È d’uopo qui dire due parole sulla stranissima condizione politica in cui si trovava ridotta di que’ giorni Milano. Per istrappare questo bel ducato dalle unghie de’ francesi, i quali mettendo in campo una serie di pretensioni che chiamavano diritti ereditarj, erano venuti bravamente ad occuparlo, il duca Francesco II Sforza legittimo signore, non essendo stato in grado di opporre resistenza valevole, invocò l’appoggio dell’imperatore di Germania Carlo V, il quale, come ognuno sa, era eziandio re di Spagna. Questo monarca vantando alto dominio sulle nostre terre, vi mandò bande teutoniche e spagnuole quante bastavano per dare lo sfratto alla gallica gente. Infatti l’anno antecedente quello sventato di re Francesco I erasi lasciato prendere sotto Pavia, e buon per lui, che gli bastò un motto cavalleresco per ripararne l’onta in faccia alla nazione.

Dopo la presa del loro re i francesi se ne erano iti, ma gli imperiali ancorchè non vi fosse più bisogno di loro si mostravano poco disposti a sbarazzare il loco. Questa lunga fermata nello stato suo di tanta gente forastiera che bisognava mantenere e pagare, al Duca Francesco Sforza, è cosa naturale, non aggradiva di troppo; onde sarà o non sarà, fatto è che venne detto aver egli congiurato contro la potenza dell’Imperatore e fu gridato fellone, e posto al bando. Anton de Leyva che qui comandava per Carlo V tentò quindi tosto di impossessarsi di lui; ma il Duca si chiuse a tempo nel castello, che era eziandio suo palazzo, e vi si andava difendendo a tutto potere.

Intanto ciascuno può immaginarsi come camminassero le faccende nel ducato, e specialmente in questa città. Un governo come Dio voleva, poichè il sovrano del paese era assediato in casa; soldati per tutto, e quali ospiti si fossero nelle famiglie massimamente ove vi erano donne giovani e fanciulle è agevole figurarselo. Di quando in quando botte, scaramucce, ammazzamenti, perchè il castello era fuora, come allora dicevasi, cioè i ducali facevano delle sortite contro gli assedianti. Il popolo milanese sopportò per alcun tempo con pazienza questo stato di cose, ma poi le angherie, le estorsioni, le prepotenze moltiplicandosi all’infinito ed essendovi anche chi soffiava di soppiatto nel fuoco, diè fuori ad un tratto facendosi sentire, come si fa sentire il popolo, cioè insorgendo ed accoppando quanti lanzinecchi e spagnuoli gli vennero fra mano. Durò la sommossa due giorni, e l’acquetarono alcuni de’ più ragguardevoli personaggi, che si interposero ottenendo che le truppe imperiali non pretendessero più contribuzioni di sorta dagli abitanti, e s’acquartierassero fuori della città, conservando solo il diritto di mettere guardie all’interno ne’ luoghi che stimassero più opportuni per la comune sicurezza. Ed uno di questi luoghi era appunto il campanile del Duomo, poichè oltre offrire comodità per l’altezza di vigilare il castello e tutta la città, comunicando col mezzo di segnali gli avvisi al campo stanziato esternamente alle mura, mettendo colà una guardia si veniva ad impedire che i malintenzionati potessero avere accesso alle campane, e le suonassero a stormo per muovere la plebe. Siccome quel tremendo baruffo popolare avvenuto nel mese di aprile dello stesso anno, da noi sul principio rammentato aveva fatto una brutta paura alla soldatesca, che vi lasciò del pelo assai, così questa viveva non scevra di tema, che un dì, o l’altro s’avesse a rinnovellare. Fra i soldati, sicuramente i peggio situati nel caso di movimento sedizioso, quelli erano che stavano di guardia al campanile del Duomo, non già che temessero che si potesse aver ardire d’andare ad assalirli là su, ma perchè quivi non v’avevano mezzi di ritirata se non colle ali, e potevano rimanere privi di tutte le provvigioni da bocca se i nemici li stringevano anche con una bloccatura.

Il capitano di guardia sul Duomo, che era napoletano, bravaccio e gridatore quanti altri mai di suo paese, all’udire il rapporto del moschettiere si rizzò sul suo giaciglio, arruffò i mustacchi e cominciò col mandar fuori un — Eh! — così strillante e lungo che ne oscillarono per più minuti le campane, che gli pendevano al di sopra della testa, indi vomitò bestemmie e minacce contro i milanesi da farne un dizionario. Nè s’aveva poi torto, giacchè nell’ultima sommossa volendola fare da gradasso contro il popolo tumultuante, colto alla porta del Broletto da una mano di quei facchini delle granaglie, gli tastarono coi randelli le costole e buon per lui che le teneva coperte da un eccellente giaco di maglia; però ne serbava memoria poichè le sue ossa avevano acquistate tali proprietà igrometriche da avvertirlo di ogni mutamento di tempo.

Appena la gran massa del Duomo cominciò a biancheggiare alla prima luce del giorno sopra il rimanente della città, il capitano rivestite le armi chiamò tutti i soldati intorno a sè, e fatto un breve cenno dell’imminente pericolo, ordinò loro di caricare gli archibugi. Nè andò guari che i concepiti sospetti s’appalesarono veri. Una vedetta mandata a spiare sull’alto della torre comunicò che vedevasi in varie delle lontane contrade della città popolo ad accorrere e masse di gente che s’univano e si scioglievano. S’udirono indi a poco alcuni colpi di fuoco ma lontani e dispersi. Sembrava eziandio che il tumulto si andasse avvicinando alla piazza del Duomo; i soldati allora e il capitano stesso non seppero resistere alla brama di accertarsi coi propri occhi dello stato delle cose. Abbandonato quindi il campanile ne andarono su per le guide dei tetti a tutti i punti opposti della sommità della cattedrale a guardare in giù che mai avvenisse.

