IL BRAVO E LA DAMA SCENA STORICA
Era suonata l’Avemaria. Milo il biondo, Bravo del Conte P..... se ne ritornava passo passo per una delle strade più solitarie di Milano, giù dal ponte di Porta Romana. Aveva accompagnato il padrone nella solita casa, ove recavasi alla serale adunanza.
Non era stato d’uopo per rischiarare la via di accendere l’occhio di bue (lucernetta d’ottone e cristallo), giacchè splendeva la più bella luna, che mai si potesse dire. Egli veniva lentamente or cantando ora zufolando alla distesa: teneva la destra mano appoggiata alla cintura dello spadone, e colla sinistra faceva varii moti, onde far brillare al raggio della luna una falsa gemma che portava in dito, legata in largo anello d’argento. La strada era per metà rischiarata dalla luna, e sull’altra metà batteva l’ombra d’un lungo muro di giardino, sul quale sopravanzavano gruppi di piante ed alberi isolati, che accrescevano in varia foggia la linea oscura, interrotta in certo punto da uno spazio, in cui non riflettevansi sul terreno che le aste del cancello, il quale serviva di porta.
Milo cantava; il suo spirito era sereno al pari del cielo, che gli stava di sopra ed a cui alzava di tratto in tratto gli occhi, siccome ad un vasto padiglione turchino trapunto di stelle, senza pur sognare nè la pluralità dei mondi, nè l’infinità dello spazio. Aveva un cappelletto acuminato, da cui pendevano varie fettucce di velluto: e lo portava obbliquo sulla rete, che gl’involgeva la capigliatura folta e bionda, dal colore della quale aveva ricevuto il soprannome: da ciascuna delle tempia gli ricadevano due ciocche attortigliate a modo di treccia riunite da picciol nastro all’estremità. Non aveva affatto nè mustacchi, nè barba: il suo collo era nudo e slanciato; portava un farsetto bruno, ingombro sul davanti di catenelle e gale, tra cui usciva luccicante l’impugnatura d’acciajo d’un coltello stilato.
Zufolando le note allegre e acute della pavaniglia, sentì da un albero un usignuolo gorgheggiare più vivacemente dopo il ritornello: egli s’arrestò un momento ad ascoltarlo; poi ricalcando la via, prese a cantare la canzone a serenata, che fra il popolo era allora di moda; e cominciò con voce spiegata ed alta:
«Mi vo’ trasformar grillo per cantare,
«Mi voglio per dolcezza far sentire
«La notte quando tu stai a dormire».
«La notte quando tu stai a dormire».
«Oh bella, che c’è? — (esclamò, porgendo l’orecchio e fermandosi sui due piedi, colpito dal suono di due bellissime voci femminili, che avevano in armonia e con più lenta cadenza ripetuto l’ultimo suo verso). — Sono lì dentro il muro del giardino: ragazze allegre: mi berteggiano; lasciamole fare: