Aveva fatta promessa, anzi partire da Milano, di recarmi al ritorno dalla mia gita sul lago Maggiore; e m’era sì gradita l’aspettativa di villeggiare colà che oramai il viaggio mi tediava, e non desiderava che l’istante di quivi giungere fra una diletta comitiva. Ad accorciare il cammino pensai dunque che la via più breve per me (tralasciando di recarmi sino ad Ivrea, e di là per Biella o per Novara al lago) si era di valicare i monti che dividono la Val d’Aosta dalla Val Sesia, e discendere a Varallo da dove la strada per Romagnano e Borgomanero mette capo ad Arona.

Trapassata quindi la pittoresca terra di Chatillon, lasciai le sponde della Dora, e presi cammino su per la montagna. Fatto buon tratto di via, e giunto a bell’altezza sul dorso del monte, me ne stava assiso sovra un sasso a guardar giù la sottoposta valle, la quale di là si presentava a’ miei occhi pressochè in tutta la sua estensione, e m’immaginava di vedervi sfilare i molti eserciti che in diversi tempi vi transitarono, calando per la stessa via ch’aveva fatta io stesso. Da Annibale, anzi dai Celto Galli in poi, quanti guerrieri o armati di clave, e coperti di pelli, o colla lorica e la lancia, o colla pesante armatura del medio evo, o col fucile e gli spallini, passarono là giù per venire in Italia! e a far che?... a farsi ammazzare la maggior parte senza cavarne mai alcun buon costrutto. Ma io veramente allora non pensava a ciò, altro non mi rappresentava che l’effetto pittoresco delle variate file di quelle soldatesche sparse lungo la valle, coi cavalli, i carri e i loro bellici strumenti. Oh! se avessi avuta l’abilità di quel bravo marchese, che dipinse quest’anno con tanta fantasia la rocca adamantina da cui scende il mago sull’ipogrifo a pugnare con Bradamante, mi pare che avrei fatto un quadro di genere da fare stordire gli amatori. Ma, che volete? io non ho potuto riuscire a far altro mai in pittura, che degli ometti sui libri di scuola.

Mentre era là vidi salire pel sentiero, e venire alla mia volta, due bei contadinelli, l’uno de’ quali s’aveva qualche cosa sulle spalle: conobbi ch’erano pellegrini al pari di me. Allorchè mi furono vicini m’alzai, per proseguire con esso loro la via. Avevano entrambi fisonomia dolce, ma spezialmente l’un d’essi, biondo di capelli e con occhi azzurri, mostrava una tale finezza di lineamenti, che l’avresti detto una fanciulla travestita. Chiesi loro d’onde venissero, e dove si recassero, e mi risposero in francese ch’erano savojardi, ch’erano stati a Torino e si recavano a Gressoney, presso un loro parente. Ciò ch’aveva sulle spalle l’un d’essi era una cassetta sostenuta da una cinghia di pelle, e mi disse che vi stavano rinchiuse due marmottine, che sono le bestiuole che ognun conosce, le quali andavano facendo vedere per le piazze, suonando la ribeca, ch’era lo stromento portato dall’altro, e ciò per buscarsi qualche soldo onde campar la vita. Domandai loro che cosa avessero guadagnato, mi risposero che in un mese ch’erano stati a Torino avevano potuto mettere a parte quindici franchi, coi quali contavano di recarsi nell’inverno in Francia, passando poi nella primavera a Gand nel Belgio, ove era il loro padre col quale esercitavano il mestiere di ramoneur.

Mi sentii toccare il cuore pensando che quel bel fanciulletto dalla pelle sì dilicata, e con quello sguardo tanto dolce, dovesse arrampicarsi su per le gole dei cammini ad imbrattarsi di fuliggine e col pericolo di spezzarsi un braccio od una gamba. Invocai che qualche pietosa padrona di casa, commossa dalla simpatica fisonomia del bello spazzacamino, gli procacciasse modo di guadagnarsi la vita con mezzi meno sucidi e perigliosi. Superata la montagna, discendemmo insieme dal lato opposto a Gressoney, ove separandoci, augurando ad essi ogni fortuna, feci diventar sedici i loro quindici franchi.

