«Come ti chiami o soldato?» — chiese con curiosità la Contessa cui parve avere riconosciuta quella voce.
«Sono Macaruffo» — tornò questi a rispondere apparendo sul terrazzo e avanzandosi in atto rispettoso verso di essa.
«Oh sei tu mio buon Macaruffo! (profferì Beatrice cortesemente accogliendolo). Quanto mi doleva di non vederti! credetti fosti ancora nei castelli della Brianza ove t’aveva mandato il mio povero Conte.
«Vi fui e di là per suo comando passai a Milano, d’onde qui venni appena udii l’irreparabile perdita di quell’illustre nostro Capo tanto amato e compianto da tutte le sue squadre.
«Ah si! Facino era degno dell’intero amor vostro (disse la Contessa sospirando).
«Ho stimato sacro dovere, o mia Signora, (proseguì con voce più ferma Macaruffo) di non rimanere in luogo discosto da Voi; quando un colpo sì funesto mutando gli eventi, poteva farvi abbisognare del braccio d’ogni vostro fedele.
«Ti son grata oltremodo; e sventurata o felice ch’io sia puoi vivere certo che saprò sempre apprezzare la tua fede. Essa poi mi rammenta che la nostra conoscenza è antica e che noi siamo nati sotto lo stesso cielo; non è egli vero?
«Per me sarebbe più agevole dimenticare il mio proprio nome che perdere le rimembranze della patria. Sono nato soggetto alla famiglia di Vostra Signoria, e posso considerare il castello di Tenda come mia casa paterna. I miei parenti più vecchi nacquero e vissero colà agiatamente sotto la protezione degli antecessori nobilissimi del Conte vostro genitore, il quale per colmo di benignità elesse mio padre a suo scudiero.
«Ah si! Ernoldo lo scudiero era tuo padre. Ogni qual volta ritorno colla mente agli anni di mia fanciullezza mi ricordo con piacere di lui. Egli era quello che quando concedevalo la mia buona madre, riponevami in sella, e con mio gran diletto spingendo a corsa il cavallo, mi conduceva o al laghetto de’ palombi, o al Maniero de’ Gualdi, ove da ognuno io veniva festeggiata.
«In que’ tempi, se la Signoria Vostra si degna sovvenirsene, fu dato a me pure di prestarle frequentemente i miei servigi» — così disse Macaruffo con voce temperata e insinuante, e proseguì con accento più animato — «Quante volte al primo spuntare dell’aurora me ne stava tenendo i segugi alla lassa, e il girifalco in pugno, aspettando nel cortile fosse allestita la caccia! allorchè finalmente erano tutti riuniti e si prendevano le mosse, io ponevami dietro alla chinea falba da voi salita, per eseguire subitamente ogni vostro cenno. Non si rientrava di consueto che a notte chiusa, e chi avesse saputo numerare i passi che si facevano in una di quelle giornate sarebbe stato valent’uomo.