Fatto è ch’io giunsi al margine di quel benedetto spianato, e cessai di salire quand’erasi già quasi fatto interamente oscuro, e sdrajatomi sull’erba, per prender fiato, mi giunse all’orecchio debolissimo il suono de’ tocchi dell’avemmaria del paesetto di Saint-Jean. Provai allora un po’ di pentimento di non aver voluto cedere ai consigli dell’oste, poichè per giungere a La Montà non rimanevami da far meno d’un’altra buon’ora di cammino, e chi sa qual cammino! Feci però cuore a me stesso, anzi gioii meco medesimo, e mi congratulai di trovarmi una volta nella condizione di tanti viaggiatori, le cui avventure aveva lette con sì vivo trasporto di curiosità. Che di meglio infatti per un giovine di venticinque anni, di testa romantica (così si suol dire), che ha costume la sera di passeggiare le strade ben illuminate e lastricate della capitale, vedersi solo fra le tenebre, errante pei boschi alla sommità delle Alpi, colla probabilità di scontrarsi nel genio delle ghiacciaje che sotto forma d’un orso venisse a divorarlo, senz’altra speranza di vendetta che di far urlare quell’animale nelle sue rupi un mese intero, per le punture che gli avrebbe cagionate entro le sue viscere il cervello, intingolo indigeribile formato col deposito d’ogni specie d’idee letterarie, metafisiche, poetiche e legali?

Questo pensiero m’aveva fatto sorridere tra me stesso, avanzandomi per l’incerta traccia del sentiero, quando ad un tratto vedo un chiarore che subito scompare, e appena ebbi campo di rivolgere la testa ch’udii rumoreggiare il tuono. Fermandomi a guardare indietro, scôrsi nubi nerissime che s’erano avanzate alle mie spalle, e che, venendo da verso la valle di Saint-Jean, andavano nascondendo sul mio capo la volta del cielo. Che gusto m’avessi lo lascio immaginare a voi. Io camminava in una pianura, che, per quanto poteva rilevare, era come una vasta prateria, sparsa qua e là d’alberi radi. Tratto tratto però mi sentiva sotto i piedi il nudo macigno. Facendosi sempre più dense le tenebre, io non iscorgeva il sentiero che al bagliore dei lampi che si succedevano quasi incessantemente. Cominciarono i soffj del vento, e il tuono echeggiava arrotolandosi fra quelle teste di montagne. Vi dico da vero che principiai a non aver più nessun piacere di trovarmi in quell’ignota solitudine con un tempo spaventoso di quella fatta. Sperava, ad ogni passo che m’inoltrava, di trovarmi nel desiderato paese di La Montà, o di scorgere almeno qualche lumicino che annunziasse una capanna, fosse stata anche l’abitazione delle streghe, dei briganti, o dei falsi monetarj: ma non vedeva niente, altro che la corona delle rupi che circondavano quel piano, che si mostravano più nere ancora del nerissimo cielo. Un romore, uno scroscio grandissimo accompagnato da un sibilo spaventoso di vento, veniva avanzandosi precipitoso, e vedeva al chiarore dei lampi le chiome degli alberi flettersi ed alzarsi rapidissimamente. Ad un tratto fui inondato dalla pioggia, e, quasi al tempo stesso, ciò che mi diede più paura, fu di sentire che i miei piedi diguazzavano nell’acqua sino alla caviglia, per cui credetti d’essere entrato inavvertentemente in qualche stagno o fondo paludoso. Di sentiero non eravi più insegna. Rimasi un momento immobile, e mi credetti perduto: ma al luccicare della saetta, avendo veduto che il terreno a man manca si rialzava, mossi i passi da quella parte, e infatti in due o tre minuti mi sentii fuori del guado, e compresi che andava ascendendo. — Meno male (dissi fra me), il pericolo d’affogarmi sembra passato. — Ma la pioggia e il vento incalzavano con tal violenza, ch’io dovetti appoggiarmi ad una pianta per sostenermi in piedi. — La scena è più teatrale che in un ballo di Viganò (diceva in me stesso), ma minaccia d’andare troppo in lungo, e se dovessi starmene qui tutta notte sotto questo diluvio coll’aquilone che spira, mi prendo tale un malanno che non rientro mai più in velocifero da porta Tanaglia. —