Scorse però più di un’ora senza che gli indizj della popolare sollevazione aumentassero; anzi ai soldati che di là su stavano spiando erasi quasi acquetata in cuore la paura, vedendo come di consueto aprirsi tutte le botteghe sulla piazza e nelle prossime vie coll’usata affluenza di persone. Ben è vero che attentamente osservando, rilevare si doveva esservi nella città qualche cosa di straordinario, perchè il movimento nei passeggieri si manifestava assai maggiore del solito, e s’abboccavano e si fermavano in crocchii numerosi. Il rumore si fa a poco a poco più intenso; si odono grida da varie parti, circola rapidamente una novella, e ad un tratto tutta la folla si getta verso il fondo della piazza, stipandosi ad osservare dalla parte della contrada dei Mercanti d’Oro: e poi indietro quella gran massa di curiosi a tutte gambe, e si vede sbucare sulla piazza una grossa brigata di popolani fornita d’ogni sorta d’armi, ed a capo di essa un uomo di forme erculee, vestito d’una semplice casacca il quale teneva brandita nella destra una spranga di ferro. Era Bartolozzone con que’ di porta Ticinese. In Pescheria Vecchia apparve una frotta non meno numerosa, ed erano que’ di porta Nuova guidati da Macassora. Contemporaneamente e dai Rastrelli e dai Cappellari e da san Raffaello e da santa Radegonda s’avanzarono molti altri drappelli. I più si condussero alla volta del Palazzo ducale, la cui guardia militare ritiratasi al di dentro sbarrò la porta, e dalle feritoje che v’erano praticate ai fianchi, facendo fuoco continuo, cercava tenere lontani gli assalitori di cui non pochi vedevansi cadere a terra.

Bartolozzone e Macassora entrarono co’ loro seguaci nel Duomo. Lo strepito che quella turba vi faceva per entro era infernale. Il capitano napoletano credette gli crollasse la volta del tempio sotto i piedi, e non si saprebbe dire se lo scompiglio, il chiasso, o qualche altra causa poco eroica gli facessero perdere la testa in quel momento. In luogo di far chiudere lo sbocco delle scale che mettono dall’interno della chiesa alla parte superiore o collocarvi buon numero di soldati per difenderne l’accesso, lo che per l’angustia del sito stato sarebbe felicissimo, egli lasciò sforniti di difesa que’ luoghi. Mise tutti i lanzinecchi armati di spade e d’alabarde avanti la torre del campanile, in cui si chiuse coi moschettieri spagnuoli, da due dei quali, che mandò sulla cima, faceva ripetere incessantemente i segnali per chiedere soccorso all’esercito ch’era fuori delle mura della città. Ma quello per suo maggiore sbalordimento non sembrava pure accorgersi del tremendo pericolo in cui si ritrovava. Eccoli finalmente i ribelli anche sul Duomo; uno, due, dieci si slanciano su delle scale e si spargono pei tetti, indi riunitisi alla voce dei loro capi, vanno a circondare il campanile. Il fiero Bartolozzone s’apprestava a venire tosto alle mani, ma da Macassora d’animo più mite, fu fatto sospendere l’assalto, poichè a risparmio di sangue offrire voleva capitolazione. Si fece egli innanzi alla fila gridando ai soldati d’arrendersi, e il capitano messo fuori il capo da un pertugio del campanile non gli rispose che con parole ingiuriose e braverie. Ad onta di ciò Macassora, che ben conosceva la disperata posizione di costoro, insisteva onde deponessero le armi, ma una palla di moschetto scagliata dalla torre in tal punto gli troncò la voce e la vita. Quel colpo colmando di sdegno gli assalitori fu segno di generale combattimento. I lanzinecchi si difesero valorosamente, ma dopo aver perduti molti dei loro andarono scompigliati. Resistevano al di dentro del campanile i moschettieri spagnuoli scaricando incessantemente gli archibugi, e gran danno recavano ai combattenti. Questi stavano quasi per rinunciare all’ardua impresa di penetrare colà, quando loro venne in capo di dar fuoco alla torre, e tutto l’occorrente apprestato, fecero alzare le fiamme. Al divampare di queste i moschettieri si diedero vinti, ma non v’era più scampo.

— Vittoria! Vittoria! evviva Milano! Alziamo la bandiera, facciamo vedere ai nostri che siamo i vincitori — esclamò Bartolozzone.

— Sì, si alzi la bandiera, la nostra bandiera della croce rossa — gridarono tutti ad una voce.

Nessuno però aveva pensato a portare là su nè stendardo, nè gonfalone, onde vi fu un momento d’imbarazzo, che durò poco; poichè in una moltitudine trionfante v’è sempre qualche ingegno che ha in pronto lo spediente per ogni caso possibile. Si vide ad una delle finestre, che dalla cupola giù guardano nella chiesa, un’ampia tenda bianca; si corse a strapparla, e pigliata da quattro dei combattenti ai quattro angoli opposti, veniva tenuta ben tesa. Il figlio dell’ucciso Macassora si levò allora di dosso la camicia e raggruppatala, servendosene a modo di spugna, la inzuppò in un guazzo formato dal sangue che era colato dalle ferite di varj soldati che giacevano uccisi quivi presso; poscia ogni volta secondo il bisogno ribagnandola nel sangue segnò sulla tela due grandi righe rosse a forma di due giganteschi semicerchii, che si tagliavano nel mezzo, rappresentando così la croce convessa che è lo stemma municipale milanese. Levato quindi uno de’ più lunghi e grossi pali delle travature del tetto, con funicelle e stroppie vi attaccarono per un lato quella tenda.