Compiuta ch’ebbero gli scrivani la trascrizione delle convenzioni matrimoniali, il Cancelliere levatosi e fatta un’inclinazione di capo ne diede avvertimento all’Arcivescovo. Questi allora impetrata l’universale benignità, incominciò un ampio ed ornato discorso, nel quale magnificò gli sponsali, tessendo le lodi dell’uno e dell’altro de’ conjugi futuri, ed auspicando dalle nozze tanto ad essi che all’intero Ducato i più felici e prosperi risultamenti.

Quand’egli ebbe detto, Beatrice con atto gentile gli rese grazie, indi con chiara e ferma voce rispose: essersi ella condotta a quel passo a causa precipuamente delle vive richieste e de’ consigli suoi, che lo stato, l’eminente grado, la matura sperienza, facevale reputare ottimi e sapientissimi, poichè altramente era suo saldo proposito di serbar fede al defunto consorte, rinunziando per sempre all’attrattiva di nuovi nodi. Che a vincerla e persuaderla avevano possentemente cooperato il quadro delle virtù e l’eccelsa stirpe del proposto marito, non che molte importanti considerazioni relative alla stabilità del proprio dominio ed al bene de’ soggetti. Dover ella far noto poi che per agevolare al suo sposo il ricuperamento della sede ducale e di molte altre sue principali città, era stato considerato necessario che la celebrazione del matrimonio venisse affrettata; che questa si era l’unica cagione per cui sì prestamente, e in mezzo a grave lutto vedevasi un convegno nuziale nella casa di Facino; pregava caldamente non si volesse ciò considerare per disamore od onta alla memoria di quell’illustre guerriero e sovrano, ch’ella avrebbe ognora serbata cara e preziosa, siccome ne accertava sulla religione e l’onore tutti quelli che l’ascoltavano».

Un plauso unanime seguì queste parole e si protrasse in lungo dimostrando quanto fossero ben accette, e come tutti commendavano la sua scelta ed i suoi voti. Ristabilito il silenzio si levò di nuovo il Cancelliere, e lesse ad alta voce la scrittura nuziale; a questa, sottosegnata che fu da Filippo e da Beatrice, apposero i proprii nomi Zanino Riccio ed il Carmagnola.

Così ebbe compimento la ceremonia, dopo la quale tutti si levarono e il Visconte accompagnatosi alla Contessa la corteggiò con umili e seducenti detti sin oltre le soglie della sala, ed ivi le baciò la mano, profondamente inchinandola, quindi si divise da essa lei che rientrò nelle proprie camere. Egli quindi venuto a fianco dell’eccelso Prelato discese innanzi a tutti le scale, e partì di là fra mezzo alla accorsa moltitudine.

Nell’ora che la luna levatasi dietro i colli del Po, mandava sulla declina Pavia irta di torri, il suo smorto raggio, Macaruffo da tristi pensieri travagliato uscì solitario sul ballatoio, il quale sporgeva dall’alto del muro del palagio, inferiormente alla merlatura, e metteva capo sul terrazzo costruito al lato meridionale in luogo contiguo ai baluardi, d’onde la vista spaziava lungo le sponde del Ticino, che bagna il piede alla città.

Dopo l’assentimento che in forma solenne era stato dato dalla Contessa, egli non nutriva più speranza che avessero a rompersi le trattative nuziali col Visconte sì destramente annodate dal Pastore di Milano. Questa persuasione lo addolorava amaramente. Fossero i costumi strani e crudeli del fratello, fosse la fisonomia stessa di Filippo Maria sulla quale i suoi occhi leggevano a nudo la violenza e l’orgoglio, fosse un arcano presentimento, egli abborriva profondamente quel giovine. E ben comprendeva che tratto esso unicamente dalla cupidigia e dall’ambizione ad un matrimonio per età sconvenientissimo, raggiunto che avesse lo scopo di riporsi ed affrancarsi nella signoria, non avrebbe sentito che il peso e il fastidio della conjugale catena, e pagherebbe il beneficio coll’indifferenza e col disprezzo, se pure non avesse anche avuto l’anima scellerata a segno di mirare ad uno di quegli atroci espedienti che non costano che un desiderio a chi considera la volontà per solo limite al potere. A tali riflessioni s’univa poi un cruccio intimo, desolante, che rendeva più gravi le tristi previsioni della mente. Beatrice stava per divenir donna di chi ella inclinava ad amare, ed ei l’avrebbe veduta assorta pel Visconte in un affetto, che non le aveva forse mai ispirato l’estinto marito.

Non già che folle ardimento destasse in lui ombra di speranza per sè medesimo. Sino dal tempo in cui, fanciulli entrambi, egli seguivala per le chine delle alpi di Tenda, e, vigilantissimo nel sorreggerla, nell’obbedirla allorchè essa si slanciava su per l’erte perigliose o dentro il folto de’ boschi, riceveva poi la sera nelle ampie sale del castello, dalle labbra di lei parole di lode e di predilezione (preziose, inestimabili al suo animo, continuamente oppresso dagli scherni e dai dileggi con che ogni altro lo feriva pel difettoso aspetto datogli dalla natura); sino da quel tempo, in cui l’invase e lo dominò una passione quanto immensa, inestinguibile, altrettanto gelosamente sepolta, mai gli aveva sorriso la lusinga di potere ottenere un segno solo, il cenno d’un istante, che al suo ardore rispondesse. Pascevasi quel sentimento in sè medesimo, pago d’ogni bene di lei; ed egli sarebbe stato completamente felice del non saperla in possesso di altr’uomo, ma vivente in una calma di cuore, che potesse lasciarle scorgere in uno de’ suoi servi la più costante devozione, per età, per vicende inalterabile. I nuovi sponsali interamente distruggevano questo stato di cose tanto sospirato e che sembrava quasi raggiunto.

Volgendo simili idee Macaruffo or procedeva per quell’alto loggiato, or s’arrestava alzando gli occhi alla luna o guardando la sommità dei circostanti edificii, ai quali i trafori dei gotici ornati e l’ombre taglienti davano in quell’ora un aspetto fantastico.

Quando pervenuto alla estremità del ballatoio pose piede sul terrazzo, vide spalancarsi la vetrata imposta d’una delle porte che quivi metteva dalle sale, ed uscirne la Contessa con Domilda. Esse avanzatesi a lenti passi verso il parapetto scambiando alcune brevi parole vi si affacciarono, e stettero ivi mirando le scorrenti acque del sottoposto fiume, dall’astro della notte in varii punti inargentate. Il Venturiero le riconobbe e forte gli tremò il cuore. Volle, retrocedendo, discostarsi di là, ma il rumore de’ suoi passi fu udito da Domilda, che spiccatasi dal fianco della Contessa gridò chiamando chi vi fosse.

«Un soldato e servo dell’eccellentissima signora Contessa Beatrice» — rispose egli tosto rivolgendosi, poichè temeva col tacere d’essere loro cagione di sospetto o timore.