— Ci rivedremo. —
Sagramoro e Camarasso rientrarono nella sala sghignazzando tra essi. Il maggior numero degli astanti ben erasi avveduto che aveva avuto luogo una sfida; ma ciò essendo un avvenimento consueto non produsse punto maraviglia, nè venne per il capo ad alcuno di porre ostacolo all’esecuzione, sebbene varii già deplorassero la sorte di Lindo. Ritornato esso pure indi a poco nella sala, s’accorse che Gabriella era sparita, e persuaso che fosse cagione dell’offesa fattagli dallo Spagnuolo si consolò d’averlo tratto a cimento e anelava l’istante di misurarsi con lui.
Lasciò trascorrere qualche poco di tempo ancora, quindi si ritrasse passo passo dalla festa, e uscito dal palazzo Sforza s’avviò alla propria casa. Qual doloroso contrasto far dovevano nell’animo suo lo splendore delle sale festose, la gioja passata, i palpiti d’amore, colla fredda oscurità della strada, colla solitudine, il notturno silenzio, e l’aspetto d’un avvenire sì vicino ch’essergli poteva fatale!
Il giorno seguente presso le ventidue ore[26], Lindo camminava lungo i terrapieni esterni del castello avviandosi a passi affrettati verso il bosco di sant’Ambrogio ad Nemus. Altri non aveva seco che un fido servo, a cui nell’uscire di casa aveva ingiunto d’accompagnarlo senza palesargli però l’oggetto di quell’andata. Lasciate a destra le case del borgo, quando toccarono il sentiero che attraversava l’ultime ortaglie confinanti colla selva del monastero, Lindo allentò il passo, e rivolto al servo:
— Senti, Ippolito, (disse) tu mi rendi un servigio che può forse essere l’ultimo; ma se tale non fosse, io te ne sarò grato per tutto il tempo della vita.
— Come l’ultimo, signor mio bello? che brutti pensieri gli passano per la testa?
— Ora è pur d’uopo ch’io te lo dica. Mio buon Ippolito, noi andiamo sul terreno d’una sfida.
— Una sfida? senza cartello?... e con chi?
— Con un tracotante spagnuolo; il figlio del marchese dell’Hynojosa.
— Oh povero di me! ma come è nata tal faccenda? —