Raggiunti quindi i cavalli che stavano al limitare del bosco, vi salirono e li misero con rapidità sulla via. Inoltravasi la notte, pur essi continuarono al chiarore delle stelle il loro cammino, sin che pervennero tra le valli dell’Olona. Quivi discesero in un rustico casolare; ove l’affettuosa non meno che intrepida Guaraldi, volle di propria mano medicare la ferita al braccio di Lindo. Nel dì seguente ripresero il viaggio; dai colli pervennero ai monti, e oltrepassate le rupi di Gana, valicarono la Tresa. Là nella terra elvetica presero queta e stabile dimora. V’andò Brunato; ed allorchè, indi a pochi mesi, furono dal vecchio conte Manfredi composti i dissidii colla famiglia dell’ucciso, ritornò Lindo con sicurtà a Milano e presentò al padre Gabriella perchè l’abbracciasse qual figlia, poichè egli avevale già dato il diletto nome di sposa.
FINE.
CAMPO DI BATTAGLIA SUL DUOMO DI MILANO
Furono tapelati come cani.
BURIGOZZO.
Sul Duomo di Milano a guardia del campanile, ch’era una gran torre di legno eretta sulla vasta sommità di quella cattedrale, veniva sempre collocato un grosso drappello di soldati, parte spagnuoli, parte alemanni, e vi aveva per ciò fare la sua buona ragione come vedremo in appresso.
La sera del dì 17 giugno 1526, durando il caldo che nella giornata era stato eccessivo, uno de’ moschettieri spagnuoli della guardia del campanile, prima che scendesse affatto oscura la notte, se ne andò passo passo su per le guide lungo i tetti del tempio, all’angolo che guarda tra mezzodì e levante per quivi sdrajarsi e dormire. Ciò fece primieramente onde meglio godere di una brezza frescolina che quivi spirava più viva che in ogni altro punto, ed in secondo luogo per istarsene lontano quanto fosse possibile dai soldati lanzinecchi, stesi a gruppi qua e là al piede della torre, il cui russare e le esalazioni fetenti, riuscivano insoffribili per sino ad uno spagnuolo.
Era da poche ore trascorsa la mezzanotte, e il buon moschettiere, ancorchè il letto fosse assai duro, dormiva saporitamente, forse sognando di custodire al pascolo i suoi maragalos su qualche verde cima delle Asturie, quando venne a destarlo un bisbiglio di voci, che saliva dal basso. Egli erasi posto all’estremità del piovente ove v’aveva un piccolo piano formato da tavole e difeso verso la caduta da un parapetto di travicelli; si sollevò, allungò il capo per entro la sbarra, e guardò in giù. Parvegli gettar l’occhio in un pozzo, tanto era nero il vacuo che si sprofondava tra il Duomo, l’Arcivescovato e il Palazzo ducale; da quell’oscuro fondo sorgevano voci che annunziavano varie persone unite e parlanti tra esse con foga e concitazione. Ad un tratto vide lume di fiaccole portate da due uomini che venivano correndo dalla contrada delle Ore, seguiti da altri, che avevano nelle mani arnesi luccicanti, i quali al moschettiere parve fossero armi da punta. Si arrestarono questi un momento a scambiare alcune domande con quelli che erano fermi da prima, indi tutti insieme si diressero a passi veloci verso la piazza ora detta della Fontana, di là alla casa del Capitano di Giustizia, dietro la quale scomparvero, sebbene per alcun tempo la traccia del riflesso rossastro delle fiaccole indicasse per quali strade tenessero cammino.
— Che vorrà dir questo?.. Qui sta sicuramente per iscoppiar fuori qualche maledetto diavolo (esclamò il moschettiere ritraendo la testa dalla sbarra e rizzandosi in piedi). Che questi ghibellini scomunicati di milanesi stiano preparandone un’altra contro di noi? Oh per la Madonna del Pilar la sarebbe dolorosa! corriamo ad avvertirne il capitano! —
Alzato che si fu guardò verso l’orizzonte diritto innanzi a se, e vide sorgere nel cielo in fondo un lieve bianchiccio, un primo indizio d’aurora; si mosse tosto, e ricalcando le guide venne nel camerone d’armi praticato nel campanile a raccontare al suo capitano, comandante del posto, quanto gli era occorso vedere.