— Egli pure è salvo, e sta in tuo potere il farli liberi tutti ed abbracciarli tra poco in questo stesso palazzo. —
Come sul mare livido per tempesta, brilla dalle nubi squarciate un raggio di sole foriero del serenarsi del cielo e della calma, così queste brevi parole del monaco bastarono ad irradiare l’anima del Colleoni e fugarne la nera disperazione che vi regnava.
— Vive mio padre? mia figlia, il mio Ubaldo vivono? ed io li vedrò qui tra poco? Ma ascolto io il vero? Non m’ingannate voi? — e nell’eccesso del contento Colleoni stringevasi convulso al cuore la destra del Francescano, il quale accertandolo della verità de’ suoi detti, si fece a narrargli come egli stesso col padre Stefano da Vimercate e con due frati Domenicani, si fosse recato a Martinengo, e là congregati i principali della ghibellina fazione, capo de’ quali era Alberigo Suardi, perorassero in faccia a loro caldamente in pro della pace e dalla riconciliazione delle avverse parti, il cui osteggiare tornava sì fatale a loro stessi, ed alla prosperità della patria comune. Ma sulle prime le loro parole non partorirono effetto, poichè essendovi fra gli adunati Ferrino da Iseo, uomo di scaltri pensieri e sottile favellatore, costui vantandosi d’avere abbandonato la parte guelfa siccome composta di gente scellerata e servile, opponevasi a tutta possa a che si venisse mai a patti con essa. Egli vinse allora il partito, benchè i monaci con santa arditezza imprecassero sul suo capo la punizione del cielo per l’opera iniqua con cui riusciva a tenere aperta la cruenta piaga ch’essi forzavansi rimarginare. S’aggiunse inoltre che essendosi nel dì successivo al castello de’ ghibellini presentato il guelfo guerriero Ubaldo Vertua con pacifica missione, benchè vi fosse stato accolto amichevolmente prevalse di nuovo il perfido parere di Ferrino che non s’ascoltasse il Vertua, anzi venisse posto come nimico in catene, lo che, sebbene ripugnasse altamente al Suardi, venne per la volontà dei più fatto eseguire. Ma volle Iddio con terribile esempio manifestare quanto detestasse sì inaudita infamia e slealtà; poichè il mattino seguente fu trovato Ferrino steso sul suo letto tutto livido e nero, e già fatto cadavere. Sì tremendo caso mise in cuor di ciascuno un salutare terrore, per cui raccolti di nuovo in adunanza i ghibellini convennero in ciò che i monaci interpellati i guelfi concordemente stabilissero i patti per ricomporre ogni discordia fra le due parti, e per il ritorno di essi ghibellini in Bergamo.
L’ansia crudelissima patita per la temuta morte de’ suoi più cari, era stata di fiero insegnamento a Filippo Colleoni sugli amari frutti delle nimicizie cittadine, quindi prontamente l’animo suo piegossi ai sensi di pace che Iddio voleva. Venuto il chiaro giorno, Colleoni adunò i capi della parte guelfa e fece loro accogliere la proposta riconciliazione. Coll’opera dello zio d’Edemondo e degli altri monaci proseguirono le trattative e fu stabilito il giorno che i ghibellini avrebbero fatto il loro ingresso nella città e sarebbe così cessata per sempre quell’ira faziosa che aveva costato tante lagrime e tanto sangue.
Nello stesso palazzo, nella stessa sala ove aveva udita la crudele novella di loro cattività, Filippo Colleoni, circondato da’ suoi, vide alfine entrare il proprio padre, la figlia Adelasia, il generoso Vertua, e venire con essi Alberigo Suardi e molti di coloro che aveva sempre considerati quali suoi più implacabili nimici. I monaci stavano quivi e gli uni e gli altri per sì fausta risoluzione con ogni più sacra e lieta parola laudavano. Non giova descrivere con quale trasporto di gioja Colleoni si slanciò innanzi al genitore, alla figlia, l’uno e l’altra stringendosi reiteratamente al cuore, nel tempo stesso che Edemondo abbracciava il padre suo, il fiero Suardi, il quale intendeva in quell’istante la prima volta esservi ben altri diletti che que’ sanguinosi dell’armi.
Commossi entrambi i due guerrieri sì lungamente avversi, si guardarono miti, e avvicinatisi alfine strinsero con tenerezza uno presso all’altro quei petti, in cui tanto e sì insaziabile sdegno era bollito.
Vertua pose il colmo alla sua magnanimità rinunziando alla mano d’Adelasia, che volle fosse data al giovine Edemondo come arra di pace; unendo di un tal nodo il sangue de’ due più potenti capi avversarii. E non era questo il loro secreto voto, la loro più diletta speranza? Essi avevano vissuto vicino, ed eransi secretamente amati, quando ignare dell’ire future le due famiglie non si odiavano ancora. Perchè il valente Edemondo aveva sulle sponde del Serio risparmiata la vita a Colleoni perigliando la sua? Egli non aveva veduto nel nemico che il padre d’Adelasia, e quella vita divenne sacra per lui!
La insperata pace e il ritorno de’ ghibellini furono causa in Bergamo di giubilo universale. In memoria poi di sì lieto evento fu decretato (narra uno storico) che ogni anno nel giorno solenne della Natività convenissero i cittadini co’ loro parrochi a visitare la chiesa di Santo Stefano, e dopo che questa venne atterrata, si ordinò che tal visita si facesse alla chiesa di Santa Maria Maggiore, come sino all’anno 1630 si costumò.
FINE.