Mentre io era colà in una posizione così critica, guardando attentamente ad ogni gettata di luce intorno a me, mi venne veduto, non molto all’insù dal posto ove mi trovava, un piccolo edificio coperto di paglia, un tugurio. Mi sentii rinascere, e tosto mi diressi a quella volta. Pervenutovi, m’accorsi ch’era una capannetta deserta, uno di que’ casolari ove alloggiano i pastori quando conducono alle alpi le mandre, e che partendo abbandonano. Alla porta s’ascendeva per alcuni gradini; ne mancava l’imposta e dentro appariva vuoto ed oscuro. Salii tosto quella scomposta scaletta, e giunto al limitare tastando col bastone, e sentendo che il pavimento era più basso, prima di discendervi per entro vi feci rimbombare la mia voce, porgendo l’orecchio, per udire se mai cosa alcuna vi si rimovesse, poichè v’era pericolo vi fosse rifuggita qualche fiera.

Non udendo alito balzai giù dalla porta nell’interno, e m’accorsi con mio sommo contento che v’era sull’impalcato un bel letto di foglie. Staccai dalle spalle la mia valigia, mi tolsi l’abito tutto molle d’addosso, mi soffregai per asciugarmi alla meglio, ringraziai la provvidenza, e me le raccomandai: indi stesi tutta la mia stanchissima persona su quelle foglie, che mi sembrarono uno strato di morbide piume, e provai quel sentimento di felicità, che m’immagino debba sorgere in cuore a chi afferra il lido campando dal naufragio.

Descrivervi quali pensieri mi passassero per la mente sarebbe impossibile cosa: quello ch’è certo si è che m’addormentai pensando a chi pensava a me, e che forse vaneggiava amorosamente alle melodie d’una gaja serenata, senza pur dubitare ove diavolo mai si trovasse il suo Trovatore. E tanto più che l’ultima sera nel darmi l’addio di partenza, conoscendo l’indole mia arrischiata, m’aveva fatta calda preghiera, di non espormi a inutili perigli, e di non mettere a repentaglio una vita troppo cara. — Che belle paroline, eh? — Ma, e chi non le ha udite all’età di venticinque anni? — Pure, onde gustarle completamente, bisogna credersi esseri privilegiati, e tale io mi riputava allora in buona fede: onde ricordava quell’affettuosa espressione coll’accompagnamento d’una voce commossa, d’uno sguardo pieno di soavità e di sentimento, vedeva quelle forme gentili, quella bianca mano che mi salutava ancora dal balcone, e tutto ciò mi mandava un miele per le vene, mi faceva più beato d’un re, benchè perduto là sull’alpi tutto solo, e sdrajato sovra aride foglie in un deserto tugurio; e credo che gli spiriti ilari che si esalavano da me, mi servissero di riparo contro l’influenza funerea che stagnava sotto quella volta.

