Fra quelli che potevano essere per tal guisa più meritamente designati eravi un giovine, Lindo Manfredi, di vent’anni allo incirca, di chiara stirpe, ilare e dolce, ma pieno d’una naturale vivezza e vigoría di sentimenti. Bello della persona, snello e leggiadro quant’altri mai, s’aggirava, lieto in volto, per quelle aule popolose, al braccio or d’un compagno, ora d’un altro, colmo il cuore d’una contentezza ingenua e pura. Tutto ei mirava con occhio soddisfatto: i singoli oggetti recavangli un mare di piacevoli sensazioni: poichè oltre l’appagamento che mettevagli in cuore il vedersi fra tante meraviglie in così magnifico e splendido luogo, s’aveva in aspettativa un diletto più sentito, di una dolcezza indicibile, intorno a cui tutta quella profusione di chiarori, quell’oro, quelle gemme, formavano come un cerchio sfolgorante, che colorito dai prestigi di una focosa immaginazione ne duplicava l’incanto.
Era entrata nella sala una giovine donna a lato ad un cavaliero. Lindo Manfredi velocemente staccatosi da quegli a cui stava vicino, aveva fatto ai due venuti un saluto distinto ed avevagli seguiti sin là dove la giovine donna s’assise fra altre fanciulle e matrone. Gli sguardi degli astanti s’erano tutti rivolti verso la nuova beltà sopraggiunta, ed era forza infatti per sino al più freddo ed accigliato vegliardo di accordarle un tributo d’ammirazione. Si rammenterà forse il lettore d’avere vedute in alcuni dipinti del Gaudenzio o dei Luino certe giovinette di perfettissime forme, tutte spiranti candore e floridezza, co’ capelli biondi divisi sulle tempia in due masse di minutissimi ricci, nel viso alle quali v’ha un’impronta di beltà sublime ma tutta verità e naturalezza; ebbene una di tali immagini rappresentare gli può colei che qui indichiamo.
Varii giovani patrizii che stavano a gruppo nel mezzo della sala, dopo averla rimirata attentamente, avevano preso, com’è costume, a parlarne con calore, chi l’una cosa, chi l’altra intorno a lei esponendo, quando s’avanzò verso di essi, con portamento altiero, obbliquo il berretto sulla testa, espanso il bruno mantelletto, Camarasso, figlio dell’ispanico marchese dell’Hynoiosa, e piantatosi fra loro chiese a forte voce:
— Chi è quel bel sole?
— A che vuoi tu saperlo? (rispose l’uno) non è per te che qui risplende.
— Per cento teste di mori! ti domando il suo nome: me lo vuoi tu dire?
— Io non lo so.
— È dei Guaraldi (aggiunse un altro), si chiama Gabriella, ed ha la casa vicino all’ospizio de’ Pellegrini bianchi.
— Gabriella? ai Pellegrini bianchi? Per sant’Ovidio (gridò Camarasso), mi colga il fulmine se non è la prima volta ch’io la veggo. In questa maledetta città non si finisce mai di conoscere le belle donne.
— È fanciulla, sai tu? non le leggi in volto che potrebbe entrare domani nelle verginelle della Pietà?