— Questa notte alla festa da ballo in casa Sforza egli mi ha oltraggiato nel modo più iniquo e più vile; io lo sfidai, poichè non v’ha che il sangue che possa lavare la macchia dell’ingiuria sofferta.

— Ah ch’io quest’oggi m’era avveduto di qualche cosa! quel non voler mangiare a pranzo, quel far dare con tanta premura la cote allo stiletto! si trattava d’un duello! Benedetto signor padroncino, perchè non ispiegarsi prima con me? sa pure ch’io ho pratica in certi affari e avrei trovato qualche rimedio. V’ha tanta brava gente in Milano, che si possono far levare i grilli di capo a chicchessia senz’ombra di pericolo o d’incomodo.

— Che mi proponi tu?... un assassinio?

— Oh! non si tratta mica di fare svaligiare lo spagnuolo: non era che per insegnargli la creanza; e di simili lezioni se ne danno quasi ogni giorno in Milano.

— Io non mi servirò mai della mano altrui per vendicare le mie offese.

— E se rimanesse ammazzato! sgraziato me, che sventura! oh mio caro signor Lindo! torniamo indietro, avvenga poi quel che sa avvenire.

— Ora non v’ha più luogo a retrocedere; confido ne’ miei santi protettori, e penso alfine che la ragione è dalla mia parte, essendo esso stato il primo provocante e l’insultatore.

— Ma se accadesse una disgrazia, come s’ha da fare a contarlo a suo padre? povero signor conte!

— Egli mi ripetè sovente che alla mia età aveva già sostenuti varii duelli per assai minore cagione che non sia questa. Allorchè entriamo insieme nella galleria, indicandomi i ritratti degli avi, mi suol dire: «Lindo, tutti i personaggi che vedi mantennero illesa la gloria della casa; io cercai di fare altrettanto: guai a te, se lasciasti segnare d’infamia il nome della famiglia! pensa che la vita è nulla, e che non si deve dubitare un istante di sacrificarla all’onore». Ora obbedisco a’ suoi detti; quindi, se la sorte mi fosse avversa, tu lo consolerai, dicendogli che a suo figlio non rimaneva altra via che questa per salvare l’onore.

— Ah! che san Giorgio lo possa ajutare!