Ricominciò il passeggio de’ due ballerini in distanza, e lo fecero d’alcun poco più mosso ed animato che pria non fosse, quindi s’avvicinarono e dipartirono con maggior brio. La terza volta ruppero con leggiadria indescrivibile in fioretti e passi vivi. Lindo alternava con somma bravura, spezzate, capriole, salti del fiocco, mentre l’avvenente Gabriella rapiva gli sguardi con intrecciate, passate e giri. Sotto di lei sembrava elastico il suolo, tanto era la leggerezza con cui s’alzava, ricadeva, gruppava e sgruppava i piedi, sempre sostenendo in vaghissima foggia le braccia, il corpo, la testa. Le sue forme facevansi più o meno apparenti a seconda della rapidità delle mosse, come nello slancio del volo si manifestano sotto il velo d’un’angioletta i suoi contorni divini. Al ripetuto invito del patetico suono i due giovani si fecero nuovamente incontro continuando la loro danza animata. Lo sguardo d’entrambi era fulgente e pieno di vita. Non si divisero questa volta; ma congiunta destra a destra, seguendo l’impulso della musica che divenne più rapida indi precipitosa, movevano concordemente i piedi in passi agilissimi, avanzandosi, ritraendosi, girando intorno a sè stessi, e fu sempre sì giusto l’accordo, sì grazioso l’atteggiarsi d’entrambi, che i più rumorosi applausi scoppiarono da tutti gli spettatori, ed essi diedero termine alla loro danza con vero trionfo.

Gabriella nè lassa, nè scomposta, con un sorriso gentile sull’animate guance, veniva ricondotta da Lindo al seggio ch’essa occupava da prima. I giovani cavalieri facevano ressa sul suo passaggio e la miravano intenti e curiosi con isguardi accarezzanti, inviandole studiate parole di lode per la di lei valentia nella danza e più forse per i pregi della persona.

L’ardito Camarasso sbrigatosi da Sagramoro che pur trattenere lo voleva, uscendo di mezzo agli altri, le si piantò in faccia, e:

— Vaghissima dea, le disse, io vi proclamo regina della bellezza, ed a chi ardisse accusarmi di menzogna, lo sosterrò con taglio e punta. Ma come si osservano le macchie del sole senza che quel lucido astro si sdegni, permettete voi pure di dirvi che rimarrebbe offuscato il più vivo raggio di vostra beltà se in luogo di premiare un valoroso campione, foste resa tributaria d’amore da un cialtroncello, salterino, bellimbusto. —

La sconvenevolezza e la temerità di tali inaspettate parole, che tutti compresero essere dirette al giovine Manfredi, fecero nascere un grave susurro fra i circostanti, ma nessuno osò farne apertamente rimprovero allo Spagnuolo di cui era nota l’avventatezza, la gagliardia, e la fortuna nel giuoco delle armi. Gabriella progredì dignitosa senza che pur sembrasse avervi prestato orecchio, e si riassise in aspetto placida e tranquilla. Sul volto di Lindo ad un pallore di morte, successe un vivo rossore; appena fu congedato da lei si diresse alla volta di Camarasso e lo percosse colla mano sulla spalla.

— Oh che vuole, signor mio? — disse lo Spagnuolo rivolgendosi con aria beffarda.

— Usciamo da questa sala — rispose l’altro a bassa voce, ma in tuono risoluto.

Camarasso, volto ai compagni con un sogghigno. — V’ho detto io, che avrei trovato modo di far venire la lepre da sè sullo spiedo. — Usciamo pure. —

Si recarono accompagnati da Sagramoro in una delle camere lontane ove non eravi persona. Ivi lo Spagnuolo ripetè: — Qui siamo liberi, dica adunque che vuole?

— Voglio ragione dell’insulto che mi hai fatto.