«In me... oh Dio!... in me, non lo chiedete. Sentii più gravemente il peso de’ miei mali. Forse se l’avessi invocato quel generoso cuore non avrebbe abbandonata e respinta un’infelice, priva per cagion sua del più prezioso de’ sensi. Ma nol volli: una cieca non era più degna di lui, nè io doveva colla mia presenza rattristare tutti i suoi giorni. Unica a confortarmi sorse in me la speranza ch’ei mi terrebbe ognora impressa in seno, e che all’annunzio della cruda sventura della sua Ingelinda avrebbe versato lagrime sincere. Ciò tolse in parte l’asprezza de’ miei affanni; si riaprì la vena del pianto, la mente sollevata potè effondersi in fervidissima preghiera, onde mi sottoposi più umiliata ai divini decreti, ed aspirai ad una pace che m’era da prima inconcepibile. Feci riferire allo Zio la mia volontà di essere rinchiusa in questo Monastero, al quale faceva dono de’ miei beni ed ove sarei stata ricevuta, sendovi parente la Badessa, e Voi già suora da più anni, Voi di cui mi risovvenni con tanto affetto.

«Oh amata cugina! — disse Agnese con tal dolcezza che contraccambiava la manifestazione di quella riconoscente rimembranza. E aggiunse: «Aveva il conte Guido già fatto ritorno dal paese nemico, quando voi qui venendo abbandonaste la casa paterna?

«Egli era atteso di que’ giorni ed io volli evitare la tremenda prova di saperlo vicino. Mi feci condurre al letto ove morì mia madre, lo baciai e bagnai di lagrime, indi, dato a tutti un ultimo addio, fra il loro compianto me ne partii. Il mio sagrificio fu immenso è vero; ma sapete voi comprendere sorella, l’angoscia del sentirsi d’appresso un essere che si adora e non potere squarciare le tenebre d’una perpetua notte per contemplare almeno un istante sul suo viso l’espressione dell’amore?

Tacque Agnese dal dolore impedita, poi frenando a stento i singhiozzi rispose «Ah sì m’immagino quanto grave e crudele deve essere il mancare dell’uso delle pupille tanto necessarie ad ogni atto della vita, e per cui si scoprono ed ammirano le meraviglie operate dalla mano del Creatore.

«Talvolta (profferì Ingelinda) mi si affaccia con terrore il pensiero che dalla oscurità in cui giaccio vivente, abbia a passare a quella della morte e rimanervi eternamente sepolta.

«Non lo temere, o sconsolata! (rispose l’altra con pietoso entusiasmo) Verrà il dì, ne son certa, che in premio di tanto soffrire godrà la vostr’anima dello splendore de’ cieli, e di tutte le sue beatitudini.

«Oh vorrei solo che mi fosse dato rivedere il caro lume del giorno, e il sole diffuso raggiante indorare le mie rive ed i monti, vorrei ricongiungermi a mia madre, e... per colmo di contentezza... ohimè che dissi?... l’ho perduto per sempre.

Uno scoppio amarissimo di pianto le concesse appena di profferire quest’ultime parole.

L’estremo raggio del crepuscolo penetrando fra i rami, mesceva al pallore del volto di lei un’incerta moribonda luce, che le faceva prendere aspetto d’una larva addolorata, apparsa a gemere in que’ silenzii le colpe del cuore. Agnese asciugandosi tacitamente le lagrime le offrì il braccio, e dolcemente sollevandola si rinviarono insieme alle loro romite cellette.

FINE DELL’INGELINDA.