«Ho capito; sei brillo, sei brillo. È il bicchierino che ti dà il padrone a merenda. Anche il vino, sai tu, canta, ride e parla».
«Eppure più ci penso, più son persuaso che cantò la luna». Così Milo soggiunse sorridendo in aria misteriosa; e lasciò che gli altri lo mettessero in burla, credendolo cotto: ma non palesò punto l’avventura.
E tre e sei e dieci volte le due cantatrici avevano fatto eco dal giardino a Milo, che ogni sera alzava il canto al cominciare di quella via; ma quand’egli giungeva al cancello per riguardarle, sempre sparivano fuggendo. «Che storia è questa? io non so intenderla (diceva Milo tra sè lungo la strada, crollando indispettito la testa e tenendo giunta al rovescio una mano coll’altra). Sono esse figlie del giardiniere?... del cantiniere?... dello scalco? sono cameriere di casa?... perche mai rispondono alla canzone sembrando chiamarmi, e poi, quando comparisco, scappano, come se vedessero il folletto?... Che avessero paura di me, per causa del mio mestiere?... Corbellerie! Una donna non ha mai paura d’un bravo; d’un bravo, s’intende, sul fiore dell’età, che non abbia barba da caprone ed occhi da indemoniato. A credere quello che dicono gli altri, i bravi sono anzi i prediletti. Oh le novelle che narrano!... nel palazzo, nel castello, nella villa, questo è stato, quello è entrato, quell’altro ha avuto... A me veramente nulla ancora è toccato, ma però lo credo; perche la sorella del padrone, Donna Isotta, quando in campagna passeggia pel bosco, ove vuole ch’io la seguiti colla cagnuolina, appena è fuori di veduta della casa, chiude il libro e mi dice: — Leva da terra la mia Sibillina, povera bestiuola! e fatti pure d’appresso, o Biondo, ch’io di te non ho schifo: gli altri servi non li posso sopportare; ma pei bravi sono diversa. I lacchè mandano un tanfo di sudore insopportabile; i carrozzieri puzzano di fimo cavallino; i cucinieri sono macchiati d’untume: tutti hanno qualche cosa, che mi nausea: voi altri soli siete sempre puliti, netti, ben pettinati, e vi mettete per gli abiti certi odoretti aggradevoli, solleticanti... tu specialmente... birboncello, birboncello... — E mi batte col ventaglio la spalla, facendo certi occhietti, che vent’anni sono avranno cagionate pazzie. Se è così, perche queste invece mi attirano, e poi se ne vanno senza lasciarsi mai vedere, nè parlare?... io intisichisco, se mi tengono ancora sulla corda in tal modo. Voglio mirarle davvicino; voglio che mi parlino; e insisterò tanto e tanto, che alfine la spunterò».
E fu così. Tre giorni dopo, al chiarore delle stelle, Milo bisbigliava leggiadre parolette estratte da tutta la sua rettorica, la quale, avuto riguardo al suo grado sociale, sarà stata non poca, poichè la galanteria de’ concetti era pure una delle più formidabili manìe del secolo. Le due ninfe del giardino stavano a breve distanza dal cancello, ed alle inzuccherate frasi di Milo nulla rispondevano, se non che di tratto in tratto mandavano leggieri e soffocati scoppii di riso; ed egli continuava studiandosi di più in più di riuscire persuasivo, quando al rumore, che si udì dell’aprirsi d’una porta nel palazzo, entrambe scomparvero e sol’una rivolgendosi un istante, disse a mezza voce: A rivederci domani a sera.
Milo giojoso e beato della conquista che teneva in pugno, s’avviò alla taverna dell’Olmo; giacchè, sebbene tacesse ogni cosa rigorosamente ai compagni, aveva piacere di lasciar loro intravedere alcun che sulla propria fisonomia, che indicasse il possesso d’un secreto, il quale altamente lo interessava.
