Bartolozzone intanto co’ suoi di porta Ticinese inseguiva da vicino l’ultimo rimasuglio de’ lanzinecchi, i quali cercavano salvare la vita ora col combattere, or col balzare fuggendo di tetto in tetto. Ma incalzati e spinti da ogni parte verso l’estremità che termina alla facciata, quando furono colà, ad onta che opponessero la più disperata resistenza, vennero superati, e mano mano che cadevano disarmati o feriti, venivano presi e scagliati inesorabilmente dall’alto; e scendeva chi a piombo, chi capovolto, chi roteando a sfracellarsi, orrenda vista! con rumoroso tonfo sul suolo.

Tutte le finestre e i balconi delle case che circondavano la piazza, tutte le aperture delle trabacche di legno, che ne ingombravano l’area erano piene zeppe di gente di ogni età e condizione, i cui volti sorgevano l’uno sopra l’altro guardando ammirati, attoniti, istupiditi quello spettacolo strano e spaventoso, e in quella immensa moltitudine di astanti regnava il più profondo silenzio. Solo sopra l’altana (baltresca) di una casa che era in fondo alla piazza di prospetto alla facciata del Duomo, stava seduto un cristianone panciuto, nudo le braccia, nudo il lardoso petto, mezzo sbracato, e mal coperta da un piccolo berretto rosso la calva zucca, il quale facendo dalle risa balzare la trippa e le ganasce, battendosi le cosce esclamava: — Ohi! Ohi! correte, correte! che bel vedere! che gran caso! bruciano la Spagna, e i lanzinecchi fioccano dal Duomo. —

La torre intanto consumata in gran parte alla base dalle fiamme diè uno squasso, si spaccò e cadde ruinando. Rimase però eretto ancora uno de’ suoi squarciati fianchi a cui stavano uniti vari pezzi di scala. Macassora seguìto da due de’ più intrepidi vi si arrampicò, trascinandovi sopra la tenda e conficcandone il palo come un’antenna sul punto più elevato; appena eretta in tal modo, al vivo soffio dell’aria, la tela si aprì sventolando, e mostrò, sanguinoso stendardo, l’ampia croce.

A quella vista alzossi da tutta la sottoposta piazza un’esclamazione di meraviglia e d’applauso così unanime, sonante, prolungata, che fu udita e si propagò sino nelle più remote contrade.

Ma la gioja del trionfo ebbe breve durata e pienamente rimasero delusi, coloro che, segreti partigiani del duca Francesco Sforza, assediato, come dicemmo, dagli imperiali nel castello, avevano sperato che il popolo vincitore, sarebbesi tosto rivolto a sussidiarlo per rimettere a lui libera e potente la signoria della città nelle mani. Erra chi fida ne’ moti popolari effrenatamente spinti alla strage; se valgono a far sazie le cupide vendette, non giovano mai a creare vigor di ragione o santità di diritto.

Al Duca ridotto allo stremo per mancamento di vittuaglie, fu forza l’arrendersi un mese dopo quel combattimento (24 luglio 1526). Pattuì salva la libertà sua e de’ suoi, ed esso uscitone, venne il castello occupato da Anton De Leyva, coi soldati di Carlo V, a cui rimase così interamente soggetta, ancor più doma e sottomessa Milano.

Indarno poi l’esercito de’ collegati contro quel monarca fece ogni prova per toglierli la preda.

Scese il Lanoy colle lance, e i fanti francesi; vi si adoperarono colli svizzeri ed i papali il duca d’Urbino, il marchese di Saluzzo, e quel Giovanni Medici, chiamato dalle Bande nere, l’uno dei più intrepidi condottieri italiani, che colto da un colpo di falconetto alla giornata di Borgoforte, morì in Mantova, pieno più che d’anni di gloria. Tutto fu vano contro gli imperiali sempre agevolmente reintegrati, essendo Lamagna inesauribile sorgente d’uomini, pei quali è premio non fatica il combattere nelle italiane contrade. Perciò lungi dal cedere essi spazzaronsi innanzi i nimici, e fatti sicuri inoltrarono a Roma e la presero, guidati dal duca di Borbone che traditore al re francese erasi dato al tedesco, e il quale lasciò la vita innanzi le mura della sacra città.

Sorse il giorno però ch’anco l’ire e le guerre ebbero fine. I due potenti avversari Carlo V e Francesco I segnarono pace (in Cambrai 5 agosto 1529). Il monarca francese cesse per sempre ogni pretensione di sua corona sulle terre milanesi, e Carlo colmò la speme di questi abitatori, restituendo il ducato a Francesco II Sforza, nel dicembre dell’anno stesso. Sgombrò così una volta l’Anton De Leyva dalla nostra città, in cui ritornò, desiderato, amatissimo, il Duca suo natural signore, che faceva certi gli animi dover con libero dominio restaurare la patria de’ lunghi mali causati dalle protratte concussioni straniere. Crebbe oltre ogni misura il contento e la fiducia del popolo, quando si seppero statuite le nozze del Duca con Cristina figlia del re di Danimarca e di Elisabetta sorella di Carlo. Quelle nozze celebrate in Milano il 3 maggio 1534 con pompa ed esultanza indescrivibile, continuando la successione ducale, erano pegno della stabilità del potere e quindi della affrancazione di queste contrade da ogni estera dominazione avvenire. Ma ohimè! fu troppo passaggiera la gioja e la lusinga fallace! Il giorno 19 novembre 1535 vestiva a bruno Milano, e dal castello al Duomo stendevasi funeral processione; erano le esequie del duca Francesco II Sforza, ultimo legittimo di sua stirpe, ultimo dei signori di Milano. Il ducato divenne una impercettibile porzione de’ dominii di Carlo, sui quali dicevasi mai non iscomparire il sole.

Le infermità che avevano risparmiato Anton De Leyva gli concessero di rientrare trionfante in Milano, ove sedette governator generale dello Stato, pel suo Imperatore.