Calò in quell’anno 1527 anche Odetto di Foix, signore di Lautrec, capitanando nuova e poderosa armata di Francia. Esperto, fiero, rapido qual fulmine prese Alessandria, Novara, Pavia, Piacenza, e passò oltre ardente di cogliere più famose palme nel regno di Napoli, ove trovò morte non guerresca. La somma delle cose per gli avversarii di Carlo V venuta nelle mani del conte di Saint-Paul, egli pure volse tutta l’opera sua alla grand’impresa di snidar da Milano l’Anton De Leyva cogli imperiali. Le sorti furono decise alla battaglia di Landriano (21 giugno 1529), ove si scontrarono le avverse schiere. Il De Leyva, benchè afflitto da podagra, volle dirigere di persona la pugna, e si fece portar pel campo in una sedia a bracciuoli recata a spalle. Foss’egli più maestro o più venturato, il conte di Saint Paul ebbe la peggio, e la rotta gli toccò sì grave che non solo rimase ferito e prigioniero egli stesso coi due valorosi italiani, Claudio Rangone e Gerolamo da Castiglione, ma le sue genti, perdute armi e salmerie, n’andarono al tutto scompigliate e disperse. Il suolo lombardo tanto tenacemente contrastato beveva a fiotti sangue non suo[27].

FINE.

AVVENTURE IN UN VIAGGIO
PER
LA VALDOPPIA
(dal vero)

Mi torna il giovine

Tempo nel cor.

Fausto.

Nel liceo convitto, in cui era stato posto fanciullo, il primo libro d’amena lettura ch’avessi nelle mani, furono le novelle del Boccaccio, edizione compiuta statami donata da un mio parente ora defunto, il quale era uomo di buona pasta, poichè ne’ giorni festivi veniva immancabilmente a levarmi dal liceo per farmi pranzare in sua casa, ordinando sempre si cucinasse qualche manicaretto di particolare mio gusto, e dopo il pranzo mi lasciava poi correre e saltellare in piena libertà pel giardino, permettendomi eziandio di montare a bisdosso d’un cavallaccio, docile come un montone, pel quale io partiva sempre dalla mensa colle taschette del giubberello colme di frusti di pane. Del rimanente, quanto giudizio egli s’avesse a dare le novelle del Boccaccio ad un ragazzetto di nove anni, lascio considerare a voi. Eppure lo udiva allora (1812) lodar forte qual uomo spregiudicato, come dicevasi, non essendomi che posteriormente accorto, che appunto gli uomini troppo spregiudicati riescono il più delle volte pregiudizievolissimi. Le trasposizioni al modo latino, i vocaboli vieti e ricercati, fecero però buona difesa al mio piccolo cervello, non lasciandomi comprendere un jota di tutto il libro; se non che mi servii del nome che vi lessi di Buffalmacco, per farne un appellativo derisorio a un convittore grande e grosso e manesco; il qual soprannome avendo preso voga, mi capitarono non poche ceffate e pugni per sua parte, e dei a pane ed acqua per parte del prefetto della camerata.

Eravi nel liceo un inserviente, vecchio ex-militare, che non sapeva parlare che di Laudon e dei Turchi, coi quali aveva scambiato nel loro paese qualche colpo di moschetto; esso co’ giovinetti collegiali era tollerante, compiacentissimo, servizievole, una specie insomma di caporale Trim, che ben conoscerete. Quest’inserviente, che si chiamava Carlo, di cui mi pare ancora vedere la pelle arsiccia del volto, i capelli grigi e corti, e il soprabito turchino speluzzato, possedeva due volumetti, coperti d’un cartoncino azzurrognolo, tanto laceri ed unti, quanto lo dovevano essere, avendo fatta per anni ed anni fida compagnia ad un povero soldato, col quale viaggiarono sino a Temisvar e fecero ritorno in Lombardia, sempre nella bisaccia militare, o mocciglia, non uscendone che di rado per divertirlo nelle ore di ozio dei bivacchi e delle caserme, allorchè ne profumava le pagine dell’incenso della pipa.

Ad onta di tutto il sudiciume, che ingialliva e anneriva que’ due volumi, a me andavano sommamente a genio, e li preferiva infinite volte al mio Boccaccio. Erano i viaggi di Robinson Crosuè. Quand’io guardava rappresentato sul frontispizio quell’uomo col berrettone acuto di pelo di capra, col parasole da una mano e il fucile dall’altra, passeggiare in riva al mare, quando lo vedeva fatto compagno di Venerdì, sorgevano in me non so quali idee di mare, d’avventure, di solitudine, una poesia in embrione che m’ardeva d’una curiosità indescrivibile. Proposi a quell’antico figlio di Marte il cambio del suo Robinsone col mio Boccaccio: tremava non l’accettasse, e quand’egli v’accondiscese, me ne volai co’ miei due tomi nelle mani, che quasi non capiva in me dalla gioja, nè fu più contento Giasone quand’ebbe conquistato il vello d’oro. Ogni momento che poteva rubare alla grammatica del Porretti, ed alla Regia Parnassi, era dedicato al mio carissimo Robinsone il quale gettò nella mia infantile fantasia, già a bell’apposta organizzata ad assorbire ogni sensazione straordinaria e vibrata, gettò, dico, una smania e quasi una monomanìa pel viaggiare.

Allorchè, cresciuto in età, leggendo viaggi e memorie d’ogni maniera, seppi che quel libro aveva prodotto lo stesso effetto in molti altri uomini illustri, mi congratulai meco stesso d’essere stato capace di sentire al pari di loro la forza d’un simigliante eccitamento.