Era piena quel giorno la città di un’avventura, accaduta nella notte ad insigne personaggio spagnuolo, che copriva la prima carica di Milano, il quale per fare, non si sa, se grata od ingrata sorpresa ad una bella dama, aveva voluto entrarle in casa mascherato, e gli era stata appoggiata una bastonatura delle più solenni, ad onta del ducato, del marchesato, del don e degli y, che fregiavano il suo nome. I Bravi dell’Olmo non parlavano essi pure che di tal fatto. Dai comenti, che sopra gli faceva ciascuno a proprio capriccio, volse agevolmente il discorso ad altri simiglianti eventi; ed uscì fuori una serie di storielle e d’aneddoti relativi ad amorose imprese andate alla peggio per gli eroi protagonisti. Siccome poi nel racconto principale entrava un travestimento, si venne anche a dire di quei casi, in cui sotto una bella larva nascondendosi un visaccio spaventevole, gli ingordi spasimanti, che si credevano all’apice della ruota di lubrica fortuna, non avevano riportato che scorno e beffe.
Queste ultime narrazioni andarono poco a sangue al nostro Milo, che annuvolatosi pensò: «Per una bella donna non curerei un jota nè stocchi, nè durlindane, nè stanghe; chè chi volesse mettere le mani addosso al Biondo, per dianabacco! ci dovrebbe riflettere due volte. Ma se le mie sirene fossero due spauracchi, che l’una, per esempio, tenesse aperta una finestra sola e l’altra avesse le guancie o il naso a bitorzoli e per civettare con esse mi capitasse un’archibugiata nelle reni?... che bella fine sarebbe la mia!... quand’un bravo è sballato, è sempre peggio per lui; e tutti riderebbero a sapere, che mi son fatto accoppare per due streghe, due teschii da morto. Ma no... sono pazzo... non è possibile; quelle voci angeliche non puonno uscire dalla gola di due deformi creature; e poi questa sera, ancorchè fosse oscuro, la loro corporatura l’ho distinta abbastanza, e mi parvero fatte a pennello. L’una è poco più grande dell’altra; ma entrambe sono snelle, di forme ben rilevate, strette alla cintura ed agili come daini. Quella che mi disse: a rivederci, deve avere un bocchino di rosa: che grazietta! che armonìa! la sua voce sembrava il suono cristallino del salterio sfiorato dal vento; mi pare già di preferirla all’altra. Che cosa non darei per poterla vedere?».
La sera del dì appresso cominciò a legarsi colloquio tra Milo e le sue ignote sirene. Non erano che generalità e parole tronche, scucite, che sembravano slanciate all’avventura; ma facevano l’uffizio di que’ razzi, che da un esercito si fanno volare per riconoscere le posizioni dell’inimico, innanzi d’ingaggiare formale battaglia. Ne’ giorni successivi i ragionamenti si fecero più seguenti e concatenati. Quella che Milo aveva dichiarato di preferire, senza pure saperla discernere, era animatissima nelle parole, viva ed energica nelle espressioni: l’altra mostravasi gaja e scherzosa; ma era allo stesso tempo fredda e sottomessa. Milo fu interamente per la prima.
Varie giojose serate si succedettero in tal maniera, e sempre più calorosi divennero i dialoghi che passavano attraverso i ferri di quel cancello del giardino. Finalmente il cancello stesso, stato sì propizio ai notturni incontri, divenne odioso, insoffribile, e (chi ’l direbbe?) non fu il Biondo il primo ad annunziarlo.
Una notte buja e ventosa pioveva a rovescio. Allo scoccare dell’ora prefissa, Milo slancia la sua scala di corda; è in piedi sul muro, discende pei travicelli della spalliera di carpini, calca il terreno. Il suo cuore tremava e tremava, il suo sangue pareva avere sospeso il proprio corso, ma non era paura;... quando una mano femminile prese la sua, un sudore gelato lo coprì tutto; eppure non era paura. Pensava, che tra brevi istanti poteva forse dissiparsi un’illusione, ch’egli avrebbe voluto prolungare a costo d’ogni tormento, un’illusione di paradiso... Cammina a passi sospesi; attraversa colla guidatrice un boschetto; s’accosta ad una porticella; questa s’apre; passa a tentoni un andito; sale una scaletta a chiocciola; tocca un uscio, eccolo sulla soglia d’un magnifico gabinetto.