Camarasso si tolse dispettosamente il berretto, passò le dita ne’ capegli arruffandogli, diede un’occhiata irosa a quegli che aveva nominato Lindo Manfredi, e con voce risentita disse:

— Chi è costui? Che c’entra?... Giuoco mille crocioni contro una patacca, che a chi volesse disputarmi quella testa d’oro non lascio il tempo d’aggiustare i conti col demonio.

— Tu ciarli al vento; e Lindo intanto è padrone del cuore della bella — profferì Sagramoro, che col chiudere e riaprire lestamente un occhio fe’ intendere ai compagni l’intenzione che aveva di sollazzarsi coll’istizzire Camarasso, e proseguì: — Non l’hai veduto, che appena ella fu qui entrata le si fece vicino, e si dissero varie parolette melate: l’ha impegnata di certo pel Tordiglione, il Pastor leggiadro, o la Biscia; li vedremo danzare insieme poichè ella gli ha detto un sì, uno di quei sì da far correre l’acquolina alla bocca a un uom di stucco. Vedilo, ei viene verso di noi: osserva n’è ancor radiante in faccia. —

Ciò detto Sagramoro s’allontanò. Camarasso che fermo su’ due piedi, s’era riposto il berretto più obbliquo di prima: accuminò le basette, e rilevato il collare, incrocicchiò sul petto le braccia. Lindo assorto in deliziosi pensamenti dirigevasi inavveduto verso quella parte della sala, nè si accorse di lui che quando gli fu affatto d’appresso. Allora rimase colpito quasi da paura al vedere colui, ch’ei neppure conosceva, tenergli addosso fisamente gli occhi fieri, minacciosi, mostrando nell’atteggiamento della persona un’aria tutta di disprezzo e di provocazione. A bella prima, fosse effetto della sorpresa o del turbamento, progredì per alcuni passi sotto il giogo della timidezza: ma sbandito ad un tratto quell’inusitato sgomento, si rivolse arditamente, e alto il capo, una mano sull’elsa della spada, ritornò verso quegli ch’ei già qualificava suo insultatore. Quando gli fu di contro si arrestò: l’altro stava immobile ancora: nè potrebbesi descrivere con parole la ferocia dello sguardo che quei due si scambiarono in tal istante; conteneva tutto il fuoco dell’odio, dell’abborrimento.

Alcuni de’ cavalieri astanti senza punto avvedersi di quel tacito sfidarsi de’ due giovani, passarono congiuntamente favellando in mezzo a loro, ond’essi rimasti per tal modo divisi, si scostarono movendo per la sala in parti opposte. Camarasso si frammischiò alla sua brigata che si diresse ove era Sagramoro. Lindo Manfredi solo e concentrato in sè stesso andava con premura investigando nella sua mente qual essere poteva la cagione di quell’ira ingiuriosa sì inaspettatamente contro di lui manifestata. E conoscendosi innocente d’ogni atto offensivo, l’ingiusto oltraggio gli piombava più amaro nell’anima e suscitavagli vampe di sdegno, e progetti di vendetta: ma furono lampi passaggieri, però che apparve in quella nascente tempesta un pensiero, che il bollore furente del sangue acquetò, ricondusse negli spiriti il sereno: un pensiero innanzi a cui fuggì rapida la nera nube dell’odio; e Lindo compiacendosi in esso, sentì il cuore riaprirsi e s’espandere sì dolcemente, che avrebbe in quel punto stretta al seno affettuosamente la mano del più abbominato nemico. Era un pensiero d’amore. — Maravigliosa potenza! — Gabriella trovavasi colà e attendevalo impaziente di slanciarsi seco lui nella giojosa danza: ciò bastava ond’ogni tetra idea sparisse incontanente. Egli la cercò collo sguardo, e fra il vano lasciato dagli astanti la vide che verso di lui intendeva le pupille: le sorrise, e s’incamminò alla sua volta.

Ella senza punto tradire il più modesto contegno, l’andava osservando con viva cura, ed al suo appressarsi si vide cessarle sul volto la traccia di un lieve corruccio. In quel geloso convegno d’altere donne fra cui Gabriella sedeva, non fu lecito a Lindo d’arrestarsi a favellarle; solo passandole innanzi le rammemorò in brevi e cortesi parole l’impegno della danza, a cui ella rispose con atto gentile.

