille doppii la piaga. Coperto da un pallore di morte, irti i capegli, ora camminava esagitato, ora arrestavasi e l’occhio gli diveniva vitreo, immoto, quasi d’uomo che sogna. Trascorse alcun tempo fra queste ansie crudeli, indi parve dar luogo in lui la smania disperata, sì che si assise meditabondo, e stette coll’anima affisa in un pensiero. Ma d’uno slancio sorse esterrefatto ed indi a poco in tuono cupo mormorò fremendo: «Sì! sangue per sangue». Guardò d’intorno a sè, diè mano ad un pugnale che intromise nella cintura, e tolta la lampada s’avviò a passi affrettati per un androne interno che metteva capo all’uscio della torre, lo schiuse ed entratovi montò le scale. Mano mano però che vi saliva il mutare de’ suoi passi allentavasi, quasi andasse scemando a gradi la spiata furiosa che lo trasportava, di modo che pervenuto alla sommità della torre, presso la stanza del prigioniero, trattenne il piede, come se una forza interna gli vietasse di procedere più oltre. Benchè tostamente la sua esitanza fosse vinta, egli ischiuse lentamente l’imposta, vi penetrò avanzandosi a passi misurati, e s’arrestò presso il letto, ove mirò, non senza meraviglia, che Edemondo giaceva immerso in profondo sonno.

Forse l’anima dell’infelice vagava fra dilette immagini, inconscia, ahi troppo misera! dell’orrendo fato che le soprastava! Colleoni facendosi della destra scudo agli occhi contro la luce della lampada che sorreggeva, ne diresse il chiarore sul dormente, che stette a lungo con cupo sguardo contemplando. Il giovine posava supino, tutto nudo il costato, la sinistra mano ripiegata sotto la testa, steso il destro braccio lungo il corpo. Il lume della lampada riflesso sì da vicino sulle carni del di lui petto, mentre segnava colle ombre i più lievi risentimenti della muscolatura, facevane spiccare il colorito, che dilicato e vivo manifestava il rigoglioso refluire di una vita fiorente. Leggerissimo era il suo respiro e il seno v’acconsentiva alzandosi ed abbassandosi con movimento pressochè impercettibile. Colleoni teneva fisi, biechi ed ardenti gli occhi sul giovine sepolto in sì confidente riposo, e la sua mente ondeggiava divisa fra contrarii pensieri. Già due volte la di lui mano era corsa all’impugnatura dell’arma, e due volte pentita erasene ritratta; alla terza come se fossero apparsi ad attizzarlo i lacerati cadaveri del padre e della figlia, brillò sguainato il pugnale e ne scese rapida la punta al petto di Edemondo — Ohimè!... per un filo appena l’estremità del ferro non ne isfiorava il candore, quando udendo sorgere improvviso un rumore dal basso, Colleoni trattenne il colpo che già inesorabilmente cadeva. Era un battere replicato alla porta, un domandare instantemente che s’aprisse. A Colleoni entrò rapida in cuore una vaga speranza per cui cedendo alla subita brama di sapere chi fosse, ripose il pugnale, ed Edemondo destandosi dal suo profondo sonno, rimase colpito da meraviglia e spavento nell’accorgersi che spariva dal suo carcere un lume, e nell’udire un sonante precipitar di passi giù per le scale della torre, della quale sentì racchiudere con violenza l’uscio di sotto.

Un monaco veniva frattanto introdotto dai servi alla presenza di Colleoni.

— Giungo da Martinengo e... — (disse mal traendo il respiro quel vecchio frate, il cui pallore e lo scomposto aspetto annunziavano il sostenuto affannoso affrettamento).

— Mio padre... mio padre... mia figlia...? (l’interruppe con feroce grido Colleoni).

— Mio nipote... Edemondo...? (chiese il monaco con voce non meno alterata).

— Edemondo vive (rispose Colleoni cercando colla mano alla cintura il pugnale), sì vive... ma i miei...

— I tuoi... vivono parimenti e se...

— Ed Ubaldo, il mio Ubaldo?