— La Signoria Vostra si è fatta attendere alquanto. È forse la danza di jeri, la biscia amorosa, che lo ha costretto a stare tanto tempo in riposo? od ha voluto da prima andare a prendere congedo dalla sua ballerina? Quanto pagherei ch’ella pure fosse qui presente, per vedere che specie di pirlotti sogliono fare quelli che hanno l’impertinenza di sfidare un Camarasso, un marchese dell’Hynojosa! —

Lindo strinse le labbra con moto sdegnoso, e senza dargli alcuna risposta, si tolse il manto e il cappello, che pose nelle mani d’Ippolito, in un col pendone ed il fodero della lunga spada, della quale armò la destra; e cavato colla sinistra il pugnale andò a collocarsi a quattro passi circa di fronte allo Spagnuolo. Questi si liberò pure della cappa e del berretto, e munito d’armi eguali si preparò al cimento. Sagramoro e il servo di Lindo si ritrassero a moderata distanza, ciascuno verso la destra di quello a cui serviva di patrino.

I due combattenti, alzate le spade e tenendo l’impugnatura dello stilo prossima al petto, stettero da principio varii istanti misurandosi dello sguardo, indi abbassate con pari velocità le punte spinsero i loro ferri ad incrociarsi. Battuti questi e ribattuti più volte, senza che nè l’uno nè l’altro potesse entrare a ferire, sebbene accompagnassero i colpi con diversi e studiati moti del corpo, si scostarono entrambi simultaneamente sospendendo per poco la lotta. Camarasso uniti i piedi, ritirate le braccia, si curvò tutto in sè raccolto, come tigre che si rannicchia per islanciarsi d’un salto sulla preda. Lindo posato saldamente, colla spada spianata dinanzi, il pugnale sollevato in alto, attendevalo intrepido. Ricominciò il combattimento. Lo Spagnuolo scagliandosi ad assalirlo appoggiò l’acciajo contro il suo e glielo slisciò con forza verso il petto; la botta era decisiva se Manfredi interponendo con somma lestezza la lama del pugnale non ne avesse fatta sviare la punta, ricevendo nel momento medesimo sulla tazza della propria spada il colpo di stilo che diretto alla testa gli vibrò l’avversario. Questi balzò tosto all’indietro e si percossero e ripercossero quindi le lame con maggior veemenza.

Tutto d’un tratto al povero Ippolito corse un ghiaccio per le ossa e quasi mancarono sotto le ginocchia vedendo il suo padrone stretto seno a seno collo Spagnuolo, il quale, abbassato lo stilo, lo rialzò grondante di sangue, accompagnando quell’atto d’un feroce sorriso.

La ferita era stata fatta alla sommità del braccio destro che si rigò tosto in rosso; ma Lindo non parve sentirla, tanto rimase imperturbato: si svincolò d’un colpo e puntate entrambe le mani armate contro le mani del nemico, ajutandosi di tutta la forza della persona lo respinse da sè, ed egli stesso indietreggiò varii passi. Allora stese subito le armi, e piegata la testa in avanti si gettò di nuovo impetuoso contro l’avversario. Questi andava parando con tutta maestria i suoi colpi, ma la punta della spada di Lindo entrava, rientrava lungo la sua colla rapidità d’una viperea lingua e gli balenava incessantemente agli occhi.

— Ah ti sei infuriato? (esclamò Camarasso sempre difendendosi). Ora imparerai che contro di me ci vuol altro che un leccardo milanese tuo pari: sono gli ultimi tuoi sforzi.

— Se n’accorgerà chi cadrà il primo.

— Ebbene, prendi questa e va all’inferno.

— Sono in piedi ancora... tu ci andrai... Tò questa... ah!... e quest’altra. —

La sua lama si fisse e rifisse nel petto allo Spagnuolo, che torcendo gli occhi, allentate le braccia, cadde rovescio all’indietro con tutto il corpo.