Io passai la notte a Gressoney. Oh, se vedeste che singolare paesetto è desso mai! giace in fondo ad una valle che ha la forma d’imbuto, e vi sta queto, isolato da tutto il mondo, presso un torrentello che move il suo mulino, e in cui abbevera le sue mandre. Durante il tempo delle nevi non è possibile nè di andarvi, nè di partirne; onde per alcuni mesi quegli abitanti vi rimangono così separati dal resto dei viventi, come se fossero nella Groenlandia o nella Lapponia. Se vedeste che zoccoli che portano le donne; e che pannilani verdi e rossi dello spessore di tavole di noce, ma hanno certe guancie pienotte e una solidità di contorni che si confanno a meraviglia con que’ vestimenti. La pace del luogo, la prosperità degli abitanti, mi fece spesse volte tornare col pensiero a Gressoney, e avrei voluto in certi bruschi momenti di mia vita esservi nato, e non aver mai superata la cerchia de’ monti che lo racchiudono: non avrei forse potuto sentirvi egualmente le impressioni della natura e dell’amore, fonti inesauribili di felicità nella vita?

Al dì seguente, essendo già alto il sole, abbandonai quel romito villaggio, e ricominciai a salire la montagna opposta a quella dalla quale vi era venuto.

Oltrepassato un altro monte discesi a Saint-Jean, altro paesello più ameno fra quell’Alpi, e di là non mi rimaneva che a superare l’ultima giogaia della Valdoppia per essere in Valsesia.

Non mi sentiva punto stanco, era spinto dalla brama di giungere presto alla mia meta, ove m’attendevano piacevolezze d’ogni genere, quindi rifocillatomi abbondantemente, concessemi un pajo d’ore di riposo, e prese tutte quelle notizie intorno alla via che l’oste a malincuore volle somministrarmi, attribuendo io a sola sua cupidigia il consiglio che ripetevami di fermarmi colà quella notte e non mi porre in via di quell’ora, che era già verso il declinare del giorno, mi strinsi alle spalle le cinghie della valigia, e, impugnato il mio bastone, me ne andai pel mio cammino.

Il sentiero s’arrampicava pel fianco del monte, fra boschi e cespugli: era assai erta, anzi quasi perpendicolare la via: pur salendo con buona lena, in poco d’ora mi trovai molto elevato dal fondo della valle, ove vedeva rosseggiare il paesetto di Saint Jean ad un raggio obbliquo che gl’inviava il sole dalla sommità dell’opposto monte dietro cui stava per celarsi; e vedeva pure luccicare il torrente che serpeggiava per la valle, ed era quell’acqua stessa che romoreggiando balzava giù dal monte sulla costa del quale io m’innalzava.

Mi avevano detto che la salita voleva un’ora circa; ma io non aveva calcolato che le mie gambe non erano quelle d’un montanaro, e che se que’ del paese v’impiegavano un’ora, io non avrei potuto a meno di consumarvi doppio spazio di tempo. E così fu. Il sole, già tutto nascosto dietro gli opposti dossi, mandava appena un ultimo rossore sulle cime più elevate che mi stavano sul capo, ed io m’arrampicava ancora su per l’erta, e sentiva che le gambe scemavano di vigore ad ogni passo, e un’ansa affannosa mi toglieva quasi il respiro. Dopo la salita esser vi doveva uno spianato, inoltrandomi pel quale doveva poi giungere ai casali componenti il paesetto detto La Montà; ivi contava passare la notte, per esser pronto al mattino a discendere pel versante opposto in Valsesia al paese di Riva, da dove avrei potuto ancora arrivare la sera sino a Varallo.