Incominciava il ballo. — I suonatori coi loro strumenti, ch’erano liuti, viole e dolcemele, andatisi a collocare sul palco che a guisa di loggia era appositamente eretto fra due colonne, avevano preludiato per accordarsi, indi eseguito come ad avvertimento il primo ritornello dell’Alta Visconte, specie di ballo che a’ nostri giorni verrebbe ascritto al novero dei minuetti. Tutti gli spettatori avevano sgombrato il centro della sala, e gli uomini s’erano affollati dietro i sedili delle dame. Quattro cavalieri presentatisi ad altrettante di esse, le conducevano a mano in atteggiamento rispettoso verso il mezzo, e postesi le varie coppie di fronte davano principio al ballo. L’Alta Visconte era una danza tutta gravità e compostezza; voleva movimenti posati, lentezza ne’ passi, e portamento serio e maestoso. Solevasi con essa aprire la festa affinchè vi potessero prender parte le dame e i cavalieri più ragguardevoli fra i convenuti, e spesse volte nè le une, nè gli altri trovavansi nel fiore dell’età. Il rigoroso cerimoniale de’ tempi, che voleva appartenesse il primato in ogni cosa ai gradi sociali più cospicui, costrinse talvolta a danzare le principesse settuagenarie, gli arcivescovi, i cardinali, come ben sa chi ha in uso la storia.

Datosi compimento al primo ballo i danzatori ricondussero a’ loro seggi le dame, indi si ritrassero per far luogo a quattro giovani tutti di aspetto vigoroso, i quali si presentarono per ballare il Torneo alla Normanda, ch’era una specie di danza pirrica accompagnata da musica forte e guerresca, portando ciascuno di quelli che l’eseguivano un lungo bastone rivestito di velluto bianco con un pomo dorato all’estremità, il quale simulava un’asta. I moti or misurati, ora precipitosi indicavano assalti e difese che s’andavano variando con bell’accordo, sì che le posizioni de’ ballerini riuscivano sempre simmetriche, ed era vago a vedersi l’intreccio delle aste, l’alzarle, l’abbassarle, il congiungerle, il disunirle in rigore di tempo e di misura.

Questi quattro ebbero le lodi di tutta l’adunanza; e successero al loro ballo rumorosi ragionamenti che continuarono sinchè fu intuonata la Biscia Amorosa. La musica di questa danza era sommamente melodiosa, e terminava con una frase patetica, la quale ritornava ogni volta come un intercalare significativo d’un sentimento dolce e melanconico. Il risuonare di tal musica espressiva ricondusse un silenzio universale fra gli spettatori, quasi fosse sorta una voce soave ad annunziare una desiata novella. Quel silenzio venne rotto da un generale mormorio d’approvazione tosto che si videro le belle persone di Lindo e Gabriella avanzarsi nel mezzo della sala per eseguire la danza. Allorchè essi ebbero con un dolce inchino salutata l’assemblea, rinacque in tutta la sala il silenzio, eccetto che in un lato solo ove stava Camarasso, che con faccia turbolenta proferiva bestemmie e minaccie, e Sagramoro, il quale facendosi forza a soffocare le risa l’andava acquetando, e non vi riuscì che al momento in cui ebbe principio il ballo.

Con placide movenze in consonanza alla queta armonia, la leggiadra Guaraldi incominciò ad avanzarsi e ritrarsi, mentre più discosto ed a riscontro di lei, Lindo eseguiva eguali moti e figure. Quasi due timidi amanti, che al primo scorgersi da lungi non osano accostarsi, i due danzanti esprimevano dubbietà e ritrosìa; ma al sorgere della frase più patetica, quasi fossero tratti dalla magìa del suono, s’avanzarono l’un verso l’altro rimirandosi in volto. Cambiò la musica e la fanciulla e il giovine stornati gli sguardi e ripiegate le mani al sottile del corpo con passi lisci strisciati a terra girarono a cerchio l’un contro l’altro e si dipartirono ai lati opposti.