Ma se la lettura di Robinson Crosuè, fatta in età fanciullesca, potè esser cagione che alcuni, divenuti viaggiatori, toccassero i due circoli polari, o andassero a servir di pasto ai selvaggi della Terra, del Fuoco e della Papuasia, quanto a me, mentre fui giovinetto, non potè spingermi che qualche volta pedestremente da Milano sino a Monza, a Desio o a Melegnano, o farmi errare all’avventura per i prati ed i campi seminati di frumento e di grano turco che fiancheggiano il naviglio di Abbiategrasso e della Martesana.
Venne alfine per me quell’età sospirata (e la sospiro ancora) in cui potei, come si suol dire, allargare le ali. Da due anni era studente dell’università. Il titolo di studente dona un non so che di baldo, di fiorito, d’ornato, che accresce la persuasione del valore di sè medesimi, così che, avendo tante volte percorso il lastricato del portico legale, io credetti possedere criterio sufficiente per intraprendere da solo un vero viaggio. Al tempo delle vacanze quando mi trovai padrone di me stesso, tratto da due buoni cavalli sulla strada postale, avviato a Venezia, mi sentii un piccolo Byron, un Giovine Aroldo.
Il mio delirio era il mare. Lo aveva tanto desiderato, che sembrandomi troppo poca cosa la laguna, appena entrato in Venezia mi feci condurre al lido per vedere il mare veramente libero e senza limiti. Ma, ho da dir la verità? al primo guardarlo, causa forse la prevenzione, mi fece pochissimo effetto, e mi parve fosse assai più pittoresco e seducente allo sguardo quando lo vedeva in teatro rappresentato sulle scene di Sanquirico. Oh ignoranza! Però, osservato un giorno, e due, e tre, il mio occhio comprese alfine la vera magnificenza di quella vastità d’acqua sì una e sì varia; e mi sentiva poi orgoglioso, passeggiando all’ombra dell’aguglia del nostro Duomo, d’aver veduto il mare e di essere stato sobbalzato su per le sue onde, e averle valicate a gonfie vele.
La è curiosa! noi milanesi che siamo penisolani, e abbiamo da ponente a una giornata di cammino il mare mediterraneo, da levante a due giornate l’adriatico, e che, mettendoci a sedere in barchetto alla riva di Porta Ticinese, potremmo andare sempre navigando sin oltre ben anco il Monopotapa, siamo uomini sì radicati nella nostra terra ferma, che, avuto riguardo al numero ed alle persone che avrebbero facoltà di farlo, si trovano ben pochi che tra noi abbiano intrapresi de’ viaggi marittimi: onde, se non è in difetto la mia erudizione, toltine quelli d’alcuni missionari, manca per la patria gloria, a compiere la serie de’ nomi famosi, un viaggiatore di gran rinomanza. Quanto sarebbe lusingato il nostro amor proprio, se qualche ardito milanese di vero sangue, avesse piantato e fatto sventolare il biscione sovra una terra ignota d’un altro continente! ma adesso, addio speranze! si sono già cacciati gli altri da per tutto sulla faccia di questo nostro globettino; si ritrovano alberghi e caffè fin là dove nascono le aurore boreali, e vi si potrà andare tutti fra poco in battello a vapore.
Veduta adunque la grand’acqua, volli l’anno successivo contemplare le Alpi e toccarne la sommità, per mirare d’appresso le ghiacciaje, quegli eterni cristalli sì decantati.
Venuto il benedetto settembre, ecco che colla mia valigia sulle spalle, il mio berretto di drappo scozzese, m’avvio al Sempione. Tutto il mondo è stato almeno sin là, ha vedute le gallerie, ha letto l’Ære Italo, fece colezione, pranzo o cena all’albergo del villaggio, servito (allora) da amabili giovanette, e prese poi qualche reficiamento gratuito all’ospizio. Ma pochi saranno stati di sì bizzarro cervello, proseguendo il viaggio, di lasciare al pari di me la nuova strada agevole ed ampia (condotta sul versante opposto del Sempione con dolci e facili svolgimenti giù fino a Briga), per cacciarsi sull’antico e dirupato sentiero, il quale, abbandonato com’è, va a smarrirsi fra antiche e folte selve di larici, molti de’ quali dalla vetustà rovesciati s’accatastano qua e là, e formano barriera quasi insuperabile, incontrandosi per ogni dove salti di torrenti e trabalzi perigliosissimi. E allora appunto non sembravami di essere nelle Alpi, ma mi figurava di trovarmi, che so io, nelle selvaggie foreste del Brasile, essendo impossibile che la mia fantasia voglia rimanersene un istante laddove realmente si trova, e, non badando al rischio che correva ad ogni passo di rompermi l’osso del collo, io mi sentiva rapito dal maraviglioso aspetto di quella solitudine, e faceva in prosa della poesia lamartiniana, da mandare in ruina, pubblicandola, qualsiasi librajo.
