«Sarà qualche visita (disse Matteo vôtando l’ultimo bicchiero).
Alzatisi entrambi osservarono da una finestra nel cortile, e videro accorrere i servi coi lumi intorno ad una lettica che entrava dalla porta con seguito di stambecchieri armati. Apertasi la lettica ne uscì un personaggio d’alta levatura, in età avanzata, coperto da grande cappa di colore violato come la sua ampia veste, il quale avviandosi verso la scala maggiore compartì colla mano benedizioni ai servi stessi ed alle sentinelle ch’eransi alineate sul suo passaggio.
«Ecco è desso: è l’Arcivescovo che recasi dalla Contessa Beatrice (disse Matteo ritraendosi dalla finestra). Fa d’uopo ch’io discenda, poichè ei non viene mai qui senza che s’abbiano a mescolare anfore e tazze. Andiamocene che al suo partire potrai collocarti in modo da vederlo vicino».
Macaruffo dopo avere mormorate tra sè alcune parole, rispose in tuono di noncuranza: «Ciò poco m’importa; anzi se non t’è discaro additami la camera che me ne andrò a dormire.
«La camera per te è la consueta sotto la galleria. Prendi il lume e implora da Dio che abbiano buon termine queste faccende.
«Se tu sapesti i miei voti...» — pronunciò il Venturiero con fervida espressione, ma troncati bruscamente i detti, gli diè un addio, ed uscito da quella stanza s’avviò pel lungo androne al luogo di riposo.
Era arcivescovo di Milano Bartolomeo Della Capra, personaggio dotato di non comune ingegno, il quale accoppiava modi arditi, imperiosi ad una somma solerzia. Sendo partigiano caloroso dei ghibellini aveva tosto considerato che pel trionfo di sua fazione era necessario rimanesse il sovrano potere nella casa di Giovan Galeazzo, poichè quella famiglia s’era sempre dimostra implacabile nemica de’ guelfi, i quali venivano all’incontro favoreggiati dall’opposto partito. Appena quindi restò vacuo il ducal seggio, si dichiarò per Filippo Maria, la cui sovranità era eziandio per nascita devoluta, e si mise a tutt’uomo nell’impresa. Non lo disanimò lo stato di totale impotenza a cui il giovine Visconte trovavasi ridotto, giacche per fornirgli armi e ricchezze pensò trarre profitto dell’avvenimento quasi contemporaneo della morte di Facino, e formò sulla Vedova di lui quel disegno di nozze, il vero e importante scopo del quale non fu difficile al nostro accorto Venturiero di penetrare.
Trasferitosi l’Arcivescovo a Pavia aveva partecipato il progetto a Filippo, il quale mostrandosi in tutto a lui sottomesso tostamente l’accolse, poscia s’adoperò con ogni possibile mezzo per ottenere l’assentimento della contessa Beatrice, importandogli particolarmente di concludere in breve le cose, poichè necessità voleva si accellerasse la mossa dell’esercito, affine di non lasciar prendere radice nella Signoria ad Estore Visconte ed al nipote di Bernabò, che già padroneggiavano Milano.
Mercè molte sollecite cure e le più pressanti parole, pervenne quel Mitrato, nel giro di pochi giorni, a far accogliere a Beatrice la proposizione delle nozze, cui susseguì da vicino il primo abboccamento col giovine fidanzato. Stabiliti i preliminari volle che senza indugio venisse prefissa l’epoca in cui si dovessero formalmente segnare i patti matrimoniali.
Il Carmagnola, i capitani d’armi, i rappresentanti della città, non che molte altre cospicue persone, ricevettero invito d’assistere a quella conferenza, poichè il Prelato s’aveva di mira di rendere solenne l’atto delle stipulazioni nuziali, onde riuscisse pubblico, per così dire, e irresolubile l’impegno.