Milo dopo qualche istante se ne partì di là meno gajo di quello che vi fosse venuto; poiche nella sua mente pullularono cento vaghi e straordinarii pensieri.

Non eravi, per far contenta certa specie di uomini, miglior mestiero di quello di Bravo, quando il servigio fosse in città presso una famiglia ricca, potente e poco facinorosa, qual era appunto quella, ove trovavasi Milo. I bravi, o buli, in tal condizione, pretendevano differire grandemente da quelli della classe più infima e scellerata, che appellavansi mazzadori (vedi qual nome!), ed erano sicarii unicamente prezzolati per la commissione dei delitti; volevano essere invece una specie di Guardia del corpo; nè alcuno ignora la vita lieta che conduceva in quei tempi una tale milizia.

Con grosso salario, ottimo pasto, senza tema nè di sbirraglia nè di giustizia, protetto dal nome e dal lustro della casa, che lo pagava, e che esso alla sua volta proteggeva colla propria forza, distinto dal rimanente della servitù, nè obbligato ad alcun basso e laborioso ufficio, un Bravo, se non aveva a seguire il padrone in viaggio, alla caccia, in qualche spedizione amorosa o nelle passeggiate notturne, a null’altro ordinariamente pensava, che a perfezionarsi nel maneggio delle armi proditorie e ad abbandonarsi coi compagni al giuoco, all’intemperanza e ad ogni sorta d’obbrobrioso solazzo, chè per tale audace e fiera genìa nulla v’era di vietato e d’illecito.

Milo era figlio del torno, come soleva dire il volgo agli esposti. Tolto infante a quell’ospizio da un vecchio servo senza prole, crescendo esso bello e vigoroso e appalesando armigere inclinazioni, venne dal suo adottante collocato in qualità di Bravo nella casa dei Conti P....., una delle più cospicue di Milano. Benchè fossero già alcuni anni che quivi esercitasse tale professione e avesse avuto modo di riceverne tutta la ferrea tempra, pure per vero dire conservava nei tratti e nel carattere un non so che d’affabile, s’aveva un brio ed una giocondità civile e mansueta, ch’erano qualità rarissime fra individui del suo stato. L’affabilità e la dolcezza sua non lo rendevano però meno proclive al risentimento, meno insofferente d’ogni contraddizione e d’ogni contrasto, meno feroce nell’ira e implacabile nella vendetta; giacchè questi sendo difetti precipui e universali del secolo, divenivano natura e doveri per i suoi pari.

Quella sera Milo evitare voleva di recarsi alla taverna dell’Olmo, consueto loro luogo di convegno; ma scontrato dagli amici fu quasi a forza colà condotto; ed ivi fra le tazze, le carte e i dadi gli gridarono: — Prendi la mandola e canta, Biondo, canta. Egli per tal’arte aveva il vanto su tutti e soleva intrattenere e rallegrare la brigata s’accompagnando con un mandolone, ch’era del taverniere, e stava appeso alle pareti presso la di lui cappa.

Milo rispose: «Non ne ho voglia, non posso: ho già cantato abbastanza questa sera in Porta Romana».

«Eh! a chi cantasti? (disse l’uno) forse alla Leonora, la fiorentina che vende le polveri e l’acqua nanfa alla crocetta di San Calimero?».

«Corpo d’un sagro! (esclamò un altro, stringendo le carte in pugno e percotendo con una forte palmata il tavolo) alla Fiorentina ci parlo io.... Vorrei sapere chi ci pretende! Vedete quest’orletto cremisi del giustacuore? me lo ha fatto lei; lei con quelle sue manine benedette, che spargono profumi... e se qualcuno ci volesse bazzicare, sangue di...».

«Che bestemmi tu? (gridò un terzo). Tienti pure la tua profumata Fiorentina; chè mi saprai dire che capo è, quando conterai le berlinghe. Sì, eh, non mi ricordo io quand’ella abitava dietro le carceri della torretta colla Lena e colla Stella losca, e s’avevano corteggio di tre moschettieri spagnuoli? Fu uno di quegli ammazza-pidocchi, che spendendole dietro l’ultimo suo quartillo la mise in voga. Milo non è ragazzo da perdersi in quella fogna: dimmi, Biondo, non è la verità? scommetterei, che tu cantasti piuttosto la Luna piena; oppur Diana in camiciuola bianca».

«Sì, in fede mia: hai colpito giusto. Ho cantato alla luna; e, vedi stravaganza! mi pareva che la luna cantasse a me».