Madrigale
dell’Etereo Accademico Inquieto.
In casa Sforza davasi una magnifica festa da ballo. Affluivano sulla piazza di san Giovanni alla Conca, ove sorge quel palazzo, servi e valletti, precedendo colle torce i loro signori. Nelle lettiche fiancheggiate da staffieri muniti di fiaccole venivano le dame, altre dalla contrada di Zebedia, altre da quella de’ Nobili o dalla strada de’ Settali[24]; alcuni de’ gentiluomini giungevano a cavallo.
Sulla piazza era un mescolamento infinito di persone, ed un immenso bisbiglio. La luce di tanti lumi si rifletteva sui circostanti edificii congiunta a quella che più viva e splendente riboccava da tutte le finestre e dalla gran porta del festante palazzo. Quel chiarore riverberavasi da un lato sulle mura del convento de’ Barnabiti di sant’Alessandro, ch’era allora un basso e modesto edificio, dall’altra parte diffondevasi sulla facciata della chiesa di san Giovanni in Conca, e andava perdendosi sulla torre di san Zenone, imbiancata dal raggio della luna nascente, che listavasi a traverso le gottiche arcate del portico, il quale congiungeva la Casa de’ cani col castello della torretta, antico monumento della grandezza e potenza di Bernabò Visconti.
Sulla soglia della porta del palazzo Sforza erano quattro alabardieri che formavano ala, e paggi e servi della casa in ricche assise che introducevano gl’invitati; nell’atrio e per lo scalone altri ve ne avevano che rispettosamente facevangli passar oltre. Giungevano continuamente dame e cavalieri; entravano a due, a tre insieme i giovani patrizii, altri silenziosi, altri chiacchierando, ridendo, o vivacemente interpellandosi: tutti portavano la cappa, il berretto con ala in giro strettissima, e la spada; nel rimanente la foggia de’ loro vestimenti era svariatissima. Si videro venire l’un dopo l’altro i giovani più conosciuti nella città, sia per lo sfoggio degli abiti e de’ cavalli, sia per l’ardimento nelle galanti imprese, o pel numero de’ duelli: tale celebrità se la dividevano allora un Lonato, un Lampugnano, Costanzo d’Adda, Ermes Visconte, Manfredo Poro, Triulzo, e i due spagnuoli Camarasso e Cordova.
Le dame arrivavano ne’ più sfarzosi abbigliamenti conducendovi le figlie e seguite dai mariti. Vi si presentarono per le prime la Cicogna e l’Erba, i cui palazzi erano vicini: vi venne la contessa Elena Archinto col conte Orazio suo sposo, e la di lui sorella Massimilla moglie di Battista Litta con tre leggiadre nipoti; il conte Giovanni Arcimboldi vi condusse la sua bella consorte Cassandra degli Affaitati cremonese; Renato Borromeo, la sua Ersilia dei duchi Farnesi, il barone Bonifazio Visconti di Castelletto la sua Antonietta Cadamosta. Livia Barbò venne insieme al marito Galasso Landriani; i due senatori Marc’Antonio Aresi e Lodovico Taverna v’accompagnarono le mogli Ippolita Clara e Dorotea Filiodona, entrambe madri di amabilissima prole. L’elegante e spiritosa francese Claudia di Saint-Germain sposa del Conte Giambattista Arconati, la dignitosa Irene d’Avalos, la vezzosa Deidamia Vistarini, Marcellina Balbiano di Belgiojoso, Deianira Corio, Sigismonda d’Este, Laura Gonzaga, Bianca Beccaria, furono per avvenenza le più distinte tra quelle che onorarono quel festoso convegno.
Le sale erano addobbate colla pompa che s’addiceva alla nobiltà ed alla ricchezza della casa, non che al solenne impegno. Nelle prime camere scorgevansi tutte le pareti coperte di arazzi fiamminghi, altri istoriati, altri rappresentanti ogni specie di frutti e d’animali, trapunti con arte squisitissima; progredendo miravansi stanze adorne di statue antiche, di quadri, di tavole con vasi preziosi. La profusione però dell’oro e dei lumi era nella vastissima sala destinata al ballo: quivi lo splendore dei doppieri e delle lampade veniva moltiplicato da’ grandi specchi di Venezia, oggetto a que’ tempi di sommo lusso, che pendevano obbliqui alle pareti in ampie cornici.
Volgendo lo sguardo alla moltitudine che spesseggiava sotto quella ricca vôlta, l’occhio rimaneva abbagliato dalla quantità dei giojelli, delle pietre preziose, de’ vezzi sfolgoranti, de’ drappi contesti d’oro e d’argento di che andavano adorni sì le dame che i cavalieri colà raccolti e frammisti.
Allora la moda, sempre imperante, capricciosa, non concedeva al gentil sesso i lievissimi veli, i vaporosi tessuti, la semplice seta: un abbigliamento da festa o da gala consideravasi tanto più sontuoso ed elegante quanto più era pesante e sopraccaricato di guarnimenti. Infatti le dame s’avevano vesti lunghe di damasco o di broccato: i collari, sia lisci od increspati, a lattuga od a canna, sia rotondi, ellittici, ovali o quadrati, erano tutti alti, eretti, imbozzimati colla salda, sì che punto non iscomponevansi. Gli ornamenti sulle gonne e le sopravvesti mostravansi infiniti: se ne miravano di quelle tutte sparse di rose di perle, altre di capocchie d’oro, altre persino listate da piume d’uccelli. L’acconciamento femminile del capo variava di poco; alcune portavano da un lato della testa una penna d’airone, altre s’avevano pennacchietti e spilli brillantati. Rispetto alla capigliatura la foggia in che la tenevano gli uomini era conforme al costume moderno: avevano i capelli corti su tutto il capo, eccetto i giovani che li portavano più abbondanti alle tempia e sull’alto della fronte per comporli a ciuffo. Come già accennammo i cavalieri avevano al fianco la spada e portavano il berretto e la cappa, ossia mantelletto breve, che dai più galanti veniva raccolto con arte sul braccio, lo che aggiungeva grazia e maestà alla persona. Al principiare dell’adunanza, mentre continuava il giungere degli invitati, molti furono qua e là gli inchini, i saluti delle coppie che si scontravano per le sale, molto il curioso girar delle persone per rimirarsi a vicenda.
Il portamento degli uomini e delle donne, se in generale si parli, era dignitoso e sostenuto, poichè in questa città le maniere sociali sapevano già alquanto dello spagnuolesco. E per vero dire vedevansi alcuni dei nobili più elevati in grado o dignità assumere nel loro contegno l’iberico sussiego. Altri all’incontro inclinava di troppo a quella baldanza avventata che manifesta un’indole ardita e venturiera, propria in que’ giorni della nazione che signoreggiava queste contrade. Non è per questo da inferire, che l’antico carattere patrio fosse totalmente smarrito: era troppo recente lo straniero dominio per avere già operato un sì funesto cambiamento, e infatti non vi bastarono due secoli interi. Molti vedevansi ancora che nei loro modi e nell’espressione degli sguardi e della fisonomia chiaro dimostravano non avere patito influsso delle genti d’oltremare, in tutto serbando quel fare veramente lombardo, cioè gajo, giocondo e svegliato.