Attraversato il Vallese, toccato il lago di Ginevra, volli visitarne la deliziosa riviera, e potete immaginarvi quante sentimentali esclamazioni m’uscirono dal labbro al mirare Vevey, e tutti i luoghi che l’appassionata immaginazione di Rousseau fece scena al suo celebrato romanzo amoroso; e meritarono veramente di trovare un pittore di quella forza e delicatezza squisita di pennello, poichè vanamente si cercherebbe un’altra contrada ove l’amore può trovare negli aspetti di natura sì sublimi corrispondenze con tutte le sue fantastiche fasi, sieno esse di felicità o di disperazione.
Retrocedendo, pensai poscia di rientrare in Italia varcando il gran san Bernardo. Avrete letto in molti giornali la diabolica pittura che fece Alessandro Dumas della salita a quella montagna; è probabile, per poco che siate dilettanti di romanzi, che l’abbiate parimenti letta in Cooper nel suo Carnefice di Berna. Ma l’autore dell’Antony, e il romanziere americano, credetemelo, hanno esagerato la fatica e i perigli di quel viaggio, per produrre un effetto straordinario, così come in certi quadri si rafforzano le tinte, anche contro natura, affinchè facciano più efficace mostra di sè all’esposizione di Brera. Non voglio sostenere che, durante la cattiva stagione, nel valicare quell’alpe non si corra pericolo d’essere sepolti sotto qualche valanga, ma per sei o sette mesi dell’anno vi si arriva alla cima con tutta facilità e agevolezza; e conosco io migliaja di sentieri per le valli a noi contigue, ove l’andata è assai più disastrosa e a rompicollo che sul gran san Bernardo, e pure sono calcate ogni dì da brigatelle di signorine dai piedini dilicati che vi vanno a sollazzo in partite di piacere. Ho veduto colassù, la famosa stanza dei morti, che chiamano carnajo, e non dipenderebbe che dalla mia volontà di farvene una descrizione bellissima d’orrore, e d’innestarvi qualche episodio drammatico, ma v’attendo a un altro varco.
Lasciato l’ospizio, e quegli ottimi Padri, giù corsi a Saint-Remy, e la sera era di già nella città d’Aosta. Alla mattina successiva, desto per tempo, mi recai a visitare la torre del Lebbroso e le stupende antichità romane. Mi parve strano che, per ammirare i resti d’un anfiteatro, fossi costretto d’entrare dalla casa d’un contadino in un rustico cortiletto, ove, mentre immobile contemplando un alto pezzo d’antica muraglia rifabbricava nella mia immaginativa quel circo, commettendone le gradinate al podio ed agli spalti, e su vi vedeva i togati patrizii, le gemmate matrone; il popolo romoreggiante, e mi pareva udire il ragghio de’ lioni e l’urlo delle pantere chiuse nelle carceri, o vedere i gladiatori scannarsi fra i fischi o gli applausi degli umanissimi spettatori, una frotta di polli e di pulcini beccava sulle punte de’ miei stivali de’ granelli di miglio che si erano appiccicati nel transito della villereccia cucina, e mai più s’immaginavano le innocenti bestiuole che dovessero quel piccolo reficiamento ad Ottaviano Augusto, ed al mio maestro di storia.
Mi lasciai alle spalle anche la città d’Aosta; e proseguiva il mio cammino giù per la valle fiancheggiando la Dora. Lungo la strada mi sovvien che entrato in una picciola osteria a prender fiato, in un paesello chiamato, se pur non erro, Chambave, vi bevetti un eccellentissimo vino moscato, il quale si spreme da grappoli che maturano sovra apriche collinette che s’alzano ivi d’appresso; e se vi dico io ch’era prelibatissimo, io che rare volte ho potuto mirare sino al fondo del bicchiere per ritrovarvi la verità, me lo dovete credere. Registrate adunque questa notizia nel vostro Memoranda, poichè potrebbe essere di qualche peso (so quel che dico a certi miei lettori) nel determinarvi un giorno ad intraprendere un viaggio per contemplare i monumenti romani della città di Aosta.