Non so quanto dormissi, ma mi svegliai che fitta era ancora l’oscurità, però cessati i lampi, i tuoni, il vento e la pioggia. Stirai le membra, e mi sentii assalito da un brivido di freddo; volendo addormentarmi di nuovo, allungai un braccio per internarlo nelle foglie, onde averne calore, e nel così fare urtai in qualche cosa, che toccando sentii essere una valigia. Mi pareva d’aver collocata la mia dall’altra parte, e subito mossi l’altro braccio per accertarmene, e infatti sento che la mia valigia è colà! — «Gran Dio! due valigie! qui v’è alcun altro; dissi tra me, traendo a stento per la sorpresa il respiro. Ma tosto mi animo, e grido: — Ohe! ohe! chi c’è qui. — Nessuna risposta: mi rialzo, porgo attentissimo l’orecchio, non odo fiato, non odo respiro, era un silenzio profondo, non interrotto che dal cader lento delle goccie che stillavano dalla paglia del tetto. Mi metto a frugare a tentoni per le foglie, allungando anche i piedi, e urto con questi in due altri piedi, che sembravano rivestiti di grosse scarpe. Li premo con forza, ma non ne segue alcun effetto. Mi do a cercare colle mani e sento un braccio rivestito di panno — lo scuoto — niente — Che affare è questo? — dissi tra me preso da spavento, e diressi la mano ove doveva essere il volto, e l’abbassai — misericordia! — le mie dita s’inforcano nelle caverne delle ossa nasali d’un teschio umano, che si scompone a pezzetti — misericordia! — chi m’avesse fatto un salasso non ne avrebbe cavata goccia di sangue: rimasi più morto che vivo.

Ebbi appena il vigore di balzar fuori di là lasciando nel casolare, abito, valigia e berretto, e non trassi il respiro che vedendomi all’aria aperta. Sedetti sui scalini della capanna, col capo in mano, lasciando si calmasse la terribile palpitazione di cuore che mi aveva assalito. Alzai poscia gli occhi al cielo: era sereno e stellato: da levante veniva un venticello foriero dell’aurora; il suo fiato per me fu un balsamo, e più di tutto alcune voci che udii, e mi sembravano di persone che fossero sul sentiero da me percorso la sera. Mi posi a gridare chiamando; mi fu risposto; io continuai a gridare e sentii ch’alcuni uomini venivano alla volta. Quando li vidi da vicino, narrai loro la mia trista ventura, ed essi tosto, tratta l’esca, il ferro e la pietra focaja, accesero una piccola lucerna, ch’un d’essi trasse da una bisaccia che recava ad armacollo; e ravvisai in essi tre cacciatori da camosci.

Penetrammo tutti insieme in quella capanna, e si vide, pressochè tutto coperto dalle foglie, un uomo, dirò meglio uno scheletro, rivestito d’abiti militari. Mi dissero che doveva essere qualche sgraziato disertore sorpreso là su da un male violento, il quale trattosi in quella capanna vi morì senza soccorsi: avvenimento accaduto, almeno da due mesi in addietro.

Ritrovata la valigia di lui fu slacciata e vi si rinvennero per entro alcuni pochi oggetti di vestimento, e un portafoglio. Questo pure venne aperto, e vi si vide una carta d’iscrizione militare su cui leggemmo — Gaudenzio D...., d’anni ventinove, nativo di, ecc. — con tutti gli altri consueti connotati personali che lo indicavano per un giovine ch’essere doveva d’assai bello aspetto. Nel portafoglio vi erano pure due lettere, ed una picciola busta di seta verde da cui levammo una cartolina, la quale era circondata per più giri da un sol capello biondo, le cui estremità erano rattenute da un po’ di cera. Una di queste lettere era suggellata e mancava d’indirizzo. L’altra portava nella direzione il nome del soldato colla mansione a Saluzzo; questa, essendo aperta, noi la spiegammo e vedemmo essere del curato del suo paese che gli scriveva in nome di sua madre. Vi si parlava di nozze di persone conoscenti, e della spedizione che veniva fatta a lui d’una picciola somma di danaro: non vi si leggeva altro, nè trovammo cosa alcuna di più, che ci potesse rischiarare intorno a quell’individuo ed al funesto suo destino.

Uno di que’ cacciatori, il più attempato, disse ch’egli era fratello del sindaco di Saint-Jean, e che avrebbe dato avvertimento onde que’ resti umani venissero sepolti, e fosse partecipata notizia del fatto all’autorità superiore.